Lecce in mano ai clan

 

IL DOSSIER. Lecce. La Dda: 70 episodi eclatanti di violenza tra luglio 2011 e giugno 2012. La criminalità organizzata salentina alza il tiro

LECCE – Auto incendiate, ritrovamento di armi, esplosione di ordigni, danneggiamenti ad attività commerciali. Sono più di 70 gli episodi eclatanti di violenza verificatisi nel Salento, fra luglio 2011 e giugno 2012. Secondo la relazione della Direzione Nazionale Antimafia, si tratta di eventi indicativi delle notevoli capacità intimidatorie messe in atto dall’ambiente malavitoso. Il riacuirsi di certi eventi certifica una tendenza “alla ripresa di interesse verso il territorio da parte della criminalità organizzata”, nonostante siano lontani i tempi di massima potenza della Sacra corona unità, quando ancora “le varie fazioni si facevano la guerra per il controllo di porzioni di territorio o per affermare una propria leadership criminale non comprendendo il vantaggio di operare in forma sommersa” per non richiamare l’attenzione di polizia e magistratura e ottenere consenso da parte della popolazione. Nell’anno preso in esame, le attività investigative e i procedimenti di maggior rilievo portati avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce hanno interessato tutta la provincia e in particolare Lecce, Arnesano, Carmiano, Casarano, Gagliano del Capo, Galatina, Gallipoli, Guagnano, Leverano, Monteroni, Nardò, Parabita, Porto Cesareo, Presicce, Ruffano, San Cesario, Squinzano, Supersano e Surbo. La Scu è, infatti, un’organizzazione estremamente localizzata: per quanto risulta dalle acquisizioni processuali, non è “mafia pugliese”, ma piuttosto la “mafia salentina”. Dagli interventi, è emerso che il controllo del territorio salentino ha continuato a essere “appannaggio di gruppi criminali di differenti spessore e capacità, tra i quali un posto di primo piano continua ad essere assegnato ai gruppi ricostituitisi a séguito della scarcerazione di esponenti di rilievo della criminalità locale che, anche per l’assenza di nuove figure carismatiche, hanno ripreso il loro ruolo egemone, aggregando intorno a sé manovalanza criminale” e rivolgendo l’attenzione, (oltre al classico business di usura, estorsione e spaccio di stupefacenti di cui abbiamo detto in precedenza) anche ai rapporti con le amministrazioni pubbliche, al recupero dei crediti, alla gestione delle vendite giudiziarie nelle esecuzioni immobiliari e alla connessa azione di turbata libertà degli incanti, agli investimenti nei supermercati e analoghe attività commerciali. Della evoluzione dei clan, si è avuta conferma grazie ad alcune indagini – “Augusta” e “Cinemastore” – condotte dai carabinieri del Ros della Sezione Anticrimine di Lecce e dalla Squadra Mobile della Questura di Lecce. Nel primo caso, è stato verificato che “parte della città di Lecce , oltre che i Comuni di Cavallino e Castromediano, quelli di Calimera, Castrì, Melendugno e marine ed il territorio delle marine di quest’ultimo comune (frazioni di Roca, San Foca e Torre dell’Orso), nonché i territori di Merine di Lizzanello e Vernole con le sue cinque frazioni sono assoggettati al controllo del clan capeggiato da Salvatore Rizzo, chiamato Totò, storico esponente della criminalità organizzata leccese, il quale da un carcere del Nord utilizza i consueti canali di comunicazione con l’esterno (colloqui con i familiari e corrispondenza inviata con l’indicazione di falsi mittenti e indirizzata a destinatari diversi da quelli effettivi) per dare disposizioni, ricevere notizie, programmare attività criminali ed azioni intimidatorie”. Nei confronti di 67 persone è stato richiesto il rinvio a giudizio, per associazione di tipo mafioso e finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione. Il clan richiedeva il pizzo per la stagione balneare agli stabilimenti delle marine e agli esercizi pubblici di bar e gelaterie e imponeva la