Pet-tac: le amnesie di Vendola

Lecce. Convocato per l’interrogatorio formale nella causa civile di risarcimento danni per i malati di tumore, il presidente fornisce due versioni contrastanti

La vicenda della Pet-Tac di Cavallino sta assumendo i toni foschi del dramma e quelli acidi della beffa. Dopo un annoso e tortuoso iter e procedimenti dinanzi al Tribunale amministrativo (LEGGI QUI) la Pet Tac di Cavallino, un esame salvavita per i malati di cancro, ha ricevuto finalmente l’accreditamento con la Regione Puglia, per eseguire gli esami in convenzione con il Servizio sanitario regionale. Ma nonostante il riconoscimento formale, la Regione ha prima negato il budget alla struttura, poi ha cominciato a fare convenzioni mensili. Una convenzione “ballerina” dal respiro cortissimo che non permette alla struttura di pianificare il lavoro e ai malati di avere la certezza di poter fare la pet tc appena prescritta dal medico. Dopo il danno, ora arriva la beffa. Anzi due. Il Tribunale civile di Lecce, ha condannato la Regione a rimborsare i malati dei soldi che hanno dovuto spendere di tasca loro (circa mille euro) perché nel periodo in cui loro avevano bisogno non c’era nessuna altra pet tc in provincia di Lecce se non quella privata-convenzionata (ma senza budget) che potesse garantire il servizio. Ma la Regione ha fatto ricorso in appello: una scelta a dir poco immorale. Soprattutto perché Vendola, chiamato a rispondere di fronte al giudice Luigi Piro all’interrogatorio formale, ha chiesto di avvalersi del ‘legittimo impedimento’, chiedendo anche al giudice di assumere come positive tutte le risposte alle domande che avrebbe dovuto porgli. Cioè Vendola ammette che nel periodo gennaio-marzo 2011 non c’era alcuna pet tc pubblica in provincia di Lecce. Fa poi inviare a sostegno delle sue risposte una dichiarazione della dirigente regionale Rossella Caccavo, che ammette la carenza di strutture pubbliche per la pet tc. Proprio in base a queste affermazioni il giudice ha condannato la Regione a rimborsare i soldi ai malati di cancro. Ma la Regione, nonostante ammette di essere in difetto, fa ricorso. E fa di più: Vendola prima ammette il disservizio, poi, in un’altra lettera inviata il 18 giugno scorso, sostiene il contrario. Il Codacons infatti che difende 35 malati di cancro con l’avvocato Massimo Todisco, ha ‘spezzettato’ i procedimenti in gruppi di cinque: la sentenza che condanna la Regione riguarda il primo gruppo di cinque malati e ora stanno arrivando le convocazioni per gli altri interrogatori informali che riguardano gli altri gruppi. Vendola è chiamato a rispondere delle stesse circostanze (l’assenza della Pet tc nel periodo gennaio-marzo 2011) da tutti i gruppi di malati che hanno fatto causa alla Regione. Al primo procedimento ha ammesso tutto, adesso, improvvisamente colto da amnesia, chiamato a rispondere il 20 giugno scorso, invia una lettera in cui nuovamente si appella al ‘legittimo impedimento’ e afferma di non sapere a di questa vicenda. Chiedendo al giudice di avere delucidazioni dagli Uffici regionali competenti. Perché quest’inversione a U? Perché prima ammette il disservizio, poi si oppone alla sentenza di condanna, poi dice di non sapere a? I cittadini, ancor più se in una posizione di debolezza, meritano rispetto. Due di quei 35 malati, in attesa delle strategie avvocatizie di Vendola, sono morti di cancro.

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