Donne al ‘Centro’. Senza fondi dal Comune

Lecce. La struttura antiviolenza “Renata Fonte” ha raccolto, nell’ultimo anno, 720 richieste di aiuto per maltrattamenti in famiglia, stalking e abusi sessuali. Eppure è la più “sottopagata” d’Italia

LECCE – Ascolto, consulenze, orientamento e sostegno. Il “Centro Antiviolenza – Renata Fonte” di Lecce accompagna le donne a venir fuori dal tunnel degli abusi in cui gli uomini peggiori le hanno confinate. E lo fa grazie all’associazione “Donne Insieme” Onlus, dal 1998, quando venne promossa la rete antiviolenza nazionale dal Ministero per la Pari Opportunità attraverso il progetto “Urban” che coinvolse alcune città italiane. Tra queste Lecce, nelle prime otto ad aver aderito al progetto “Urban” e al programma di iniziativa comunitaria “Pic Urban Italia 1994/1999”. Il “Centro”, durante questi 14 anni, si è dedicato all’assistenza sociale e socio – sanitaria prendendo in carico le vittime di violenze. E il tutto non senza difficoltà. Ne siamo testimoni fin dal nostro arrivo, con la porta d’ingresso che necessita di essere messa in sicurezza, l’assenza di illuminazione nelle stanze in cui avvengono i colloqui e dove si riuniscono i gruppi di auto – aiuto (si supplisce, al momento, con una lampada alogena) e la mancanza di materiale essenziale per il funzionamento di computer e stampante. Il Centro, infatti, non percepisce il contributo del Comune (con cui ha stipulato una convenzione che attende di essere rinnovata) dal maggio 2011. Dei Centri afferenti alla Rete Nazionale Antiviolenza del Ministero delle Pari Opportunità, all’Associazione regionale dei Centri e inseriti nella mappatura del 1522 (Numero Verde Nazionale), “il nostro – riferisce la Presidente Maria Luisa Toto – è quello più sottopagato d’Italia”. In un documento consultabile sulla bacheca del profilo Facebook della struttura, Toto risponde al sindaco Perrone: “riguardo la convenzione – precisa la presidente – ricordo che è stata stipulata il 20 maggio del 2004 prevedendo l’assegnazione della sede nel Conservatorio Sant’Anna e un contributo economico di circa 800,00 euro al mese come rimborso spese per le attività svolte. Dal 2008 in poi si è sempre creata una confusione tra i tempi della convenzione, il riconoscimento del contributo e le rispettive delibere. Come da riscontro cartaceo (protocollato e in possesso del ‘Centro’ e degli Uffici comunali) il contributo economico non viene erogato da maggio 2011. Esiste invece una delibera (l’ultima) con convenzione allegata: la delibera riconosce il contributo drasticamente ridotto” (dimezzato fino a circa 400 euro “senza nota scritta”) “dal maggio 2010 al maggio del 2011 e la convenzione che va da dicembre 2012 a dicembre 2013”. Alla luce di ciò, la presidente auspica un incontro con il primo cittadino, chiede al sindaco di sanare la situazione economica pregressa (“le attività quotidiane a sostegno di tante donne, bambine e bambini, sono finanziate personalmente da tutte noi operatrici”) e di rinnovare la convenzione non annualmente, ma per tre anni come avviene per tutti i “Centri” in Italia e in Europa, perché la durata della “presa in carico di una donna” va da un minimo di tre anni in poi. Nonostante gli evidenti problemi, le attività vanno avanti lo stesso, grazie all’impegno dello staff che anima la struttura con abnegazione. E proprio in nome dell’impegno sociale che porta vanti, a Maria Luisa Toto è stato conferito il prestigioso premio internazionale “Minerva” che ritirerà a Roma, in Campidoglio, il prossimo 27 novembre. Oltre alla presidente, anche altre operatrici svolgono attività di volontariato presso la struttura. Sono le avvocate Fiorindina De Carlo e Stefania Mercaldi, la psicologa/psicoterapeuta, Viviana Politi, l’assistente sociale, Francesca Pastore, le educatrici professionali Alessandra Quarta e Federica Sabato (anche Counselor) e la ricercatrice dell’Università del Salento, Sara Invitto. Le procedure utilizzate dalle operatrici iniziano con una fase di prima accoglienza, in cui viene raccolta la richiesta di aiuto tramite ascolto telefonico. Il numero di riferimento è il 1522 che poi inoltra la chiamata al Centro di competenza. Nel primo colloquio, la donna racconta di sé senza rivelare la propria identità. La richiesta di ascolto telefonico può reiterarsi fino al 1° appuntamento. Durante questa fase, la donna dovrà sentirsi protetta e mai giudicata. Le volontarie comunicheranno vicinanza e solidarietà, oltre che fiducia, per l’importanza del riconoscersi in una rete di solidarietà di genere. Nella fase del racconto, le operatrici dovranno rispettare i tempi e il “non detto” della vittima, definendo, alla fine, la richiesta di aiuto e la valutazione del rischio. Durante gli ascolti successivi, in accordo con la vittima, si discuterà degli interventi da mettere in atto (fase di orientamento con percorso di aiuto) e la donna sarà resa consapevole delle opportunità di cui disporre (leggi, strumenti e servizi presenti sul territorio). La consulenza e il sostegno legale hanno l’obiettivo di consentire alle donne (e ai loro figli) di conoscere i propri diritti e le eventuali responsabilità, supportandoli e offrendo loro cura e appoggio per tutto l’iter legale (denunce penali, ricorsi per separazione giudiziale). La consulenza e il sostegno psicologico ed educativo offre, invece, strumenti per aiutare la donna (i figli e la rete familiare) a elaborare la situazione di disagio e nel ridisegnare un progetto di vita fino alla totale autodeterminazione. Infatti, in tale modo, si individuano i problemi da affrontare, le risorse necessarie, i tempi e i modi atti a consentirne la soluzione. Se è necessario, si effettuano anche attività di accompagnamento: le operatrici si recano con la persona e/o la rete familiare presso le strutture di emergenza (Pronto soccorso e Forze dell’ordine) o in altre strutture pubbliche come Servizi Ausl, Procura, e Tribunale. Presso l’Autorità Giudiziaria e presso il Tribunale, la presidente del “Centro”, in qualità di persona informata sui fatti, testimonia e depone (durante la fase di indagine preliminare e successivamente come prova testimoniale) nei casi di denuncia e nei procedimenti legali. Se la donna che si rivolge al “Centro” ha figli minori, è assistita legalmente presso il Tribunale dei Minori e sostenuta nei rapporti con i servizi sociali. Il Centro, in pratica, aiuta i figli attraverso le madri. La struttura è aperta cinque giorni alla settimana per poter soddisfare sia le richieste di aiuto in modo più organico e sistematico, sia per gli incontri di équipe in merito alla discussione dei casi e sulle strategie e modalità di intervento. La reperibilità, invece, è garantita h24 sul cellulare di servizio per le emergenze (338/2518901).

