Fondazioni politiche. Pisicchio: ‘Bilanci trasparenti’

 

Roma. L’esponente di Alleanza per l’Italia propone che fondazioni ‘politiche’ non abbiano le stesse facilitazioni fiscali di quelle sociali o culturali

ROMA – La disaffezione dei cittadini verso i partiti sembra ormai quasi irreversibile. Eloquenti, in tal senso, sono state le recenti elezioni regionali siciliane, dove il 72% dell’elettorato ha preferito non dare il proprio appoggio ai partiti tradizionali, standosene a casa o votando il Movimento 5 Stelle, simbolo di quella democrazia liquida che in molti considerano come la soluzione di tutti i mali della politica. Oltre ad essere investiti da scandali di ogni tipo, dalla corruzione alla gestione truffaldina dei finanziamenti pubblici passando per i bunga-bunga e i continui ricorsi alle norme ad personam, i partiti da luogo di confronto e dialettica politica si sono sempre più identificati, negli ultimi anni, con la figura di un leader, molto spesso caratterizzato da forti connotati populistici, che assieme ad un cosiddetto “cerchio magico” ha gestito in piena autonomia il processo di selezione delle candidature e non solo. Contemporaneamente hanno acquisito un ruolo non secondario le fondazioni politiche, sviluppatesi in numero abnorme indipendentemente dal partito di riferimento, divenute i nuovi strumenti di formazione e dialettica politica. Ma quanto denaro transita all’interno delle fondazioni politiche? E soprattutto da dove provengono i contributi e le donazioni ad esse destinate? E perché le fondazioni politiche, al pari ad esempio di quelle culturali e sociali, possono contare su importanti benefici fiscali e godere in maniera illimitata di una sostanziale extraterritorialità rispetto all’obbligo, riconosciuto invece teoricamente in capo ai partiti, di denunciare tutti i contributi ricevuti? L’onorevole di Alleanza per L’Italia Pino Pisicchio ha presentato una proposta di legge, la n. 3962, per la regolamentazione delle fondazioni politiche. “La mia iniziativa – afferma Pisicchio – prevede l’obbligo di pubblicazione dei bilanci ed è volta a garantire che le fondazioni politiche non abbiano le stesse ‘esimenti fiscali’ che oggi l’ordinamento riconosce alle fondazioni vocate a finalità sociali o culturali. Ho paura però – conclude – che la legislatura spirerà prima che si riesca ad approvarla”. Nella relazione illustrativa della sua proposta di legge si fa riferimento allo scadimento organizzativo e culturale del Partito come luogo di formazione e di dibattito interno, e alla contemporanea ascesa delle fondazioni politiche come nuovo strumento di dialettica intra-partitica. Il nostro ordinamento giuridico prevede che l’istituto della fondazione, indipendentemente dalle sue finalità, goda di molti vantaggi, non solo fiscali. Fino a questo momento hanno, pertanto, goduto di questi vantaggi, al pari ad esempio delle fondazioni sociali e culturali, anche quelle politiche. La sua proposta di legge intende porre rimedio a questa distorsione? “La forma partito è ormai diventata liquida, devitalizzata, spogliata delle sue ragioni fondamentali. Tra queste la capacità di farsi luogo di partecipazione, per consentire il ‘concorso con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale’, come dice l’articolo 49 della Costituzione e come è avvenuto in Italia, soprattutto nella cosiddetta ‘prima Repubblica’, e di formazione della classe politica dirigente. Siamo di fronte invece a partiti ‘personali’, come dice il politologo Calise, o, peggio, agglomerati occasionali generati dall’implosione della politica. Il peggio, poi, l’hanno fatto le leggi elettorali sciagurate che hanno sempre di più marcato la distanza tra politica e cittadini. La straordinaria proliferazione delle fondazioni politiche rappresenta un tentativo di risposta a tutto questo, talvolta espressa con intenti sinceramente volti alla ricerca di un’alternativa al vuoto di proposta e di formazione che i partiti fanno registrare, talvolta, invece, messe in piedi con l’intento meno commendevole di costruire una struttura giuridica capace di divenire collettore di risorse. Sono, comunque sintomo di una difficoltà dei partiti e della politica. Io ho studiato questo fenomeno anche dal punto di vista giuridico-formale, pubblicando l’anno scorso un lavoro scientifico edito dall’istituto di diritto pubblico dell’università di Bari per Cacucci, dal titolo, appunto ‘Le fondazioni politiche in Italia’. La proposta di legge, che è il precipitato sul piano legislativo di quella ricerca, tende a far sì che le fondazioni ‘politiche’ non abbiano le stesse ‘esimenti fiscali’ che oggi l’ordinamento riconosce alle fondazioni vocate a finalità sociali o culturali. E soprattutto chiede la pubblicazione dei bilanci”. E’ indubbio che uno dei problemi della politica attuale sia rappresentato dal denaro transitante nelle fondazioni politiche, ormai circa un centinaio, in gran parte diventate vero e proprio bancomat della politica, nonché le difficoltà nell’individuazione dei veri finanziatori delle stesse (imprenditori ma anche società ed imprese pubbliche). Non crede sia necessario garantire su questo versante maggiore trasparenza? La sua proposta di legge affronta questa problematica? “La mia proposta di legge è molto rigorosa sotto il profilo della trasparenza, ma aggiunge anche un limite alla proliferazione degli istituti fondazionali: non più di uno per partito. E prevede, guardando al modello tedesco, che facciano formazione: il male della politica dei nostri giorni è la cattiva qualità, l’incompetenza del ceto dirigente, la sua inadeguatezza causata dalla mancanza di formazione adeguata, che prima veniva svolta dai partiti ed oggi affidata al caso o al buon cuore dei capi”. A che punto sono i lavori in Commissione Affari Costituzionali? “La mia proposta è sul tavolo del dibattito sulla riforma del partito politico. Ho paura che spirerà la legislatura prima che si riesca ad approvarla”. Mi consenta, infine un’ultima generale riflessione sulla crisi del sistema dei partiti, dovuta anche e soprattutto alla scarsa competenza e moralità dei rappresentanti politici. Come dovrebbe essere selezionata, secondo Lei, la nuova classe dirigente? “Ne facevo cenno prima. C’è un nesso evidente tra incapacità e leggi elettorali che facilitano la cooptazione. Lasciamo stare la moralità che è questione che appartiene alle coscienze ma è però anche vero che la cultura del bene comune aiuta anche a costruire una solidità etica. Ma questo tipo di cultura oggi non c’è. Se la gente può scegliere la rappresentanza evidentemente non va ad indicare i più incapaci e i più amorali. Quindi il primo passo è leggi elettorali che consentano la selezione e il controllo. Ma resta la questione centrale della rivitalizzazione del partito politico come veicolo di democrazia: non c’è agorà telematica, non c’è movimento, comitato, gruppo sociale che possa sostituire la democrazia di partito, nelle società complesse. Se non rimettiamo mano alla democrazia interna dei partiti non ne verremo mai fuori”.

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