Confindustria. Le proposte delle imprese

Lecce. L’intervento di Piernicola Leone De Castris all’assemblea pubblica annuale

LECCE – Le aspettative e le proposte delle imprese nel delicato scenario economico di oggi. Le ha illustrate il presidente di Confindustria Piernicola Leone De Castris, nel suo intervento all’assemblea annuale che si è tenuta stamattina al Teatro Paisiello alla presenza del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Ecco l’intervento integrale di Leone De Castris: Autorità, Gentili ospiti, Cari Colleghi, ringrazio tutti per aver accolto l'invito a partecipare ai lavori dell'Assemblea pubblica annuale di Confindustria Lecce. Consentitemi un ringraziamento particolare al Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che chiuderà i lavori di questa mattina, fornendo, proprio grazie alla sua ottica privilegiata, importanti spunti di riflessione. E’ un piacere ed un onore poterla ospitare nella nostra bella città, in questo Teatro, tanto ricco di storia, fascino e cultura. La sua presenza è sintomo dell’attenzione riservata da Confindustria alla nostra terra, al Sud, soprattutto in un momento così delicato ed impegnativo per tutti: imprenditori, professionisti, amministratori, famiglie, lavoratori. Un grazie anche agli illustri relatori che con i loro interventi contribuiranno a conferire concretezza a quanto si dibatterà oggi. Permettetemi un saluto, inoltre, a tutti i rappresentanti istituzionali e del territorio, ai giornalisti, ai tanti amici che vedo in platea e sui palchi, perché con la loro partecipazione renderanno ancora più significativo il confronto odierno e contribuiranno a diffondere le istanze che emergeranno. Siamo in una fase delicata. Il sistema economico, cari Presidenti delle Associazioni Confindustriali di Puglia, Cari colleghi, desta notevoli preoccupazioni. E’ sotto gli occhi di tutti la grave situazione in cui versano le imprese, sulle quali incombono problematiche economiche e sociali; vere e proprie emergenze sulle quali occorre intervenire in fretta, per prevenire il collasso dell’economia nel suo complesso. Grande è l’apprensione per gli effetti che l’attuale crisi – originata dalle derive finanziarie mondiali e aggravata dalle conseguenze perverse della globalizzazione – sta portando al nostro Paese. L’Italia subisce le conseguenze della precarietà dell’euro e di una gestione delle politiche di risanamento eccessivamente sbilanciate sulla restrizione e sul rigore e non sulla crescita. Come evidenziato dai dati diffusi dai più importanti Centri di analisi economica, non ultimo il Centro Studi di Confindustria, la diminuzione del Pil prosegue e sono in ribasso tutti gli indicatori congiunturali. Devono far riflettere altresì i dati relativi alla mortalità delle imprese nel Sud, con 340 mila aziende fallite in due anni. Siamo di fronte ad una situazione davvero difficile, che necessita di una forte presa di coscienza sia a livello locale, sia nazionale ed europeo, per rimettere le imprese nelle condizioni di risollevarsi, per non compromettere i traguardi raggiunti e per consentire di superare definitivamente la congiuntura economica. C’è un grido di allarme che non deve rimanere inascoltato. Non si può permettere che l’inestimabile patrimonio di produzioni italiane e per quanto ci riguarda pugliesi e salentine – dal manifatturiero alla moda, dal metalmeccanico all’aeronautico, dall’alimentare all’arredo, per non parlare di comparti quali turismo, edilizia, salute e benessere – venga perduto. Non possiamo permettere che la qualità dei nostri professionisti e collaboratori venga vanificata a causa dell’emorragia occupazionale a cui, purtroppo, stiamo assistendo ormai da diverso tempo! La nostra industria ha le carte in regola per giocare la propria partita a livello globale. A patto che tutti si mettano a lavorare nella stessa direzione. Siamo stanchi del diffuso clima anti impresa in cui siamo costretti ad operare; siamo in una situazione nella quale non possiamo permetterci di puntare l’indice l’un