Puglia a capitale mafioso

// IL DOSSIER. L’identikit della criminalità che investe in regione, fra immobili confiscati, aziende e infiltrazioni nell’economia legale

Occultare attività illecite, generare profitto, ottenere consenso sociale e controllare il territorio. Sono molteplici gli obiettivi della criminalità organizzata che penetra nei meandri dell’economia legale e distorce il mercato. In Puglia, gli investimenti della malavita raggiungono il 10,7% (quarta regione in Italia alle spalle di Sicilia al 39,1%, Campania al 14,5% e Calabria al 13%) e Lecce è al 18esimo posto nella classifica dei capoluoghi (dopo Bari e Brindisi, ma prima di Taranto e Foggia) scelti dalle organizzazioni criminali per i loro affari. E’ quanto emerge dal rapporto “Gli investimenti delle mafie” realizzato da “Transcrime”, il Centro interuniversitario di ricerca dell’”Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano” per il Ministero dell’Interno (Pon Sicurezza 2007 – 2013). Per elaborare grafici e classifiche sulle infiltrazioni mafiose nell’economia, i ricercatori hanno ricostruito il quadro della situazione – dal 1983 al 2012 – utilizzando vari database, tra cui il registro delle imprese per le analisi su immobili e società, e quello sui beni confiscati dell’”Anbsc” (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata). Settore immobili. L’identikit della criminalità che capitalizza in Puglia ha una propensione all’investimento in immobili pari a circa il 45%. Il restante 55% è suddiviso per interessi in aziende, quote societarie e altri beni mobili (come gioielli e denaro). La composizione dei beni immobili confiscati comprende capannoni (1%), terreni agricoli (20%), appartamenti (30%), ville (13%) e altro (36%). Non tutti gli immobili sono acquisiti dalle organizzazioni criminali secondo una logica di diretto ricavo economico. Nella nostra regione (compresa l’area del Salento leccese), si registrano alte percentuali di appartamenti considerati ad uso personale (52,8%), in leggera controtendenza rispetto alla media nazionale. Secondo la ricerca, è plausibile che molti di questi beni “siano utilizzati come residenze o per la soddisfazione di esigenze private e quindi acquisiti autonomamente dai singoli membri”. A ciò si aggiunga la considerazione che i valori degli immobili al Sud (dove si concentrano in maggioranza) sono piuttosto bassi (a causa della loro insistenza su aree meno redditizie) e si tenga anche presente la propensione della criminalità organizzata pugliese a investire nelle terre d’origine (dove esercita controllo con maggiore facilità). Lo dimostra il fatto che, solo l’1,2% dei beni immobili della mala nostrana è stato sequestrato/ confiscato al di fuori dei confini locali, dove i valori medi degli immobili tendono a essere più alti. Camorra e ‘Ndrangheta, invece, appaiono leggermente più aperte verso nuovi territori. Capitolo aziende. Come per gli immobili, anche la maggior parte delle imprese mafiose si concentra in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia (oltre che Lazio e Lombardia). Le province con il tasso più elevato di aziende mafiose sono Palermo (39,4 confiscate ogni 10.000 registrate), che risulta essere anche la provincia italiana con il maggior numero di confische (394); Reggio Calabria (22,5 ogni 10.000), Vibo Valentia (11,5) e Caserta (10,0). Tassi significativi sono registrati anche a Napoli e Salerno (6,8 e 5,9) e nelle altre province siciliane, dove spiccano Catania (9,5) e Trapani (9,0). In Puglia, la provincia con il maggior peso di aziende mafiose è Brindisi (6,7), che risulta anche 14esima nell’elenco delle prime 20 province per numero di confische (25). Lecce (29) e Bari (53) sono rispettivamente in 12esima e nona posizione. In provincia di Lecce, il numero di aziende confiscate nei settore costruzioni ed estrazioni minerarie (come per il resto della regione) è o. In Puglia (e in Lombardia) il settore oggetto del maggior numero di infiltrazioni risulta essere quello di alberghi e ristoranti (a eccezione dell’area di Foggia). Nel complesso, le 1742 aziende (quelle propriamente dette e titoli societari) confiscate in Italia tra il 1983 e l’aprile 2012 sono attribuibili per il 39% a Cosa Nostra. Seguono le organizzazioni criminali camorristiche (23%) e della Ndrangheta (13%). Minoritarie le altre, con la mafia pugliese (7%) che supera le aziende riconducibili ai gruppi della cosiddetta “Banda della Magliana” (4%). Come per gli immobili, le mafie investono esclusivamente nei territori di tradizionale presenza o anche al di fuori dei propri confini? La distribuzione geografica delle aziende confiscate al Centro – Sud conferma che ogni organizzazione investe, soprattutto, nel proprio territorio di origine e di tradizionale influenza, perché più semplice da controllare (come caso di “sconfinamento”, si segnala la confisca di aziende alla Camorra, nella zona del tarantino) e dove è necessario massimizzare il consenso. Quali sono i gruppi che investono di più al Nord? Sicuramente la Ndrangheta con 29 aziende sequestrate nell’hinterland di Milano e Cosa Nostra con 13. Solo 2 alla mafia pugliese. Al Nord le mafie si alleano anche con gruppi imprenditoriali per il management di attività legali. Quali i settori dove si concentrano i maggiori investimenti? Le aziende confiscate, riconducibili alla criminalità pugliese, sono prevalentemente attive nel comparto del commercio all'ingrosso e al dettaglio e della riparazione di autoveicoli e motocicli (39%). Seguono le categorie “alberghi, ristoranti, noleggio e informatica” al 12% e il campo della sanità al 9%. Le società a responsabilità limitata (46,7%) costituiscono la forma giuridica privilegiata per molte delle mafie italiane perché più facili da costituire e da gestire; utili per occultare la proprietà con ampio uso di partecipazioni incrociate e parenti come prestanome. Abbastanza gettonate anche le imprese individuali (23,1%), le società in accomandita semplice al 14,1%, le società in nome collettivo (8,6%) e le Spa (2%). Delle 130 aziende confiscate in Puglia (1983 – 2012), il 30,8% è rappresentato da imprese individuali; il 58.5% da società di capitale, l’ 8,5% da società di persone e l’ 1,5% da altre forme. Ma, oltre i numeri e le tabelle, la mafia si spiega raccontando anche ciò di cui ha fortemente bisogno per crescere. Ovvero di territori con scarse dotazioni infrastrutturali, caratterizzati da economie a basso livello tecnologico e bassa produttività del lavoro, in settori contraddistinti da imprese di dimensioni medio – piccole, fortemente deregolamentati o poco controllati e con un alto grado di coinvolgimento della Pubblica Amministrazione. In una parola, del Sud. E alla fine tutto torna. Articoli correlati: Mafia. Le mani sulla Puglia Lecce. Economia a rischio mafia Mafia locale. Business mondiale

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