Finisce l'era Semeraro: i commenti

US Lecce. Riportiamo le opinioni di Adolfo Maffei e Gianfranco De Santis e la cronaca di Paolo Conte sull'addio della famiglia Semeraro al Lecce

Il commento di Adolfo Maffei Giovanni Semeraro ha mollato la cima che teneva assicurato il calcio leccese alla sua famiglia, un approdo solido a prova di mareggiate feroci e insidie subacquee. L’imbarcazione giallorossa in questi lunghi anni di gestione Semeraro è stata, di volta in volta, barchetta della domenica o cabinato lussuoso (senza mai assomigliare ai transatlantici, ovviamente) a seconda che si limitasse alle acque chete della B o che affrontasse l’oceano aperto della A. Ma il capitano ingaggiato dall’armatore era sempre di gran nome e la ciurma di buona volontà a volte impreziosita da autentici fuoriclasse: insomma, società, tecnico e giocatori in tutti questi anni targati Semeraro hanno fatto il proprio dovere pienamente, mantenendo il nome di Lecce là dove si conta (e dove non ci sono, ad esempio città d’arte ben più famose, come Venezia, Trieste, Pisa, Perugia). Lecce ha fatto altrettanto? Se lo è chiesto il patron e me lo chiedo io. Per spiegare, almeno in parte, la risposta sottintesa, nettamente negativa, occorrerebbe scrivere un trattato preliminare di psicosociologia applicata alla capitale meridionale del Barocco per definire la quale mai definizione fu più azzeccata di quella che un ignoto e geniale graffitaro ante litteram scrisse su un muro della stazione ferroviaria, la notte prima dell’arrivo in treno del potentissimo gerarca fascista, leccese purosangue, Achille Starace: “Lecce città dell’arte, se ne futte te ci ria e te ci parte” (esiste anche la versione italiana, ma questa rende meglio). Anche Semeraro è leccese, sapeva bene, perciò, che rilevando il pacchetto della società giallorossa avrebbe dovuto contare solo su se stesso: la sua passione, innanzitutto. Lo intervistai per il Corsivo nel 1994 e alla fine gli posi la domanda sul calcio: prenderà il Lecce? Mi rispose di no, ma lasciò la porta socchiusa. Con queste parole: “C’è bisogno di una professionalità per condurre una società di calcio che io non mi riconosco perché richiede una dedizione totale, un tempo illimitato. Ed io non ne ho. Forse il mio secondo figlio, chissà un domani…”. La passione fece sì che quella porta si spalancasse, Giovanni Semeraro scese sul terreno di gioco portando con sé il figlio Rico e due manager formidabili, come Mario Moroni (che per le sue qualità arriverà fino alla giunta esecutiva della Lega Calcio) e Claudio Fenucci (che la Roma del nuovo corso assumerà per il ruolo di direttore generale). Fino a quando la previsione non si è chiusa con la presidenza di Pierandrea Semeraro, il secondogenito appunto. Ha vissuto la sua lunga parabola calcistica con la stessa capacità con cui ha gestito le sue banche, Giovanni Semeraro. Ma con esiti differenti. Le aziende gli hanno fruttato denaro, il calcio gliene ha fatto perdere. Quanto alla gratitudine, sono decine gli aforismi e i proverbi che ne certificano la desuetudine dell’uomo di praticarla. Gli abbonamenti per uno stadio da 30 mila posti non sono mai stati più di 5.000, il pienone lo si è registrato solo per l’arrivo dei tre squadroni e del Bari, sponsor locali neanche a parlarne, eccezion fatta per Salento d’Amare voluta per un paio d’anni, superando feroci critiche, dal presedente della Provincia Giovanni Pellegrino. La politica? Idem come per gli sponsor locali con un’eccezione anche qui: il lunghissimo elenco delle personalità da accreditare di abbonamenti annuali, rigorosamente in Tribuna Centrale. Sia soddisfatto e orgoglioso di quel che ha fatto, dottor Semeraro, per il calcio leccese. E’ stato tanto ed è stato bello. Personalmente, per quel che vale, so di avere l’onestà di dirle semplicemente “Grazie”. Il video editoriale di Gianfranco De Santis La cronaca di Paolo Conte “Non lascio il Lecce per le vicende legate al calcio scommesse. Mi faccio da parte perché la famiglia Semeraro non è più disposta a investire altri capitali. In questi 18 anni ho versato 100 milioni di euro nelle casse della società”. Sono queste le dichiarazioni del dott. Giovanni Semeraro rilasciate durante la conferenza stampa d'addio tenutasi in Via Templari, luogo di mille incontri e “casolare” di progetti ambiziosi, dove l'ormai ex timoniere dell'Unione Sportiva Lecce ha pianificato i successi di una piazza che, in meno di un ventennio, ha disputato 10 campionato di serie A e raggiunto ben 5 salvezze nella massima serie prima di passare ufficialmente la mano alla famiglia Tesoro. Una trattativa tirata che ha tenuto sulle spine migliaia di tifosi giallorossi ma finalmente conclusasi con il lieto fine tanto atteso. Venendo al cuore della trattativa, sono state date alcune cifre dell'operazione: cinque milioni per sostituire Semeraro nelle fideiussioni bancarie, più un milione e mezzo in contanti. Tanto costa il Lecce a Savino Tesoro in caso di serie B. “Il contraente – prosegue Semeraro – ha voluto delle clausole per tutelarsi nell'eventualità di una lega pro che lo avrebbe penalizzato, ma ho comunque iscritto la squadra al prossimo campionato di serie B firmando una fideiussione di 800.000 euro. L'iter della cessione è stato accelerato in prima persona da me per favorire la progettazione del nuovo corso e dare il tempo necessario ai Tesoro per preparare la squadra che verrà alla nuova stagione. Per il bene della società ho preferito sottostare a condizioni che forse penalizzano il sottoscritto ma che permettono al Lecce di avere una continuità e soprattutto un futuro”. Tornando al ciclone “scommessopoli” che vede implicato il figlio PierAndrea in relazione al famigerato derby Bari-Lecce, Semeraro rinnova la sua fiducia sdrammatizzando con una battuta: “Credo in mio figlio. Se avesse comprato realmente il derby direi che ha fatto una birbanteria”. Nella personale disamina che vede ai titoli di coda l'era Semeraro, l'imprenditore ne approfitta per riavvolgere il nastro delle emozioni: “La serie A è stato un lusso che mi è costato tanto, ma l'ho fatto col cuore. Con la passione del primo tifoso che per amore di una squadra ha speso tanto, pur consapevole che la città non fosse da serie A per via dei pochi abbonamenti, dell'esigua tifoseria e della mancanza di aziende serie che potessero sostenerci. Lascio però con orgoglio una società sana e con il bilancio in attivo. Noi come famiglia da adesso in avanti faremo gli imprenditori e non i finanzieri, ma ci tengo a ringraziare tutti, magazzinieri compresi. Sono fiero di aver avuto allenatori come Zeman, Rossi, Prandelli, Reya, De Canio e una moltitudine di giocatori che hanno dato lustro alla piazza e dalla quale hanno potuto attingere per i loro successi”.

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