contro l’altro: deve prevalere il senso di responsabilità. Le imprese stanno facendo e continueranno a fare per intero il loro dovere. Il mondo è cambiato, le regole del gioco sono mutate. Paesi fino a qualche tempo fa definiti emergenti sono le prossime “terre da esplorare”, l’obiettivo delle nostre imprese. E’ necessario però mettere queste ultime nelle condizioni di poter indagare quei mercati, sostenendone gli sforzi ed agevolandone i programmi, piuttosto che appesantendole con cavilli burocratici. Il nostro Paese ha bisogno di nuove regole e del rispetto delle stesse; di leggi chiare e durevoli nel tempo, di tagli netti ai costi della politica e delle Istituzioni, di innovazione in alcuni istituti del welfare, di una riforma del Lavoro che stimoli la produttività, non freni il dinamismo imprenditoriale e premi i lavoratori. Il nostro Paese necessita di una minore pressione fiscale, di un sistema bancario che creda e per questo investa nell’imprenditoria, di opportunità per i giovani. La nostra classe dirigente è chiamata a trovare soluzioni che rimettano il Paese nelle condizioni di competere e creare occasioni di sviluppo, ma soprattutto è chiamata a formare chi governerà nel futuro. Non si può e non si deve lasciare a al caso. Occorre agire. In gioco c’è il futuro nostro e delle prossime generazioni. Stiamo vivendo una fase di transizione che si caratterizza per la sua complessità. La caduta della domanda interna, la rarefazione del risparmio e, di conseguenza, il quadro economico rispecchiano tutte le incertezze legate all’esito della prossima competizione elettorale nazionale. Assistiamo, pertanto, ad un continuo contrarsi del PIL italiano e delle diverse regioni. A ciò si aggiunge l’incognita della gestione politica europea, per quanto concerne la crisi, e delle politiche di aggiustamento dei bilanci e dei conti pubblici dei singoli Paesi. Tutto ciò non fa altro che deprimere la domanda di famiglie e imprese e comprimere la disponibilità di credito. E’ un circolo vizioso, purtroppo, che blocca gli investimenti, anche quelli in innovazione e ricerca o sui giovani. Uscire da questo impasse richiederà sforzi multipli congiunti, che partono dalla considerazione che il sistema mondo corre ad una velocità alla quale non siamo abituati. Non è tempo di esitare: dobbiamo adeguarci per non restare indietro. I passi avanti compiuti dalla politica europea ed italiana in merito alla messa in sicurezza del debito ed alla riduzione del rischio di dissolvimento della moneta unica, non sono stati sufficienti a rilanciare la crescita. Anzi, su questo versante, aspettiamo ancora interventi incisivi da parte del Governo. Su questo fronte, a nome del sistema imprenditoriale, Presidente, faccio un accorato appello, affinchè presto vengano adottate tutte le misure necessarie per riprendere a lavorare con una visione di futuro. Le imprese hanno bisogno di semplificazione e di strumenti snelli per potersi internazionalizzare e per crescere. Hanno bisogno di recuperare per intero la propria capacità competitiva, ripristinando condizioni favorevoli alla crescita della produttività, che ci riavvicinino agli standard dei Paesi più forti. Le imprese hanno urgenza, quindi, di costi contenuti sul fronte dell’energia e della logistica, ma anche di un cuneo fiscale sopportabile, di contratti ed accordi sindacali che favoriscano la produttività aziendale. Le attese. Le imprese hanno bisogno di uno Stato a loro vicino che favorisca la competizione e stimoli le migliori a trainare l’economia. Un Paese nel quale la creatività ed i cervelli migliori trovino giusti spazi e meriti per lavorare. L’auspicio è che a livello di governo europeo prima e nazionale poi, si mettano finalmente a punto una serie di provvedimenti urgenti e indispensabili per restituire il naturale dinamismo alla nostra economia. In particolare, restano forti le attese nei confronti della Banca Centrale Europea, la cui azione deve concentrarsi non solo sul sostegno e sulla garanzia dei debiti degli Stati europei ma anche