Centro Renata Fonte

// I numeri Il “Centro”, nell’anno 2011-2012, ha raccolto 720 richieste di aiuto per reati di maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale. Le donne che si sono rivolte alla struttura hanno tra i 20 e i 50 anni. Il contatto è avvenuto attraverso il numero verde nazionale 1522 (60% dei casi), internet (30%), incontri di prevenzione (10%). Il 40% ha richiesto la presa in carico, iniziando un percorso di denuncia e usufruendo dei servizi di assistenza legale, colloqui psicologici, accompagnamento – se richiesto – presso le strutture di emergenza e servizio di testimonianza nei procedimenti penali, da parte delle operatrici del Centro (la Presidente nel nostro caso) in quanto persone informate sui fatti; il 35% ha dichiarato di non voler denunciare, ma usufruire dei colloqui; il 25% ha richiesto informazioni, anche di carattere legale, ma non ha proceduto alla presa in carico. Le donne che rientrano nelle ultime due percentuali hanno addotto, come motivo di mancata denuncia, la paura di non ricevere adeguata protezione per la propria incolumità e, al tempo stesso, di suscitare reazioni aggressive da parte del “carnefice”. I dati raccolti confermano che la violenza è perpetrata soprattutto all’interno del contesto familiare. Il 95% di donne dichiara di avere subito violenza da parte del partner o ex partner e solo il 5% da parte di conoscenti o estranei. Le forme di violenza sono, nell’80% dei casi, fisica e psicologica, nel 20% sessuale. L’elemento “innovativo” è che il reato di violenza sessuale, all’interno della coppia, non viene percepito subito come tale, ma come dovere coniugale. Solo dopo un percorso di elaborazione, le donne riconoscono di avere avuto rapporti contro la propria volontà. Il dato induce a constatare che la violenza sessuale è sempre presente nelle relazioni violente. La violenza è trasversale, ma si riscontra maggiore propensione alla denuncia nelle donne appartenenti a ceti medi. Le donne dei ceti medio-alti non sono propense alla denuncia per “il prestigio” della famiglia. Nei ceti socialmente bassi le donne non denunciano perché, si è notato, sono ancorate al concetto di “omertà”. Il 90% delle donne non è produttrice di reddito, il 10%, nonostante abbia un’occupazione, non dispone di risorse economiche in quanto il partner continua a impedirle la gestione dello stipendio. // Le misure da adottare In base ai dati esposti, emerge la necessità di dotare il Centro di una “Casa Rifugio” (a indirizzo segreto) per ospitare donne che decidono di sottrarsi alla violenza con i loro figli; creare una rete di protezione per la prevenzione e il contrasto alla violenza con il coinvolgimento di Prefettura, Forze dell’Ordine, Magistratura, Servizi Sociali Territoriali e Pronto Soccorso; garantire adeguata situazione abitativa alle donne e ai loro figli, ad esempio, attraverso la previsione – nei bandi di assegnazione di alloggi – di un punteggio adeguato per chi segue un percorso di uscita dalla violenza; istituire un “fondo speciale” per le donne che non hanno autonomia economica, né occupazione e con figli a carico. Per informazioni: Sito web “Donne Insieme” (http://www.donne-insieme.it/index.htm) Contatti telefonici Numero Verde Nazionale 1522 Numero Verde Locale 800 098 822 Telefono “Centro” 0832/305767

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