La storia di Mario: ‘Vivo con 9 euro al giorno’

Casarano. Una pensione di invalidità da 278 euro al mese. Da far bastare per sé e sua moglie. Da quando non riceve i viveri dalla Croce rossa, tirare avanti è impossibile. Il suo desiderio? Un caffè al bar

CASARANO – “La vedi questa giacca? Era di un morto. Quando è morto, sua moglie mi ha chiesto se la volevo prendere io. Ed ho accettato. Che c’è di male? Mica gliel’ho rubata”. Mario (nome di fantasia) mi fa questa domanda, mentre mi indica il giubbotto che ha addosso. Intanto mi guarda negli occhi ed aspetta. Aspetta che gli dica che non c’è a di male ad indossare la giacca appartenuta ad un altro. Che lo liberi dall’imbarazzo che la confessione che mi ha appena fatto gli provoca. “Non c’è niente di male”, gli rispondo. E intanto mi chiedo quante volte avrà posto a se stesso quella domanda, prima di dirsi che non aveva altra scelta. “Un tempo c’era l’aiuto della Croce rossa, che provvedeva a distribuire viveri di prima necessità alle famiglie in difficoltà – mi spiega -. Ma, dopo quello che è successo in campagna elettorale, tutto è diventato più difficile”. La maggior parte delle 500 persone che ricevevano il sostegno dell’associazione lamentano infatti che la consegna dei viveri è stata bloccata e che ora non possono più contare su alcun aiuto. Si tratta di famiglie indigenti, che hanno entrate ben al di sotto di 500 euro mensili: minori, donne, anziani che vivono di stenti. Proprio qui, in Salento, dietro la casa di ciascuno di noi. Silenziosi e discreti, con grande dignità cercano di andare avanti. Fino a poco tempo fa ricevevano i viveri stoccati e inventariati con certosina precisione (in entrata e in uscita). Le materie deperibili come il formaggio, erano conservate in due grandi frigoriferi acquistati a spese proprie dalla responsabile della 'Componente femminile' della Croce rossa di Casarano, Annarita Miraglia. Era lei che, soprattuto, si occupava come volontaria della distribuzione del cibo, registrando e certificando ogni pacco che veniva dato. Era lei che le persone povere, poverissime, cercavano per avere il latte per i neonati, i pannolini, gli omogeneizzati. Ma dopo il fuoco incrociato delle accuse sotto campagna elettorale, il risultato è stato che a 500 persone sono venuti meno i viveri. Non vogliamo qui entrare nel merito delle querele reciproche che sono seguite, perché tutto è in mano agli avvocati. Solo una precisazione: dopo l'episodio sicuramente strumentalizzato in campagna elettorale, la Croce rossa nazionale ha avviato una sua indagine interna certificando nero su bianco che nessun comportamento illecito o poco trasparente è ravvisabile nella condotta della responsabile della Componente femminile della Croce rossa di Casarano. Tuttavia ci sono 500 persone che da allora non hanno da più mangiare. Perché? Uno di loro è Mario. Ha 56 anni, vive a Casarano con la moglie, che ne ha 52. Ed ha due figlie, di 33 e 24 anni: la prima è sposata ed ha due figli, di otto e dieci anni; la seconda convive con il compagno. Mario ha lavorato da quando aveva sei anni. Da quando, cioè, col motorino lo portavano in campagna, dove costruiva i muretti a secco. Ad otto anni ha iniziato a lavorare in officina ed a forgiare il ferro. Con le sue piccole mani costruiva i chiodi per fissare i tetti degli edifici. E presto ha imparato a saldare e si è specializzato in questo mestiere. Era dura, per i bambini. Perché a loro davano le maschere protettive più vecchie e con il vetro rotto e se si ribellavano, li mandavano via. 46 anni a saldare ed a domare il metallo e solo quattro anni di contributi versati dal “maestro”, il titolare. Che, sommati ai 22 anni di contributi versati da solo durante l’attività di commerciante ambulante, fanno 26 in tutto. Troppo pochi, perfino per la “pensione minima”. E infatti Mario non la riceve. E vive con 278 euro al mese, ovvero con la pensione di invalidità civile del 100%. I tanti anni di “fatica” hanno condannato troppo presto il suo corpo, che oggi si muove con difficoltà e non può essere sottoposto a sforzi. “Ho la schiena piena di ernie: ernie al disco, cinque ernie cervicali, quattro alla spina dorsale ed altre nella zona lombare. Poi ho il diabete, un problema di