sulla finalizzazione delle risorse finanziarie erogate alle banche nazionali, affinché non finiscano esclusivamente con l’incentivare l’acquisto di titoli pubblici, ma vengano riservate al finanziamento delle imprese. Non è tollerabile, infatti, che il tasso di sconto applicato dalla Bce sia oggi dello 0,75% mentre le imprese, quando anche riescono ad ottenere credito, lo acquistano a tassi fuori mercato, che si collocano in una forbice tra il 7 e l’11 o 12%! E’ necessario poi intervenire sulla questione del credit crunch. La restrizione del credito è una patologia da correggere con urgenza per ridare ossigeno alle imprese. In tale ambito, un ruolo determinante deve essere ricoperto dai Confidi che sono chiamati non solo a prestare garanzie per gli investimenti ma anche a favorire l’incremento del circolante. Positivo, seppure non esaustivo, appare il provvedimento della Regione Puglia che ha destinato 100 milioni di euro per i Confidi, auspicando che tale flusso possa trovare un’immediata ed efficace ricaduta sul territorio. Basta citare alcuni dati sulla restrizione del credito in Italia per avere un quadro chiaro: in maggio, il Paese ha visto scendere la percentuale dei prestiti alle imprese dello 0,7%, dopo il tenue recupero di aprile che aveva interrotto sei mesi di cali consecutivi. Il 32,9% delle imprese italiane registra poi condizioni di credito peggiori nel II trimestre e il 26,1% liquidità insufficiente per il III, come recentemente indicato da Banca d’Italia e Sole 24 Ore. I tassi, contestualmente, si mantengono alti per le piccole e medie imprese, rendendo difficile continuare l’attività. Tutto ciò naturalmente, deriva dalle difficoltà stesse del sistema bancario, dovute a carenza di liquidità, raccolta onerosa, perdite su titoli, sofferenze su crediti, ecc. Tali problematiche sono certamente molto più acuite nei paesi maggiormente colpiti dalla “mala gestione” europea della crisi dei debiti pubblici, gravi soprattutto in Spagna. E’ necessario procedere con provvedimenti che affrontino il problema della restrizione del credito e della liquidità delle imprese. Il sistema economico salentino. Il nostro sistema industriale, caratterizzato storicamente da piccole e medie imprese che operavano nei settori tradizionali, ad alto tasso di manodopera e basso contenuto tecnologico, ha subito più di altre realtà gli effetti ed i contraccolpi della globalizzazione. Inevitabilmente, le imprese salentine, a partire dal 2001, hanno dovuto affrontare un duro e, allo stesso tempo, doloroso processo di selezione, finalizzato al riposizionamento qualitativo, che ha determinato anche una pesante emorragia occupazionale. I comparti maturi come la moda (il vecchio TAC – Tessile, Abbigliamento e Calzaturiero), il Legno-Arredo, l’Alimentare, hanno intrapreso e stanno tuttora completando un processo di riposizionamento sulle fasce alte e medio – alte del mercato. Questo processo, però, sta facendo i conti con costi piuttosto elevati in termini di occupazione ma anche di valore aggiunto complessivo. Fortunatamente si stanno contestualmente rafforzando settori ad alto valore aggiunto come il Metalmeccanico, la Meccatronica, l’Information Technology ed anche settori fino a ieri non particolarmente sviluppati come l’Aeronautica e l’Aerospaziale. Comparti come Turismo, Accoglienza e Benessere contribuiscono ad accrescere il Pil provinciale e, in sinergia con un Agroalimentare che nonostante tutto registra trend incoraggianti, stanno rendendo famoso il “made in Salento” nel mondo. Nel Territorio, inoltre, nonostante un contesto di generale debolezza e ritardo, sono presenti numerosi fattori positivi: elevata vocazione produttiva nel settore manifatturiero e d’impresa; persistenza di un elevato grado di concentrazione di piccole e medie imprese; notevole dinamismo del settore Terziario; posizione geografica vantaggiosa rispetto ai Paesi del bacino Mediterraneo; buon livello di sicurezza; qualificazione professionale della forza lavoro; presenza di un polo d’eccellenza