Riforma costituzionale e riforma elettorale. Costa: ‘Doppio sì’

Roma. Contrario alla riduzione dei parlamentari e favorevole alla sfiducia costruttiva. Costa, senatore del Pdl commenta i grossi temi in discussione in Parlamento

ROMA – È iniziata la scorsa settimana, in aula al Senato, la discussione generale sul testo di riforma costituzionale. Tra le novità più importanti la riduzione del numero dei parlamentari (i deputati passerebbero dagli attuali 630 a 508, i senatori da 315 a 254) e l’introduzione della cosiddetta “sfiducia costruttiva”, che consentirebbe al Parlamento di sfiduciare il premier solo attraverso una mozione che indichi un nuovo capo del Governo. Notevoli perplessità si riscontrano in merito all’esercizio della funzione legislativa da parte delle Camere. Se uno degli obiettivi iniziali della riforma era l’eliminazione del bicameralismo perfetto, considerato come ostacolo alla capacità della Politica di rispondere tempestivamente alle esigenze del paese, siamo molto lontani dal suo concreto raggiungimento. Le indiscrezioni di qualche mese fa, secondo cui alla Camera dei deputati sarebbero stati assegnati i disegni di legge inerenti materie di esclusiva competenza dello Stato ed al Senato quelli riguardanti materie di competenza concorrente Stato-Regioni, non hanno trovato conferma nel testo in esame. Le modifiche previste in tal senso sono, infatti, molto marginali se non addirittura e. Il testo infatti dice: “la funzione legislativa è esercitata in forma collettiva dalle due Camere per le leggi in materia costituzionale ed elettorale, per quelle concernenti le prerogative e le funzioni degli organi costituzionali e dei rispettivi componenti, per quelle di delegazione legislativa, di conversione in legge dei decreti con forza di legge, di approvazione di bilanci e consuntivi e, infine, per quei provvedimenti, presentati in Parlamento dal Governo, che intervengono nelle materie attribuite alla potestà legislativa regionale”. Il dibattito in aula proseguirà questa settimana ma sullo sfondo, oltre alla necessità di riforma della legge elettorale, si inserisce la proposta semipresidenzialista dell’ex premier Berlusconi e del segretario del Popolo della Libertà Angelino Alfano. Abbiamo voluto ascoltare sul tema il senatore del Pdl Rosario Giorgio Costa che sulla svolta semipresidenzialista del suo segretario dice: “Il Popolo della Libertà ha fatto questa proposta per evitare che si dicesse che non facciamo il nostro dovere. Adesso dicano tutti gli altri che cosa vogliono e soprattutto se vogliono fare la riforma costituzionale ed elettorale. Noi vogliamo farle entrambe”. Senatore, la riforma costituzionale prevede la riduzione del numero dei parlamentari sia al Senato che alla Camera dei deputati. Che significato attribuisce a questa norma in un momento di forte antipolitica come quello attuale? “Con la proposta legislativa in esame al Senato si va certamente incontro alla convinzione, da parte di larghi strati della popolazione, che riducendo il numero dei parlamentari si possa avere un minor costo di funzionamento della politica. La politica ovvero i partiti stanno andando in questa direzione, stanno assecondando questa aspettativa. La mia opinione personale è che in condizioni normali un provvedimento di questo genere, relativo alla riduzione del numero dei parlamentari, non si sarebbe mai pensato di adottarlo. Coloro che impalcarono la Repubblica non erano persone disattente, persone che non si rendevano conto della opportunità di fissare il numero di parlamentari in una certa misura. Evidentemente quello era il numero più appropriato. D’altra parte se si fa un confronto con le altre repubbliche parlamentari si vede come il numero attuale sia nella norma, nella media. Personalmente ho pratica nell’esercizio della funzione parlamentare e la esercito anche con il metodo tradizionale, andando a trovare le persone e riferendo ciò che accade in Parlamento. A tal proposito, mi capita ogni venerdì di fare una riunione in un Comune, invitando non solo coloro che fanno parte di quel Comune, ma anche tutti gli elettori che fanno parte dei Comuni che assieme a quello concorrono a comporre il collegio provinciale. La nostra provincia si articola in 36 collegi e togliendo i giorni di agosto e quelli delle festività natalizie e pasquali si riesce a fare una visita all’anno in ogni Comune. La gente è molto contenta, molto soddisfatta e riconosce il fatto che questa sia una pratica molto utile e soprattutto che io sia uno dei pochi a farla. Se si riduce il numero dei parlamentari si rischia che nemmeno una volta l’anno si riesca ad incontrare queste persone. Si può pure dire che il parlamentare deve stare in Parlamento e non incontrare le persone ma non mi pare che questo sia il desiderio della gente. Se è necessario ridurre il numero dei parlamentari si faccia ma si stia attenti perché potrebbe diventare veramente difficile per i cittadini incontrare i parlamentari. Certamente si fa nella direzione di assecondare il populismo, anche perché il costo di funzionamento del Parlamento non è determinato dal numero dei parlamentari ma principalmente dall’apparato funzionale che nessuno tocca e che come tutti gli apparati, compresi quelli ministeriali, non si riesce a razionalizzare nei costi perche ci sono delle incrostazioni. Tanto è vero che il costo di funzionamento del Parlamento è ascrivile alle spese dei parlamentari solo nella misura del 10% ma per il 90% è ascrivibile a tutto il