equilibrio alla gamba, una memoria da buttare, e sono a rischio ictus. E se non mi è ancora venuto, mi verrà presto”. Lo dice sorridendo, ma è lo stesso sorriso imbarazzato di prima, come a giustificarsi per essersi procurato da solo tutti quei malanni e per non aver potuto fare diversamente. “Ora sono in causa – mi spiega -. Perché la pensione è un mio diritto. Mi spettano 450 euro, così mi ha detto l’avvocato”. Provo velocemente a pensare a che cosa significhi vivere con 278 euro al mese. Ma Mario mi viene incontro: “Fare il calcolo è facile: ho 9 euro al giorno, che devono bastare per me e mia moglie. Io cerco di spenderne di meno, non più di 5 al giorno, e di mettere da parte gli altri. Ho una macchina, ma è sempre ferma. Pago il bollo e l’assicurazione, che ora è salita a 420 euro ogni sei mesi, ma non posso usarla perché non ho i soldi per la benzina. Esco in macchina solo quando è davvero necessario, altrimenti vado a piedi”. Significa non abbassare mai la guardia; contare e ricontare quei 5 euro al giorno, ripetersi che è meglio non superare la soglia stabilita; passare dritti per le vetrine dei negozi pensando che sono lì per gli altri ed anare ogni desiderio. Che cosa c’era nelle buste di viveri che ricevevi dalla Croce rossa? Riuscivi ad andare avanti? “Non c’erano i miracoli, ma per me era un aiuto. C’erano la pasta, il sugo, il formaggio. Così, riuscivo a mettere da parte i soldi risparmiati per la spesa e, a fine mese, potevo pagare una bolletta”. Ed adesso che il sostegno della Croce rossa è venuto meno, come fai? “Come faccio? Cerco ogni giorno il modo per tirare avanti. Un mio ‘compare’ mi permette di raccogliere la verdura selvatica nella sua campagna, così evito di comprarla. Quando faccio la spesa, controllo sempre le offerte e scelgo il supermercato dove i prodotti costano meno. Per il resto, mangio la carne, come tutti, ma scelgo il tacchino, che è economico. E invece di farlo macinare in negozio, lo macino da solo a casa. Per il pane, ho trovato un fornaio che per un euro me ne dà 30-40 kg. Così lo surgelo e lo mangio poco alla volta. E quando è vecchio, lo scaldo al fuoco e lo mangio la mattina col latte al posto delle fette biscottate. Poi, lo grattugio, così mia moglie prepara le polpette. E per non farlo ammuffire, lo metto al sole, nella rete per le cipolle. Per non soffrire il freddo, mettiamo il cappotto anche in casa. Abbiamo una stufa a gas, ma se l’accendiamo, consumiamo gas; e se accendiamo quella elettrica, consumiamo elettricità. Poi, di notte, si risvegliano tutti i dolori, soprattutto alle ginocchia. E così non si dorme. Ma, anche senza dolori, non è facile prendere sonno. Non compro un paio di pantaloni da 30 anni. Non posso fare una passeggiata al mare, non ho mai mangiato fuori. Trascorro le mie giornate in casa perché uscire significa spendere soldi e io non ne ho. Con i soldi che mi sono arrivati dopo un infortunio sul lavoro – sono caduto da un terrazzo – ho comprato i mobili per casa di mia figlia; non ho tenuto per me nemmeno un euro. Altrimenti come avrei fatto a ‘sistemarla’? Ho pensato a lei ed a me no, ma ogni padre avrebbe fatto così e non me ne pento. Di buono, in questa situazione, c’è che i soldi non mi fanno più effetto. Solo che, ogni tanto, vorrei averli e penso di averne diritto, come gli altri. Ma se la vita mia è questa, che cosa posso fare? Arrendermi? Per fortuna la morte mi fa schifo e allora continuo a lottare”. Chi ti aiuta? “Gesù Cristo. Nessun altro. E ciò che mi fa rabbia più di ogni altra cosa è essere compatito o non essere creduto. Io non voglio fare pena a nessuno. C’è chi si dice bisognoso e poi se ne va in giro con la sigaretta in bocca. Io non me lo posso permettere. E infatti ho rinunciato a tutto. I volontari della Croce rossa mi hanno aiutato molto, senza mai chiedere a. E da quando mancano le buste di viveri, far quadrare i conti è diventato ancora più difficile. Così mentre noi abbiamo bisogno di tutto, nella sede dell’associazione ci sono tanti prodotti, stipati, che non possono essere distribuiti”. Che cosa ti piacerebbe concederti, almeno una volta? “Un caffè al bar”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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