Dentro i cancelli, ‘Nuovi sacrifici in vista’

// INCHIESTA. L’Ilva occupa 12mila lavoratori. Di questi,oggi circa 2.500, quelli impiegati nell’area a freddo, sono a casa. Bardinella, Fiom: “Attendiamo il piano industriale e prevediamo tempi difficili”

Di Gabriele Caforio Il Gruppo Riva, tra tutti i suoi stabilimenti, impiega ben 21.711 lavoratori (al 2011). Di questi circa 12.000 lavorano nel solo stabilimento Tarantino. Se i lavoratori di Taranto si fermano, quindi, l'effetto domino si propaga velocemente a tutto il resto del sistema produttivo dei Riva. Il 18 gennaio, c'è stato un vertice straordinario a Palazzo Chigi tra il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell'Interno, il Ministro dell'Ambiente, il Sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Vice-Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Sottosegretario di Stato presso il Ministero dello Sviluppo economico, il Presidente della Regione Puglia, i rappresentanti del Comune e della Provincia di Taranto, i Segretari confederali della CGIL, CISL, UIL e UGL, i rappresentanti della Confindustria e il Presidente dell'ILVA di Taranto. “Tutte le parti hanno dichiarato il convincimento che, nell'assoluto rispetto della Magistratura e nell'intento comune prioritario di tutelare l'ambiente e la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, ed in attesa del giudizio di costituzionalità in corso, debba essere applicata integralmente e immediatamente la legge (decreto-legge 3 dicembre 2012 n. 207 convertito in legge 24 dicembre 2012 n. 231) da parte di tutti i soggetti interessati, così da innescare il circolo virtuoso risanamento ambientale/tutela della salute/tutela dell'occupazione che deve risolvere il problema ILVA di Taranto”. “In quest'ottica le parti affermano che la legge, pur in pendenza del giudizio della Corte costituzionale, deve essere applicata dalle istituzioni e dall'azienda. L'azienda conferma il proprio impegno al rispetto delle prescrizioni dell'AIA e alla tutela dell'occupazione, sotto la vigilanza del Garante nominato dal Consiglio dei Ministri l'11 gennaio 2013, assicurando il regolare pagamento delle retribuzioni a tutti i lavoratori”. Il convincimento della necessaria applicazione della legge è stato ribadito nuovamente il 23 gennaio dallo stesso Ministro Clini, in una Taranto “blindata” dalle forze dell'ordine per la sua presenza. Secondo il Ministro la piena applicazione della legge prevede che l'azienda rientri nella piena disponibilità dei prodotti finiti sequestrati per la loro commercializzazione. Ma il braccio di ferro sui prodotti va avanti, Vendola aveva proposto la costituzione di un “lodo” (giuridicamente una soluzione di arbitri, extragiudiziale, che acquista efficacia di sentenza giudiziale) chiedendo all'azienda di presentare “subito istanza di dissequestro dei materiali finiti vincolando i ricavi della vendita al pagamento delle retribuzioni e all'avvio degli interventi di ambientalizzazione”. Istanza presentata dall'azienda il 22 gennaio e rifiutata dalla Procura. Intanto, i lavoratori chiedono chiarezza e garanzie di lungo termine. Non vogliono essere abbandonati. Tra ricorsi alla cassa integrazione e cali della produzione dovuti alla crisi, ai sequestri e ai fermi degli impianti la situazione è sempre più delicata ed incandescente. E ad allarmarsi è tutto l'indotto produttivo che lavora attorno all'Ilva, un appalto complessivo di circa 2.000 lavoratori a tempo indeterminato a cui vanno sommate alcune centinaia di lavoratori con contratti più brevi, alcuni durano anche solo pochi giorni. Questo è l'appalto di primo livello, quello delle aziende radicate sul territorio, poi si aggiungono altri due livelli di indotto. Il secondo è costituto dai siti della stessa Ilva che lavorano il prodotto tarantino, come ad esempio Genova dove ci sono circa altri 2.000 lavoratori. Poi infine, l'ultimo livello, più elastico, è costituito dalle innumerevoli imprese che rifiniscono, per conto terzi, il prodotto tarantino. Un esempio vicino a noi è la Lasim Spa di Lecce che ha 270 dipendenti ed effettua lavorazioni sussidiarie per le industrie meccaniche. La cassa integrazione guadagni (cig) è un istituto economico erogato dall'Inps. Può essere ordinaria, per contrazioni o sospensioni dell'attività produttiva per situazioni aziendali o eventi non imputabili all'imprenditore, o straordinaria, prevista invece per crisi economiche settoriali o locali, per ristrutturazioni, riorganizzazione o riconversioni