Un figlio dopo il tumore… grazie al ‘freezing’

La conservazione di spermatozoi e gameti femminili consente a chi è stato affetto da cancro, di recuperare una vita normale e soddisfare il desiderio di genitorialità

di Lamberto Coppola (*) Il cancro in Italia è la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e sempre più numerose sono le persone che vivono e affrontano il dramma della malattia. La correlazione tra tumore e infertilità può essere diretta o indiretta. Rientrano nel primo caso tutte quelle patologie oncologiche che colpiscono direttamente le gonadi, richiedendone la rimozione: utero (collo e corpo), vagina, vulva e ovaie nella donna; testicolo (per seminomi), pene e prostata nell’uomo. Alla seconda categoria appartengono quei tumori che riguardano la pelvi o che, in seguito ai trattamenti radianti o chemioterapici, causano un danno irreversibile a ovaie e testicoli: carcinoma del retto, della vescica, linfomi di Hodgkin e non Hodgkin, osteosarcomi. E' noto come nell'uomo i farmaci antimitotici siano responsabili di una sterilità transitoria o definitiva e anche quando si verifica un recupero della spermatogenesi, questa può essere incompleta. Altrettanto compromettente la radioterapia, tenuto conto che le cellule germinali dell'uomo sono tra le più radiosensibili dell'organismo e che una azoospermia definitiva si può avere a partire da soli 2 o 3 Gy (pur essendoci una variabilità molto alta della sensibilità individuale). Per quanto riguarda la terapia chirurgica, alcuni danni possono essere provocati da legatura dei deferenti o da asportazione dei linfonodi che drenano i testicoli, pratiche necessarie negli interventi di tumore del colon, adenomi prostatici e tumori del testicolo, in seguito ai quali può anche verificarsi una lesione delle strutture nervose vicine ai linfonodi, con il risultato di provocare una mancata eiaculazione o di farla avvenire in maniera retrograda (cioè verso la vescica). In questo caso si può intervenire mediante elettrostimolazioni o alcalinizzazione delle urine, che consente il recupero degli spermatozoi separandoli dall’urina stessa. Infine, una nuova frontiera è quella della microchirurgia (Tese, Mesa), con la quale gli spermatozoi vengono recuperati direttamente dall’epididimo o dal testicolo, per poi essere iniettati negli ovociti della partner. Allo stesso modo nella donna i trattamenti chirurgici radicali mettono fine alla vita fertile della paziente, mentre quelli chemio e radioterapici sono in grado di causare in una percentuale rilevante di pazienti oligo/amenorrea transitoria o persistente sino alla menopausa precoce. Fortunatamente le attuali conoscenze in campo di fertilità possono scavalcare queste difficoltà. Se infatti per molto tempo ci si è ritenuti soddisfatti di una semplice restaurazione della salute, oggi, invece, ci si sforza di preservare anche la capacità riproduttiva del paziente oncologico, per garantirgli la possibilità di realizzare il proprio desiderio di genitorialità, a volte ancor più sentito dopo l’odissea della malattia. Attualmente ciò è possibile grazie alle diverse opportunità offerte dalle nuove tecnologie mediche. Una di queste è appunto la crioconservazione dei gameti (freezing). Per quanto riguarda gli spermatozoi la procedura di conservazione in azoto liquido è relativamente semplice, grazie alla resistenza delle cellule germinali maschili al congelamento, che avviene previa diluizione del liquido seminale in un crioprotettore e conservazione degli spermatozoi, anche per diversi anni, in appositi contenitori detti pailletes. La quota di spermatozoi ancora vitali può essere poi valutata mediante l’indice di recupero dopo scongelamento, parametro dipendente in gran parte dalla qualità iniziale del liquido seminale, che nei pazienti oncologici è solitamente alterata sia come concentrazione che come motilità e morfologia ed a volte in tutti i parametri. Questo in era pre Icsi aveva messo in discussione l’utilità della conservazione dello sperma, ma i progressi delle tecniche di Pma, che ci consentono di ottenere una gravidanza mediante la microiniezione, per la quale sono sufficienti anche solo rari spermatozoi, hanno riportato l’attenzione sull’importanza che ha, per un uomo che intenda mantenere la prospettiva di paternità, la conservazione del proprio liquido seminale. Più complesso è invece il procedimento di crioconservazione dei gameti femminili, più sensibili alle tecniche di congelamento. La cellula uovo, infatti, contiene più citoplasma e quindi più acqua e congelarla e scongelarla provoca danni alle microstrutture interne, con perdite finali dal 40 al 60% degli ovociti. Oggi però con la metodica della vitrificazione che si attua presso i Centri Integrati Tecnomed di Nardò, Lecce e Roma molti di questi problemi sono stati risolti ed, in mano a provetti embriologi, i gameti femminili scongelati dimostrano un’ottima qualità morfo-funzionale, con eccellenti risultati riproduttivi. Stesso discorso vale per il tessuto ovario o frammenti di esso dai quali è possibile ottenere centinaia di follicoli primordiali contenenti ovociti immaturi molto resistenti ai processi di congelamento e scongelamento. Quest’ultima tecnica ha il vantaggio di essere applicabile anche in età pediatrica e di non richiedere la stimolazione ormonale dell’ovaio, ma le difficoltà legate poi alla maturazione e alla selezione in vitro ne limitano attualmente, in maniera drastica, le applicazioni cliniche. La necessità di approfondire quindi le conoscenze in questi settori della biologia della riproduzione sono facilmente immaginabili, specialmente alla luce della normativa italiana che vieta metodiche alternative adottate nella maggior parte dei paesi del mondo, come ad esempio il congelamento degli embrioni, più facile da eseguire e dai risultati più soddisfacenti. Vista, quindi, l’ampia possibilità di scelte oggi a disposizione, sarà compito dell’oncologo non solo scegliere la terapia più appropriata a garantire il raggiungimento dell’obiettivo primario che è la completa guarigione dal tumore, ma anche, se è il caso, indirizzare il paziente al counseling andrologico o ginecologico. L’illustrazione dei problemi relativi alla perdita della fertilità e alla loro possibile soluzione al momento della comunicazione della diagnosi oncologica, offre qualche speranza in più in un futuro in cui, guariti dal cancro, la vita deve tornare ad essere il più possibile normale. http://www.medicitalia.it/lambertocoppola/news/938/Un-figlio-dopo-il-tumore (*) Prof. Lamberto Coppola Andrologo – Ginecologo – Sessuologo Direttore dei Centri Integrati di Andrologia e Fisiopatologia della Riproduzione Umana Tecnomed (Nardò- Lecce), Casa di Cura Petrucciani (Lecce) e Casa di Cura Fabia Mater (Roma).

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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