universitario che opera nel campo della ricerca e innovazione con importanti funzioni di raccordo con il sistema produttivo locale. In questo contesto, l’imprenditoria salentina è riuscita ad avviare, anche grazie a partnership con l’Università del Salento ed altri centri di ricerca, una riorganizzazione produttiva, manageriale e finanziaria, volta allo sviluppo di marchi e processi produttivi ma anche di nuovi settori ed attività, che privilegiano la nascita e lo sviluppo di attività brain intensive, come risposta all’ormai superato modello tradizionale di specializzazione produttiva basato su attività a medio-basso contenuto di conoscenza. Energia, Materiali Innovativi, Metalmeccanica, Aeronautica, Avionica, Aerospaziale, Farmaceutica, Nautica, Ict, Comunicazione, Turismo, Salute e Benessere, sono tutti comparti nei quali l’economia salentina è attrezzata per giocare, già nell’oggi, un ruolo da protagonista. Desta più di qualche preoccupazione la pesante emorragia occupazionale dovuta al processo di selezione e riqualificazione del comparto calzaturiero che stiamo cercando di affrontare insieme alle Istituzioni locali e regionali. Certo è che il momento è davvero difficile. La crisi internazionale ha acuito un problema, quello del credito, di cui si avvertivano già le avvisaglie nel 2008 e nel 2009. L’attuale grande crisi di liquidità delle imprese, resa ancora più forte dalla impossibilità della stessa Pubblica Amministrazione a garantire i pagamenti entro tempi ragionevoli, completa il quadro di una Terra che deve necessariamente, con il contributo di tutti – Imprese, Istituzioni, Parti Sociali, Cittadini – porre le basi per una decisiva fuoriuscita dalla crisi. Occorre impostare tutti insieme una nuova politica di sviluppo che punti su settori ad alto valore aggiunto che valorizzino contestualmente le specificità e le straordinarie qualità del nostro territorio. Solo mediante investimenti in un manifatturiero di eccellenza si potrà, infatti, recuperare in competitività e riuscire a dare risposte certe alla manodopera professionale e qualificata di cui attualmente il nostro territorio dispone. Allo stesso tempo, stante l’appeal straordinario che la cultura, l’arte, la natura salentina destano nel pubblico internazionale, occorre investire nel comparto del turismo ed in quelli ad esso connessi: agricoltura, cultura ed agroindustria possono essere un punto di partenza per una risposta efficace alla crisi. // Le proposte Credito E’ fondamentale il superamento di un rapporto oggettivamente debole tra due soggetti distanti fra loro, la banca e l’impresa, muovendosi con determinazione verso l’abbattimento delle barriere informative e superando tutti quegli elementi deteriori di opacità, frammentazione e fragilità nella relazione informativa ed operativa con le banche. Sul fronte delle garanzie occorre spingere sull’utilizzo di strumenti come i Confidi o il Fondo nazionale di garanzia per le PMI, che forniscono sostegno per le più svariate esigenze finanziarie delle imprese. Sarebbe opportuno incrementare ulteriormente tale dotazione per rendere lo strumento maggiormente efficace e vicino ai reali bisogni delle imprese. Riteniamo che si possa ipotizzare, seguendo l’esempio della Lombardia, che la nostra Regione chieda alla Banca Europea per gli investimenti l’attivazione di linee di credito o di un fondo per soddisfare le esigenze di finanziamento legate al cash flow aziendale. Tale previsione non richiederebbe alcuna garanzia e costituirebbe un valido aiuto per il sistema produttivo. Non si tratterebbe, infatti, di prestiti legati ad investimenti, ma, attraverso un meccanismo on-line, dimostrando di avere uno o più ordini da parte di fornitori, si otterrebbero finanziamenti a tassi agevolati, che contribuirebbero a risolvere i fabbisogni di liquidità delle imprese in un momento di forte restrizione e di ritardi nei pagamenti da parte delle Amministrazioni Pubbliche. Allo stesso tempo occorre avviare iniziative a supporto delle esigenze di medio lungo periodo, anche