aziendali. Esiste poi quella cosiddetta “in deroga” destinata a tutti quei lavoratori che non rientrano nelle altre tipologie di cassa, quindi a tutti i lavoratori subordinati, compresi apprendisti, lavoratori con contratto di somministrazione e lavoranti a domicilio, dipendenti di aziende che operino in determinati settori produttivi o specifiche aree regionali. Abbiamo chiesto a Francesco Bardinella, RSU Fiom di Taranto ed esecutivo di fabbrica all'Ilva, qualche chiarimento sullo stato dell'arte dentro i cancelli del colosso tarantino e sulle loro aspettative future. Francesco qual è, oggi, la situazione sulla cassa integrazione in Ilva? “Al momento, come cassa integrazione, c'è aperta una procedura per cig ordinaria per ‘crisi di mercato’; l'azienda l'ha richiesta per 13 settimane ai primi di novembre e dovrebbe esaurirsi ai primi di marzo. All'epoca, però, non c'è stato accordo sindacale, l'azienda ha proceduto unilateralmente. In seguito ne è stata aperta un'altra di procedura ordinaria, per ‘calamità naturale’, dopo il tornado del 28 novembre scorso, ma questa è in via di esaurimento, sono infatti già rientrati quasi tutti i lavoratori degli impianti danneggiati dal tornado. Infine, ne è stata richiesta una terza ‘in deroga’. Su questa, noi come Fiom, non sottoscriviamo un verbale d'intesa con l'azienda, a differenza di Film e Uilm; questa richiesta, infatti, è stata bocciata sia dal Ministero del lavoro che dalla Regione Puglia, quindi di fatto è l'azienda che dovrà farsi carico di tutti quei lavoratori. In totale a casa ci sono oggi circa 2.500 lavoratori, sono tutti lavoratori dell'area a freddo, area che è praticamente ferma, in quel settore è in marcia solo il treno nastri 2”. Quali previsioni ci sono per i prossimi mesi? “L'azienda, tramite il direttore dello stabilimento Adolfo Boffo, ci ha comunicato che con l'attuale produzione, al netto di scioperi, che è di 3 altoforni in marcia (su 5), probabilmente già per i primi di febbraio ci sono spiragli per la ripartenza di altri impianti come tubificio e laminatoio a freddo, con il conseguente rientro di alcune unità di lavoratori”. Dopo il riesame dell'AIA dello scorso ottobre l'azienda ha fermato l'Altoforno 1; gli adempimenti strutturali previsti sugli impianti sono partiti? “Hanno fermato anche le batterie 5 e 6. Sono poi in corso delle attività propedeutiche ad altri interventi strutturali e sono iniziate le attività di copertura dei nastri trasportatori. Nei prossimi mesi l'azienda deve presentare un progetto per la realizzazione della copertura dei parchi minerali, parliamo di 67 ettari di copertura, che dovrà farsi a breve ma ci vorrà un po' di tempo”. Che cosa vi aspettate dal prossimo piano industriale? “Il piano industriale non è solamente l'applicazione dell'AIA, dovrà essere corredato da tutto il piano di investimenti, dovranno dirci se i soldi li hanno oppure no. E di conseguenza, aspettiamo il piano di gestione del personale perché è evidente che, dovendo fare tutti gli interventi previsti dall'AIA e che sono emersi anche in seguito all'inchiesta della Magistratura, nei prossimi due anni si andrà incontro a cali di produzione anche maggiori rispetto a quelli che ci sono già oggi, legati alla crisi. Ci sarà da gestire tutto il personale di questi impianti quindi probabilmente ci sarà un sacrificio dei lavoratori rispetto a nuove procedure di cassa integrazione. É un sacrificio, tuttavia, che lì dove ci saranno prospettive e garanzie per il futuro dello stabilimento, sarà affrontato dai lavoratori con un approccio più costruttivo e sereno di quello odierno. Tutto dipende dall'Ilva, se presenta un piano industriale degno di questo nome, che garantisca prospettive per il futuro, allora si potrà uscire da questa situazione di emergenza che dura ormai da 6 mesi. È chiaro che dal giorno del sequestro dell'area caldo, il 26 luglio, l'azienda passi in avanti non ne ha fatti”. Articoli correlati: Ilva, potere d’acciaio intrappolato tra magistratura e ministero Marescotti, PeaceLink: ‘Taranto è una città compromessa' Ilva. Se anche le banche storcono il naso Chi sono i Riva L’Aia questa sconosciuta

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Info sull'autore

Gabriele Caforio

Laureato in Scienze Politiche - Politiche pubbliche. Collabora con PeaceLink e IlCorsaro.info. Quando è serio si interessa soprattutto di sviluppo sostenibile, ambiente e sociale altrimenti è sempre in bici!

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