Marzo, masciu, masci e masciare

“Masciu” era il mese dei “masci”, le maschere. Stessa radice per “masciara”, strega, e per il longobardo “mascia”, morto. Nella cultura contadina a marzo moriva l'anno

Gli almanacchi salentini più antichi che mi sono stati tramandati comprendono solo i primi sei mesi: scinnaru, fibbraru, masciu, brile, mau, miessi. Le filastrocche che ho raccolto, nel seguito delle mie interviste, riguardanti i mesi, sono numerose, come se i salentini avessero difficoltà a tramandarli. Quando chiedevo cosa venisse dopo miessi (giugno), mi veniva risposto: “la ‘bunnanzia finu all'annona” (l'abbondanza di cibo fino alla festa di fine raccolta, intorno ad ottobre). Oppure: “era miessi finu all'annona, ca se cuia e se mangiava” (era sempre il mese della mietitura, fino alla fine delle raccolte, si raccoglieva sempre cibo dai campi e non c'era la fame). Dell'annona, da associare al fuoco in ottobre di Iuppiter Menzana, tramandato da Festo, vi parlerò in un altro contesto; ho già accennato quest'evento a proposito dei brillanti di aprile per individuare la divinizzazione dei fuochi. Voglio qui esaminare il mese di marzo. Dalle interviste risulta che “masciu” si chiama così perché era il mese dei “masci”, maschere in salentino. Altro nome con la stessa radice è “masciara”, cioè la strega, termine questo che compare anche in Campania e Basilicata. Tutti questi nomi sembrerebbero derivare dal longobardo “mascia”, che vuol dire morto. Infatti, per la cultura contadina, in Salento, a marzo moriva l'anno ed i primi tre giorni di aprile erano i capi d'anno che decidevano le condizioni atmosferiche per i 40 giorni successivi. Le tradizionali maschere, dette masci, consistevano nel semplice domino, cappuccio e maschera nera. Solo per la sfilata di Carnevale vi erano le due maschere principali: lu Paulinu e la Quaremma. Si simulava il funerale di Paulinu, rappresentato da un fantoccio, portato in giro per tutto il paese sul carro, seguito dalla sua vedova, rappresentata da un uomo travestito e dal corteo di masci, tra scherzi e battute sulla virilità del povero defunto. In alcuni paesi si usa ancora appendere la quaremma fino alla fine della quaresima, rappresentata da un fantoccio di una vecchia tessitrice; il nome quaremma deriva proprio da quaresima. Ma qual è il nesso tra i 40 giorni di attesa e la parca? Mi sembra logico pensare che si tratti proprio della rappresentazione della masciare, nome derivante da masciu, che è la sciamana, la strega. Le masciare in salento, quando maledicevano, invocavano il ragno sotterraneo. Più di una forma di possessione , in questo caso, possiamo parlare di un ruolo tramite tra gli uomini e la dea o dio ragno. Questo erano le masciare: le sacerdotesse di una divinità antica quanto è antico l'uomo. La divina ragno, vista non come l'ancestrale dea che ha tessuto il tutto, ma come un aspetto di madre Terra. La quaremma, quindi, è proprio la ragna che nel contesto del tarantismo fa ballare le donne, prova ne è che il marito defunto è Paulinu, come san Paolo, il protettore delle tarante, che sembra sostituire il nostro antico dio Tautor.

dio itifallico

Dio itifallico Min e l'albero della cuccagna Da quanto osservato, il Carnevale salentino sembra derivare da un rito simile a quello del carrum Isidis egizio. Nel culto di Iside ed Osiride, il dio moriva smembrato in ottobre, quando finivano le raccolte e ci si avviava verso l'arido inverno. La dea nei mesi successivi andava alla ricerca dei pezzi del corpo di Osiride, per ricomporlo. Iside riusciva a ricostruire le povere spoglie del suo amato in marzo, senza però il fallo. Per questo si tenevano in questo mese i cortei ‘carnevaleschi' del navigium Isidis. Ritrovato l'organo di Osiride, Iside lo teneva per sé, rifertilizzando la terra; successivamente, presumibilmente dopo 40 giorni, faceva resuscitare lo sposo. Festo tramanda che in ottobre i salentini bruciavano un cavallo nel rogo sacro in onore del dio Menzana, teonimo del dio Zis, per auspicare fertilità. Dagli usi e costumi salentini si deduce che in questa data morisse quest'aspetto del dio legato alla fertilità ed alla virilità. Vi è un altro legame tra i culti egizi ed il nostro dio autoctono: il nome. Le menzane erano i contenitori d'acqua; il termine più arcaico, riscontrato nei paesi più isolati, era Minzana, che deriva da Min-zan. Min era l'ancestrale dio egizio fallico al quale era sacra la lattuga. Dalle ricerche di Giorgio Samorini apprendiamo che la lattuga di Min è quella selvatica, dalla quale si estrae una sostanza anafrodisiaca e soporifera, che in dosi eccessive fa l'effetto contrario: il viagra divino. In Salento la lattuga selvatica era usata in alternativa alla papagna. Il fatto che il rogo di ottobre e quelli di aprile facessero parte di un unico culto lo dimostrano le interviste sugli almanacchi. Vi trascrivo la più significativa: Settembre 1995 Concepita, 98 anni, casalinga “Il detto ‘ci scinnaru nu scinnaiscia comu face fibbraru cu dicia: ci li giurni mei erane tutti bu le facia quaiare lu mieru te le utti' vuol dire che nei giorni fra febbraio e marzo fa lo stesso tempo meteorologico di San Martino, l'inverno di San Martino. Gli antichi facevano festa in questi giorni, perché il mosto fermentava”. In ottobre, va bene, ma a febbraio quale vino fermentava? “Bhoo, vallo a chiedere agli antichi, a me mia nonna diceva che facevano il vino di febbraio, ma non so che vino era”. Vino di mirto? “Non lo so”. “E poi ria Santa Lucia quannu la notte denta tia, finu a Natale né friddu né fame, te Natale a nanti bu li tremulane gli acanti, ca riare scinnaru, fibbraru, masciu, brile, mau e miessi e poi ‘ntorna”. (Almanacco salentino)

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