Il distretto delle scarpe visto dal Sole

Diversificazione in Albania e Politecnico della moda, le opportunità da cogliere per ridare slancio all’area

// Le scarpe di Casarano trovano la via d’uscita Di Mariano Maugeri Partiamo dalla fine, da quello che il distretto di Casarano non è più. Non è più la terra promessa di due uomini, il vecchio patron Antonio Filanto (3.300 dipendenti diretti fino alla fine del secolo scorso), scomparso un anno fa e chiamato affettuosamente dai suoi paesani “mesciu (maestro) Uccio”; così come Tricase non è più il regno di Adelchi Sergio (Sergio è il cognome), cognato di Filograna ed ex direttore commerciale dell’azienda di Casarano, che nel 1981, dopo il sequestro del futuro cavaliere del lavoro Antonio Filograna, se ne va da Casarano e crea a Tricase, sulla costa Adriatica, un’azienda nello stesso segmento di mercato (oltre 2.000 operai diretti). Ai tempi d’oro, solo la Filanto sfornava 60mila scarpe da passeggio e per il tempo libero al giorno. E’ un’immagine evocativa: le tarantate descritte nel 1959 dall’etnologo Ernesto De Martino in “La Terra del rimorso” che si trasformano nelle operose lavoratrici di una gigantesca fabbrica fordista. I prezzi sono stracciati (massimo 20mila lire al paio), la qualità una conseguenza del prezzo. Il mercato sembra disposto ad inghiottire tutto. Filograna e Sergio esportano in quattro continenti. Ma già nei primissimi anni 90 suona pericolosamente la campana: il mondo sta cambiando. Puntuale ne dà conto il Sole24Ore in un articolo del 28 agosto 1991 firmato da Vincenzo Chierchia. Corea e Taiwan cominciamo ad infliggere colpi durissimi ai salentini. Gli esperti sono compatti ed invocano per il distretto tre scelte sopra tutte: snellire gli addetti, alzare il livello qualitativo dei prodotti, lavorare con un marchio proprio. Non succederà a. Tanto c’è ancora ossigeno. La Filanto va nella direzione opposta a quella indicata e ingrossa i dipendenti diretti fino a portarli a 3.300. Adelchi Sergio invece avvia la prima timida diversificazione in Albania. Ormai è chiaro che su una fascia di prodotti “da battaglia” il costo del lavoro italiano non può competere con quello dei paesi emergenti. Gli scricchiolii che si avvertono dopo la caduta del muro di Berlino si tradurranno i un fragore assordante allo scoccare del nuovo secolo. Da allora è lo stillicidio della cassa integrazione straordinaria e della cassa integrazione in deroga a scandire la vita di Casarano e Tricase. La due aziende, ormai diventati gruppi, collassano. La Sergio, addirittura, in amministrazione controllata. Nessuno si stupisce, ma le dinamiche sociali sono decisamente meno controllabili dei teoremi economici. Il tetto di palazzo gallone, sede del Comune di Tricase, viene occupato ripetutamente dagli operai della Sergio in Cig per protestare contro la delocalizzazione in Bangladesh. Mobilitazione permanente e situazione che lo stesso sindaco di Tricase definisce “esplosiva”. Non potrebbe essere diversamente, con 2.500 lavoratori che sopravvivono grazie agli ammortizzatori sociali (la stragrande maggioranza incassa la Cig in deroga che scadrà alla fine del 2012). I rattoppi sono stati peggio dei buchi. Nel 2010 il vecchio Filograna inaugura la Leo Shoes, la fabbriac formata dai dipendenti in Cig di due aziende del gruppo (Tecnosuole e Zodiaco), che secondo il cronoprogramma entro il 2013 avrebbe dovuto occupare 300 persone, con una progressione di 100 unità all’anno. Leo produce scarpe da uomo per conto della Ferragamo, ma gli operai impiegati sono ancora un centinaio. E non pare che il mercato autorizzi facili entusiasmi. Sergio, invece, ha spezzettato il gruppo in almeno sei diverse aziende ed ha diversificato in Bangladesh dove – dice il direttore della Confindustria leccese Angelo Costantini – “dà lavoro a circa 4mila persone”. Pure Filograna ha esternalizzato in Albania, a Shjak, Scutari e Durazzo. Curioso che dopo la morte del patriarca Antonio Filograna, presidente per oltre 20 anni della squadra di calcio Virtus Casarano, il suo posto in azienda sia stato preso da Antonio Sergio Filograna, in realtà figlio di una sorella di Filograna sposata con Adelchi Sergio,l’altro big del settore ed ex manager della Filanto. Tutto in famiglia, dunque, malgrado la storia personale di Filograna senior sia degna dei romanzi di Dickens. Lavoratore bambino nella bottega di un ciabattino, a 17 anni va a lavorare in un grande calzaturificio di Vigevano. Dopo la guerra torna a Casarano e in u sottoscala inizia a produrre scarpe che poi carica sul portapacchi della sua bicicletta e vende personalmente porta a porta. L’epopea degli anni 50 ha lasciato il posto ai figli di quella generazione che hanno gi individuato la strada per uscire dallo stallo che attanaglia il distretto. Baiardo e Barbetta non sono soli. Tra gli innovatori c’è pure la Elata di Martino Nicolazzo, che miete successi e clienti. Che Casarano e Tricase siano una grande opportunità l’ha capito Diego Dalla Valle, che distribuisce le Tod’s da cucire a una mezza dozzina di terzisti locali. La vicinanza con l’Albania è una grande opportunità. Baiardo della Iris Sud possiede un tomaificio oltre adriatico. Alta moda e delocalizzazione possono andare a braccetto se solo ci si concentra in modo certosino su ogni singola fase del processo produttivo. Barbetta e Baiardo (si veda l’articolo che segue) lo sanno. E’ per questo che hanno puntato 100mila euro sulla nascita di un Politecnico della moda sul modello di quello che l’Acrib, i calzaturieri del Brenta, hanno creato a Stra in tempi non sospetti. La scuola avrebbe due obiettivi: riqualificare sull’alto di gamma le operaie che hanno sfornato prodotto iniettato a basso prezzo, e creare ex novo quelle figure professionali – come le modelliste – praticamente inesistenti nel Salento. Racconta Barbetta: “Il sindaco di Nardò, dopo qualche titubanza, ha deciso che la scuola sarà ospitata i un bel casale appena ristrutturato. In un primo momento si pensava sarebbe stato adibito a dormitorio per gli extracomunitari. Ce l’abbiamo fatta, ma ancora la strada è lunga. 