mediante ipotesi di collaborazione banche/Fondi di Investimento per favorire la partecipazione al capitale di rischio delle imprese. Si potrebbe, inoltre, pensare all’utilizzo di strumenti che esistono da sempre sul mercato come per esempio i prestiti obbligazionari ordinari e/o convertibili che una banca, in presenza di un progetto industriale serio, potrebbe acquistare finanziando, così, l’impresa. Oppure si potrebbe pensare alla concessione, all’imprenditore, di mutui decennali finalizzati all’aumento di capitale sociale garantito da pegno su azioni o quote, operazione che, nella ratio, si avvicina molto al prestito obbligazionario convertibile. Per quello che concerne invece Basilea 3, il rinvio della sua applicazione negli Stati Uniti, annunciato nei giorni scorsi dalla Federal Reserve, evidenzia i rischi di un'applicazione asimmetrica, in Europa e negli Usa, degli accordi sul capitale di vigilanza delle banche. Già i requisiti di Basilea 2 sono piuttosto stringenti e non stanno contribuendo a diffondere fiducia nelle imprese. La eventuale disparità di applicazione di Basilea 3, oltre ad accrescere le difficoltà delle nostre imprese, contribuirebbe a scaricare sulle stesse gli effetti perversi di una competizione troppo sbilanciata sul versante dell’accesso al credito. Sul fronte del credito occorre altresì soffermarsi sul tema della corretta valutazione del merito creditizio e sui limiti che i sistemi di valutazione basati sul rating hanno dimostrato. La sostanziale irrilevanza degli elementi qualitativi nella valutazione, infatti, ha determinato effetti distorsivi nell’erogazione del credito. E’ lecito attendersi che la valutazione sia approfondita e che non penalizzi le imprese perché presentano temporanei cali di fatturato dovuti alla crisi. A partire dall’inizio del 2012 l’azione congiunta del Governo, dell’Abi, di Confindustria e delle altre organizzazioni imprenditoriali ha portato all’adozione di una serie di interventi che vanno nella giusta direzione. Le operazioni di sospensione e allungamento dei finanziamenti, ad esempio, rappresentano una misura “tampone” che può allentare le tensioni sulla liquidità e consentire alle imprese di evitare situazioni di insolvenza. Sono altri, invece, i provvedimenti strutturali che potranno avere un’efficacia di lungo periodo qualora verranno resi operativi con tempestività. E le banche rivestono anche in questo caso un ruolo fondamentale. In particolare, con protocolli siglati tra Confindustria e Abi, le banche si sono impegnate a stanziare risorse per consentire lo smobilizzo dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione e il rilancio degli investimenti delle PMI. Queste risorse devono essere rese disponibili al più presto. Poco tempo fa è apparso sul sito dell’Abi l’elenco delle Banche aderenti che però si sono impegnate a rendere operativi i protocolli entro 30 giorni lavorativi dalla data di adesione. In pratica si arriverebbe a fine novembre, appena un mese prima del termine di validità degli stessi protocolli che è fissato al 31 dicembre 2012. E’ necessario, quindi, procedere ad una proroga e ad una applicazione tempestiva di questi accordi. Per facilitare il rapporto banche imprese, abbiamo pensato all’istituzione di uno Sportello Credito sul territorio, con il coinvolgimento delle banche operanti in provincia di Lecce. Ciascun istituto bancario aderente all’iniziativa dovrebbe individuare la figura di un “facilitatore” che di concerto con l’Associazione potrebbe essere punto di riferimento per informazioni sullo stato delle pratiche delle aziende associate e, ove possibile, agire da agevolatore. Riforma del lavoro e del welfare Realizzare un mercato del lavoro più dinamico, flessibile ed inclusivo, capace di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità. Questi erano gli obiettivi della riforma Fornero, che ha introdotto modifiche sostanziali nella disciplina che regola i rapporti di lavoro e in tema di ammortizzatori sociali, licenziamenti e flessibilità. Non so se si possa