presenza di parcheggiatori abusivi nelle relative zone di sosta delle auto. Di rilievo anche i risultati di “Cinemastore” che ha indagato nei confronti di un altro clan storico – Briganti-Nisi –influente nella parte orientale della città di Lecce (dalla zona 167 fino alla marina di San Cataldo), con interessi nei settori del traffico di droga, delle estorsione e delle rapine. “A differenza del gruppo di Totò Rizzo, che si è sempre connotato per una sua propria autonomia nel panorama delle diverse articolazioni della Scu, senza possibilità di essere ricondotto – nemmeno in passato – all’area di influenza delle due più grosse fazioni facenti capo a Gianni De Tommasi e ai fratelli Tornese, il gruppo Briganti-Nisi è vicino e in buoni rapporti con il clan di questi ultimi”. All’esito delle indagini, 50 esponenti del gruppo Briganti-Nisi sono stati catturati nel gennaio 2012, indiziati di associazione di tipo mafioso e finalizzata al traffico di stupefacenti, di acquisto, distribuzione e spaccio di cocaina, provenienti da fornitori del brindisino e del napoletano. Richiesto il rinvio a giudizio degli imputati. Ancora a Lecce, è stato accertato il business di usura ed estorsione con modalità mafiose e finalità di agevolazione mafiosa da parte dei fratelli Antonio, Damiano e Massimo Caroppo, arrestati nell’agosto 2011. “L’esercizio abusivo di attività finanziaria da parte dei Caroppo comportava interessi sui loro prestiti di oltre il 120% all’anno e l’acquisizione dei beni in possesso dei debitori in caso di mancata restituzione del denaro”. Sul versante del traffico di stupefacenti, in zona 167 del capoluogo, è stata individuata un’associazione con diramazioni anche a Monteroni e nel Sud Salento, collegata con il clan dei fratelli Tornese e gestita dal carcere, da Antonio Sileno. “Sileno si rifaceva ai Tornese e aveva rischiato di entrare in conflitto con il gruppo Briganti-Nisi che a Lecce svolgeva la stessa attività. Direttamente collegati a Sileno, anche i fratelli Marco e Gianluca Saponaro, che operavano a Lecce e Monteroni (in collegamento con i fratelli Antonio ed Angela Protopapa) e con Stefano Bleve per la zona meridionale”. Nel maggio 2012 è stata applicata la custodia cautelare in carcere a 37 persone, nell’ambito dell’operazione “Valle della Cupa”. Nel settembre 2011, nelle aree di Casarano e Surbo, un’indagine sul traffico di droga tra Albania e Italia ha portato alla cattura di 12 persone di nazionalità italiana e albanese. “La droga viaggiava occultata negli pneumatici di autocarri della ditta ‘Primiceri Trasporti’ che facevano la spola con l’Albania (attraversando il canale d’Otranto a bordo di traghetti diretti a Brindisi) e, all’arrivo in Salento, veniva stoccata in depositi siti a Surbo e Casarano per poi essere avviata, oltre che nel Salento, anche nel Veneto, in Toscana ed a Roma”. Indagini per traffico di stupefacenti anche a Merine dove è stata scoperta un’associazione guidata da Mirko De Matteis (figlio di Bruno, all’ergastolo per omicidio e associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga) a cui il clan di Totò Rizzo consentiva di continuare a svolgere attività criminale in aree storicamente sotto il proprio controllo. In seguito, “stando all’apporto conoscitivo dei collaboratori di giustizia, Rizzo aveva comunque preteso che in quel territorio venisse riconosciuta la leadership del suo gruppo e che le attività sul medesimo territorio, comprese quelle di interesse dei De Matteis, fossero coordinate da Alessandro Verardi, responsabile di zona”. Non solo droga ed estorsioni: il Salento delle mafie, è stato interessato anche da due indagini per traffico di persone, denominate “Sarafi” (condotta dalla Squadra Mobile di Lecce e di altre città e della Guardia di Finanza) e “Sabr” (svolta dai Carabinieri del Ros della Sezione Anticrimine di Lecce).

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