Ilva. Se anche le banche storcono il naso

// INCHIESTA. I conti in tasca al Gruppo Riva. Tra prodotti sequestrati, commesse ritirate e “sforzi finanziari” per pagare gli stipendi

di Gabriele Caforio Il siderurgico tarantino è ormai da un anno nell'occhio del ciclone giudiziario, i lavoratori stanno già vivendo sulle loro buste paga i primi effetti. Su come andrà a finire, però, i dubbi sono ancora molti. Tuttavia, non fa ben sperare per il futuro neppure la crescita delle concorrenze dei produttori d'acciaio a livello mondiale. In questo quadro di incertezza e preoccupazioni, è bene cercare di capire la reale situazione economica del colosso milanese, padrone degli impianti pugliesi. Per farlo, partiamo dai conti del gruppo prima delle vicende del tormentato 2012. Un quadro riassuntivo degli investimenti fatti dai Riva dal 1995, anno della privatizzazione, ce lo fornisce il Centro Studi Siderweb. Il capitale investito in immobilizzazioni materiali, ovvero i beni durevoli nel tempo del gruppo, ammonta a 6,1 miliardi di euro, di questi 0,6 provenienti da soggetti terzi mentre i restanti 5,5 miliardi sono stati finanziati con mezzi propri. I mezzi propri dell'azienda sono da un lato gli utili della società, che hanno dato 1,4 miliardi di euro e dall'altro gli ammortamenti per i restanti 4,1 miliardi. Gli ammortamenti sono i ratei dei debiti del gruppo, come per il mutuo di una casa. Gli investimenti complessivi arrivati a Taranto arriverebbero a 4,6 miliardi di euro e, di questi, 1,1 miliardi destinati all'ambiente. Cifra, quest'ultima, che recentemente è stata anche oggetto di numerosi messaggi pubblicitari del Gruppo passati sia nelle televisioni locali che nei grandi cartelloni stradali. Spot a parte, però, il dato economico che probabilmente oggi preoccupa di più per il futuro tarantino è quello relativo all'indebitamento finanziario. Infatti, a fronte di un fatturato netto complessivo del Gruppo di poco superiore ai 10 miliardi di euro, di cui più della metà prodotto a Taranto (facile immaginare le ripercussioni di soli pochi mesi di fermo degli impianti sul totale), c'è il dato poco roseo degli indebitamenti. Sotto questo punto di vista il quotidiano economico Milano Finanza ha spulciato tra i bilanci del Gruppo Riva Fire facendo luce su alcune cifre particolari degli ultimi anni. Il totale dei debiti finanziari del gruppo è passato, tra alti e bassi, dagli 1,9 miliardi di euro del 2005 ai quasi 2,8 del 2011. I debiti finanziari non sono tutti uguali. Nel dato complessivo ci sono infatti sia quelli a breve termine verso banche, prestiti obbligazionari e finanziamenti, che quelli a lungo termine in scadenza da 1 a 5 anni. Ci sono altri due dati, poi, che non sono tra i più incoraggianti. Da un lato le disponibilità liquide (cioè i depositi attivi in banca) che sono passate dai 336 milioni di euro del 2005 ai 171 del 2011 e dall'altro il dato del margine operativo del gruppo. Quest'ultimo, forse tra i più importanti, è un indicatore del reddito di un'azienda basato sulla sua gestione caratteristica, cioè quella gestione necessaria allo svolgimento della sua attività principale; esso è il risultato dei ricavi meno i costi di produzione senza prendere ancora in considerazione tasse, ammortamenti e interessi finanziari. Nel caso dei Riva questo dato ha visibilmente seguito gli andamenti internazionali della crisi economica passando dai picchi di 1,3 miliardi di euro del 2007, alla negatività di 606 milioni di euro del 2009 ai soli 12 milioni in positivo del 2011. Tuttavia, gli unici dati rassicuranti, al netto dei capitali che il Gruppo Riva dispone nelle holding estere, sono quelli provenienti dal dato del patrimonio netto, cioè la consistenza di tutto il patrimonio di proprietà dell'azienda, che ammonta al 2011 a 4,2 miliardi di euro. Ferrante ha fatto sapere che l'Ilva, per pagare gli stipendi di