parlare più di luci o più di ombre di questa riforma, poiché ha reso ancora più farraginoso e rigido il meccanismo di entrata ed uscita dal mondo del lavoro, di fatto costituendo, soprattutto in un momento economico così difficile, un deterrente per le imprese che vogliono assumere. Numerosi sono gli incontri organizzati per far chiarezza su una legge che ha bisogno di interpretazioni autentiche e che, ancora una volta, appesantisce l’attività e le incombenze per le imprese. La stessa competenza dei consulenti del lavoro è messa a dura prova. Non è così che si può fare impresa! Particolarmente critici sono gli imprenditori sulla parte relativa alla flessibilità in entrata che ha irrigidito ancora di più l’attuale sistema, rendendo difficile e sistematica l’assunzione. Peraltro le soluzioni adottate per la flessibilità in uscita, sono alquanto contraddittorie e molto spesso penalizzanti o insostenibili specialmente per le piccole e medie imprese. E' fondamentale, invece, creare opportunità di lavoro e, credo, sia necessario lavorare su interventi che possano offrire al nostro Paese un migliore punto di equilibrio tra le esigenze di flessibilità delle imprese e le aspettative di occupazione che provengono dalla società. Altra nota dolente è l’attuale sistema del welfare. Si ritiene che sarebbe utile mettere mano anche alla riforma di alcuni istituti che nel corso degli anni, hanno consentito uso ed abuso di risorse, oggi non più possibile. Una riforma del sistema deve puntare alla introduzione di istituti che siano funzionali ad una programmazione più certa del futuro, restituendo ai lavoratori che escono dal processo produttivo gli strumenti di qualificazione, che consentano loro di recuperare le opportunità di impiego anche in altri settori ed in tempi brevi. Fisco e burocrazia Le imprese attendono un intervento deciso anche sul versante dell’allentamento della pressione fiscale, prevedendo comunque un’implementazione del supporto in termini di servizi alle imprese. La presenza eccessiva dello Stato nelle nostre imprese blocca la ripresa. Da tempo si sente parlare di un socio “occulto” che ha raggiunto una partecipazione nelle nostre imprese che, secondo alcuni istituti di ricerca, va ben oltre il 68%. E’ insostenibile. Le imprese sane, che rispettano le regole, non ce la fanno più. La strada da percorrere è una sola: ridurre l’imposizione fiscale per le imprese! Le notizie di questi giorni, in merito ai provvedimenti in discussione all’interno della Legge di stabilità, che riguardano la riduzione dell’Irap per le imprese, vanno nella giusta direzione, ma sono assolutamente insufficienti. Allo stesso tempo occorre creare le condizioni per ridurre la pressione fiscale sui cittadini in modo da far riprendere i consumi. Altresì è necessario ridurre il costo del lavoro, per quanto concerne gli oneri sociali, per incrementare la produttività, favorendo un aumento delle disponibilità a favore dei dipendenti, e, in tal modo, rimettendo in moto il circuito della domanda e dell’offerta. D’altro canto il Governo deve procedere con ulteriore forza e tempistiche serrate alla riduzione della spesa pubblica, individuando sprechi e rami secchi e andando a colpire le sacche di malfunzionamento dovute anche a forme di corruzione od ingerenze illegali. Occorre un’accelerazione nello snellimento dell’oppressione burocratica. Meccanismi quali il silenzio assenso, sistemi premianti per le amministrazioni meritevoli devono entrare nella nostra forma mentis, in modo tale che non sia così lontano dalla nostra realtà quello che è successo in America dove, in meno di un anno, il nostro amico Cavalier Rana, è riuscito a costruire un nuovo stabilimento nei pressi di Chicago. Tempi impensabili anche in una Regione come il Veneto, una delle più dinamiche del nostro Paese! E’ necessario, allora, soprattutto in questa fase di grande trasformazione economica, poter disporre di percorsi e strumenti snelli ed efficaci per favorire l’azione e l’attività imprenditoriale. Non è pensabile che ancora