500mila euro dovrebbero arrivare dal pubblico, ma malgrado il Politecnico sia in gestazione da un paio d’anni, si va avanti con una lentezza estenuante”. Il mercato non aspetta. E i cassintegrati neppure. Per Casarano-Tricase valgono ancor più le conclusioni tirate per Barletta, che tra l’altro è 200 km da qui. I progetti ci sono, gli imprenditori capaci e visionari al punto giusto anche, la manodopera qualificata pronta a rimboccarsi le maniche pure, idem i sindacalisti responsabili. Il fantasma di Casarano e Tricase è una regia. Un coordinamento pubblico, una task force che raccordi le singole iniziative e le incanali nella giusta direzione moltiplicandone, così, l’impatto per i territori e le imprese. Un fantasma chiamato politica. // La sapienza artigiana del lusso A Nardò lo chiamano “imprenditore illuminato”. Non è un seguace di Siddharta ma Luciano Barbetta, laurea in Sociologia a Urbino, madre bresciana e padre salentino. Che si tratti di un uomo esteticamente colto lo capisci nella sala d’aspetto della sua azienda, in cui sono ben allineate le fotografie di Robert Doisneau e della sua romanticissima “Le basier de l’hotel de ville”. Barbetta, che è del ’47, da giovane voleva entrare in banca. Chi lo seleziona gli dice che non è adatto. Un rifiuto che fa la sua fortuna. Un industriale di Carpi gli dà in uso una macchina per la maglieria. Luciano diventa un loro terzista e ogni mese gli detraggono dai compensi un tot per l’uso del telaio. Oggi lavora per grandi aziende del lusso come Gucci, Cucinelli, Lanvin e Stella Mc Cartney. Un palmarès al quale potrebbe aggiungersi tra breve anche Hermès. Barbetta è schivo, non ama i proclami, e di fronte al cronista fa un’analisi sociologica della terra che ama così tanto. Il Salento, a queste latitudini, regala scorci di rara bellezza. L’asprezza di Portoselvaggio, il tratto di costa che lambisce la marina di Nardò, fa il paio con la facciata concupiscente della chiesa barocca di San Domenico. Barbetta coglie un denominatore comune tra il suo lavoro e la bellezza di questi luoghi immersi in un oceano di luce. “Lusso viene da lux, luce. Significa produrre qualcosa con mani sapienti e piene di sentimento. Mio nonno materno aveva un’officina meccanica a Brescia. E ogni pezzo d’acciaio che torniva era come se lo partorisse. Le mie operaie sono come il nonno: hanno le mani d’oro. Per questo ho voluto riprodurre nei capannoni di nuova concezione gli spazi della bottega artigiana, con un maestro, il sapiente, e tanti apprendisti”. La Barbetta ha 150 operai di cui 120 donne. Le modelliste, figure centrali in quest’azienda, sono raccolte attorno ai tavoli illuminati dall’interno. Sono una mezza dozzina e Barbetta le tratta come le vestali di un rito propiziatorio che niente e nessuno può permettersi di turbare. Dice: “Se ad un grande stilista non piace la modellista che gli invio, sono guai. Ti ordina di mandargliene un’altra. E poi un’altra ancora. Tocca alle modelliste tradurre in disegni l’idea dei grandi della sartoria femminile. Devono essere donne di grande sensibilità, intuito, educazione. Figure professionali che valgono 5-6mila euro netti al mese. Nel profondo Sud purtroppo non è per a facile trovarle e formarle. Per questo, da anni, insisto affinché nasca, a Nardò, un Politecnico della moda sul modello di quello di Stra, sulla Riviera del Brenta”. L’imprenditore salentino è un fan dei suoi operai: “Sa qual è la prima regola che ho seguito? Trattare bene i dipendenti e pagarli un po’ più della concorrenza”. Per Barbetta la legislazione sulle donne che lavorano è paurosamente carente: “Sono loro a procreare, sono le figlie che le mamme chiamano sul letto di morte, sono loro il fulcro delle famiglie. Come si fa a non contemplare un trattamento diverso rispetto agli uomini”? Attorno a quest’imprenditore, che argomenta con dolcezza e incisività, questioni spinose, è nato un micro distretto del lusso di quasi una dozzina di aziende. Terzisti, per lo più, che danno lavoro ad un altro centinaio di persone. “La nostra è un’azienda etica. E a cascata vigiliamo sulle microimprese che lavorano per noi con ispezioni continue”. Barbetta potrebbe essere un imprenditore felice, se non avesse un cruccio, il futuro del Salento: “Noi abbiamo sbriciolato il muro della diffidenza ed è un peccato che altre grandi griffe italiane non vengano a produrre dalle nostre parti. Qui c’è manodopera qualificata che non aspetta altro che una chance. Ci vogliono scuole di alta formazione, asili nido e imprenditori. Solo quando tutto questo sarà realizzato, io sarò felice”. (dal Sole24Ore in edicola oggi, p.16)

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