gennaio ai lavoratori tarantini, ha già sostenuto un “grandissimo sforzo finanziario”. A dicembre, dai dati degli studi di PeaceLink, abbiamo scritto che gli interventi di ammodernamento degli impianti possono arrivare a costare tra i 3,5–4 miliardi di euro; stessa conferma dei costi necessari ad ottemperare alle prescrizioni ministeriali (3,5 mld) arriva sempre da Siderweb. La parte più consistente di questi investimenti, oltre a quelli già effettuati, si dovrebbe concentrare nei prossimi 3 anni. Se questi ammodernamenti venissero effettivamente realizzati tutti, allora gran parte del patrimonio che si legge nei bilanci verrebbe consumato dai lavori stessi. Se per fare i lavori sugli impianti bisogna rallentare la produzione, allora scendono pure le entrate. Nell'indagine di Milano Finanza abbiamo trovato anche i nomi di due delle banche creditrici nei confronti del Gruppo Riva ovvero Intesa San Paolo, che sembrerebbe la più esposta, e, più distante, la Banca Popolare di Bergamo (Gruppo Ubi). A complicare il futuro ci sono due ulteriori aspetti. C'è il braccio di ferro tra Procura della Repubblica di Taranto e azienda sui prodotti finiti sequestrati lo scorso 26 novembre, che avrebbero un valore di circa un miliardo di euro. Quando un prodotto finito è sotto sequestro, non può essere rivenduto ai clienti che lo hanno ordinato. Notizia recente, quella di un ordine di 25.000 tonnellate di tubi grezzi, del valore complessivo di 25 milioni di dollari, necessari alla costruzione di un oleodotto in Oklaoma che è stato già anato dal suo committente. Sui mercati dell'acciaio l'Ilva lascia così dei vuoti che farebbero gola alla concorrenza delle piccole imprese italiane e delle grandi fabbriche straniere. E poi, c'è il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sollevato sempre dalla Procura tarantina dinanzi alla Corte Costituzionale sulla legge 231 del 24 dicembre 2012 per la parte in cui consente all'Ilva di ritornare in possesso dell'acciaio sequestrato. Norma che ha convertito in legge il decreto n. 207 del 3 dicembre 2012 di cui abbiamo parlato a dicembre. In Italia, il potere di fare le leggi (legislativo) è in capo al governo, il potere di giudicare il comportamento di un cittadino dinanzi alla legge è dei giudici (giudiziario); questi poteri sono tra loro indipendenti, separati. Secondo la Procura, quindi, ci sarebbe un conflitto tra una legge del governo (la cosiddetta Salva-Ilva), che supera e ana un provvedimento giudiziario (il sequestro) scaturito da un'azione dei giudici. Legge che, sempre per la Procura, violerebbe anche la Carta dei diritti fondamentali della Ue in relazione all'art.3, diritto all'integrità fisica e psichica, e all'art.35, diritto alla salute. Non va dimenticato, inoltre, che il problema economico del siderurgico tarantino non è solo di carattere prettamente finanziario. I capitoli sulle bonifiche di un territorio gravemente compromesso, sia fuori che al di sotto della fabbrica, e quello dei danni alla salute di una popolazione falcidiata, secondo perizie e Registri Tumori, dalle emissioni inquinanti sono ancora tutti da aprire. Ma questa è un'altra storia. Fonti: http://www.rivagroup.com/it/datieconomicigrupporiva.aspx http://lists.peacelink.it/news/2012/12/msg00016.html http://www.ilvataranto.com/ Articoli correlati: Ilva, potere d’acciaio intrappolato tra magistratura e ministero Marescotti, PeaceLink: ‘Taranto è una città compromessa' Dentro i cancelli, ‘Nuovi sacrifici in vista' Chi sono i Riva L’Aia questa sconosciuta

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Info sull'autore

Gabriele Caforio

Laureato in Scienze Politiche - Politiche pubbliche. Collabora con PeaceLink e IlCorsaro.info. Quando è serio si interessa soprattutto di sviluppo sostenibile, ambiente e sociale altrimenti è sempre in bici!

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