nel 2012 i tempi delle imprese siano diversi da quelli della pubblica amministrazione, che invece di fungere da sponda per le imprese, diviene occasione di blocchi e di rinvii. Secondo studi di primari centri di ricerca, ogni impresa perde dai 40 ai 60 giorni lavorativi all’anno per definire i rapporti con le pubbliche amministrazioni, con un’incidenza negativa sulla produzione aziendale pari al 20-25%. La burocrazia è un altro imponente costo che grava sulle piccole e medie imprese italiane, lo zoccolo duro del nostro sistema economico. Nei meandri della burocrazia – è stato stimato – in Italia si perdono circa 23 miliardi di euro. Un macigno che costituisce uno dei principali ostacoli alla crescita del nostro Paese. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza dei tempi ed adempimenti onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese private e Pubblica amministrazione che non sarà facile eliminare. Quindi si chiedono tempi certi e brevi per le diverse e numerose pratiche e il rispetto delle regole non solo da parte delle imprese ma anche e soprattutto da parte dei vari enti pubblici, ai quali le aziende sono obbligate a rivolgersi. Tempi certi e definiti infine per il pagamento di tutte le prestazioni contrattuali. Lo prevede la legge, ma non si capisce come mai è lo Stato il primo a non rispettarla. C’è un ulteriore elemento di preoccupazione a valle dei provvedimenti sulla certificazione dei crediti nei confronti della Pubblica Amministrazione. La certificazione dovrebbe aprire le porte alle imprese per liquidare i crediti che vantano nei confronti della pubbliche amministrazioni. Tale possibilità, purtroppo, spesso viene vanificata dall’estensione da parte degli istituti di credito del metodo del rating agli enti pubblici. Su questo fronte è necessario che il Governo intervenga con rapidità ed efficacia, prevedendo adeguati strumenti a garanzia del corretto funzionamento dell’istituto della certificazione. Di qui la necessità di accelerare sul fronte delle riforme per snellire la burocrazia e ridurre sensibilmente i costi della politica. Ben vengano, quindi, tutte le iniziative volte alla riduzione della spesa pubblica. Il decreto passato in Consiglio dei ministri a inizio ottobre, frutto dell'accelerazione impressa dagli ultimi scandali, è un primo passo che va nella giusta direzione. Ci aspettiamo ulteriori interventi che rendano il nostro Paese efficiente e competitivo. Va sicuramente perseguita la lotta all’evasione, con un’unica accortezza: lo Stato deve essere un amico, un partner del contribuente, non deve agire solo per vessare e colpire i “soliti noti”. Occorre concentrare gli sforzi per far emergere le economie parallele, ponendo come obiettivo la riduzione del prelievo fiscale a vantaggio dei contribuenti in regola. Una inferiore e migliore spesa pubblica da una parte, unita ad una riduzione dell’evasione ed elusione dall’altra, sono le azioni da portare avanti per dare slancio all’economia e sostenere la crescita. Inoltre, gli organi dello Stato, dall’Agenzia delle Entrate ad Equitalia, all’Inps dovranno agire in maniera responsabile, sia nei confronti dei cittadini che delle imprese, evitando atteggiamenti inutilmente vessatori che rischiano di compromettere la tenuta del sistema economico e produttivo. Solo agendo su queste leve contemporaneamente si potranno creare le condizioni per un’inversione di tendenza della nostra economia. Internazionalizzazione L’internazionalizzazione rappresenta oggi per le imprese una scelta strategica fondamentale di crescita e sviluppo. Uno degli aspetti più rilevanti della progressiva integrazione mondiale dei mercati, è senza dubbio la crescente aggressività delle economie emergenti. La globalizzazione e le nuove tecnologie sono in grado di collegare in modo stretto e sinergico mercati sempre più lontani. Si apre, quindi, per le nostre imprese una nuova stagione: quella della concorrenza internazionale ma anche della possibilità di acquisire nuovi mercati, soprattutto per quei prodotti