resto. Tuttavia se questo serve per poter soddisfare una certa opinione si faccia pure e si vada in questa direzione”. Sul superamento del bicameralismo perfetto non mi pare si facciano molti passi in avanti. Difatti la riforma prevede che “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere per le leggi in materia costituzionale ed elettorale, per i decreti legislativi e la conversione in legge dei decreti legge e per i provvedimenti riguardanti materie attribuite alla potestà legislativa regionale”. Allora quale sarebbe il vantaggio rispetto ad oggi? “Il bicameralismo determina l’onere di fare la doppia lettura ma non è che questa a volte non sia utile. Sarebbe stato più opportuno per rendere più veloce ed efficiente il Parlamento modificare i regolamenti parlamentari. Evitare, ad esempio, di far impegnare il Parlamento anche per gli aspetti gestionali. Si pensi per un momento che in Italia per legge si deve deliberare la partecipazione militare nei teatri di pace. Poi si ritorna in Parlamento per la liquidazione della spesa. Sarebbe sufficiente deliberare la partecipazione, affidando invece la liquidazione al Ministero. In questo modo le cose si semplificherebbero. Se molte attività si svolgessero sul piano gestionale con la regolamentazione e con i decreti, vale a dire provvedimenti che non sono leggi, molto si semplificherebbe. Tra l’altro si potrebbero anche fissare i termini di funzionamento delle Camere. Io ho già presentato nella prima legislatura un disegno di legge in tal senso. Adesso ho rinunciato perché alcuni hanno inteso questa iniziativa come un tentativo di limitare la pratica ostruzionistica da parte dei gruppi parlamentari che si trovino all’opposizione. E in questo senso non si è mai accettato che si facessero interventi di 10 minuti piuttosto che di 20, di 5 minuti piuttosto che di 10, di 3 minuti invece che di 5. I tempi di intervento negli altri parlamenti europei non sono lunghi come i nostri. Noi pensiamo invece, sbagliando, che si debba parlare sempre molto. Poi non dobbiamo lamentarci se spesso in sede di discussione generale le aule parlamentari sono mezze vuote. Ciò avviene perché spesso si parla di tutto meno di quello che si vuole proporre. Se invece si parlasse per 10 minuti, la discussione sarebbe più interessante, l’attività si svolgerebbe in tempi brevi, il Parlamento invece che funzionare per tanti giorni potrebbe funzionare per una sessione al mese come in Inghilterra, le cariche potrebbero pure essere onorifiche”. Non crede che l’introduzione dell’Istituto della sfiducia costruttiva alla tedesca possa prestare il fianco ad una politica maggiormente partitocratica visto che verrebbe svilito l’importante ruolo attualmente ricoperto dal presidente della Repubblica nelle crisi di Governo? “La sfiducia costruttiva tende ad evitare che si creino vuoti di potere, tende ad evitare che in caso di caduta di un governo si debba aspettare molto tempo per farne uno nuovo, come per esempio accaduto in Belgio, dove si è aspettato più di un anno per avere un nuovo esecutivo. A me pare che questa sia una norma virtuosa. È stata sempre invocata, anche all’epoca in cui c’era la Democrazia Cristiana. Credo rappresenti qualcosa di positivo”. Riguardo la riforma della legge elettorale si è fatto riferimento, nei giorni scorsi, alla possibilità di liberare i partiti dall’obbligo di dichiarare, prima delle elezioni, la coalizione di appartenenza. Lei che cosa pensa rispetto a questa ipotesi? “La legge elettorale la faremo dopo le riforme costituzionali. Noi abbiamo impiegato tanti anni per dire che bisognava comunicare prima agli elettori la coalizione di appartenenza per evitare che questi ultimi votassero senza sapere che fine facesse il loro voto. Adesso siccome c’è stata la sbornia di questa modalità di formazione delle coalizioni si vuole tornare indietro perché ci sono i piccoli partiti che vogliono avere le mani libere per avere la possibilità di fare l’ago della bilancia. Siccome la legge bisogna farla tenuto conto anche di tutti gli altri partiti che la debbono votare è probabile che invece di fare meglio si faccia peggio”. Ma ci sono i tempi per farla? “Ci sono. A condizione che si proceda. Il Senato ha incardinato la riforma, è iniziata la discussione generale. Noi lavoreremo. Bisogna vedere anche come procederà l’iter alla Camera dei Deputati”. La settimana scorsa il segretario del Popolo della Libertà Alfano ha lanciato il semipresidenzialismo alla francese che prevede un rafforzamento dei poteri del capo della Stato, eletto direttamente dai cittadini. La riforma approdata in aula al Senato prevede invece un rafforzamento dei poteri del capo del Governo. Il vostro relatore Vizzini non era presente in aula al momento dell’incardinamento. È forse un primo segnale della volontà di affossare il testo giunto in aula? “Alfano ha proposto le nostre soluzioni. È chiaro che noi da soli non siamo in grado di fare la riforma. Occorre farla con larghe intese. Bisogna vedere quali sono le posizioni degli altri partiti. Il Popolo della Libertà ha fatto questa proposta per evitare che si dicesse che non facciamo il nostro dovere. Adesso dicano tutti gli altri che cosa vogliono e soprattutto se vogliono fare la riforma costituzionale ed elettorale. Noi vogliamo farle”. Il vostro relatore era assente in aula… “Ha provveduto però a depositare la sua relazione scritta. E’ più impegnativo depositare la relazione che parlare”.

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