a maggiore valore aggiunto che hanno reso unico il nostro territorio. Tuttavia occorre fare una riflessione importante che parte da un dato: lo stadio di internazionalizzazione delle nostre imprese è troppo basso. Una percentuale troppo limitata delle nostre imprese che si aggira intorno al 30% esplora i mercati esteri e spesso non in maniera diretta. E’ ancora carente la cultura dell’aggregazione che, in presenza di piccole e piccolissime imprese, appare fondamentale per creare sinergie, economie di scala e raggiungere indispensabili masse critiche. E’ altrettanto limitata la capacità di leggere ed interpretare i mercati internazionali: le imprese del Mezzogiorno d’Italia – ed in primo luogo quelle salentine – prediligono i mercati europei, notoriamente in crisi, rispetto a quelli in espansione, primi fra tutti i cosiddetti BRICS. Ecco allora che anche in sinergia con le Istituzioni, con la Camera di Commercio e con le Organizzazioni, occorre avviare una strategia forte che punti all’assistenza, all’accompagnamento delle imprese, orientando le azioni in modo efficiente ed efficace e, soprattutto, funzionale alle caratteristiche del sistema produttivo. Ad oggi una delle più concrete prospettive di recupero della crescita è legata all’Internazionalizzazione, considerato che il mercato interno stenterà a riprendersi ancora per qualche tempo e che il nostro territorio è naturalmente vocato ad essere ponte da e verso i paesi del Mediterraneo. Patto sociale La crisi globale che stiamo vivendo, le forti difficoltà che imprese, lavoratori, famiglie, giovani stanno incontrando in presenza di una situazione finanziaria e debitoria del nostro Paese fortemente compromessa, richiedono una rinnovata consapevolezza: è necessario serrare i ranghi e lavorare insieme per venirne fuori. Siamo ormai convinti che non si tratti di una crisi congiunturale e pertanto non dobbiamo attendere la fine del ciclo negativo. Siamo di fronte ad una vera e propria trasformazione del sistema economico e sociale, sia a livello locale e nazionale, sia a livello europeo e mondiale. Tutto quello che siamo riusciti a fare ed a garantire sul fronte economico e sociale non si verificherà più alle medesime condizioni. Cambiano i punti di riferimento ed i competitor mondiali. Cambiano le regole del gioco e deve cambiare il nostro modo di affrontare la concorrenza globale. Occorre insomma un patto sociale fra tutte le forze attive del Paese, fra pubblico e privato, con i sindacati, le Province, i Comuni, gli apparati statali ed europei, per lo sviluppo dei Territori. Per rimettere il sistema in condizione di riprendersi e riorganizzarsi per competere nel contesto mondiale. Un patto che, oltre ad abbattere eventuali posizioni di rendita, stimoli gli investimenti in nuove tecnologie ed in capitale umano. In questo contesto, anche la riorganizzazione del nostro apparato nazionale e territoriale deve puntare a recuperare efficienza, eliminando sprechi e zone d’ombra. La riorganizzazione degli istituti pubblici non può essere limitata alle Province: abbiamo una pletora di Comuni, per non parlare delle stesse Regioni, peraltro spesso in competizione con lo Stato, in virtù di una riforma del titolo V della Costituzione licenziata troppo frettolosamente. La riorganizzazione delle province non deve essere vissuta come un’imposizione da combattere, e deve affiancarsi alla riorganizzazione complessiva del sistema Paese. Deve essere un’occasione per fare sistema e rilanciare i territori che hanno comuni origini culturali, sociali ed economiche. I campanilismi dovrebbero essere sostituiti da visioni di carattere strategico, tali da valorizzare le tradizioni, l’identità e le specificità italiane, ma anche pugliesi e salentine, che costituiscono una grande ricchezza del nostro tessuto economico e sociale. Un qualcosa che nessuno potrà replicare perché frutto di anni ed anni di storia, di culture che si sono sovrapposte ed hanno reso unica la nostra terra. Grazie!

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