Nel buio di una nave

Le morti bianche, fenomeno quanto mai attuale, ed il ricordo della tragedia della Mecnavi a Ravenna

Ravenna – La tragedia della Mecnavi. Era la mattina del 13 marzo 1987 quando, a bordo della gasiera “Elisabetta Montanari” in manutenzione presso il cantiere della Mecnavi nel Porto di Ravenna, il mancato rispetto delle norme di sicurezza costò la vita a tredici operai che, intrappolati nella stiva, morirono soffocati dai gas altamente tossici sprigionati da un piccolo incendio innescato dalla scintilla di una fiamma ossidrica. Fu quello il più grave incidente sul lavoro accaduto dal dopoguerra in Italia. Questi i nomi delle tredici vittime: Filippo Argnani, nato ad Argenta il 2/5/1947 – di Filo di Argenta (FE) Marcello Cacciatore, nato a Ruffano il 23/11/1964 – di Ruffano Alessandro Centioni, nato a Forlì il 13/9/1966 – di Bertinoro (FC) Gianni Cortini, nato a Ravenna il 5/2/1968 – di Ravenna Massimo Foschi, nato a Cervia il 22/3/1951 – di Cervia (RA) Marco Gaudenzi, nato a Bertinoro il 25/6/1969 – di Bertinoro (FC) Domenico Lapolla, nato a Civitella il 17/3/1962 – di Bertinoro (FC) Mohamed Moesad, nato a Il Cairo il 15/3/1951 – di Punta Marina (RA) Vincenzo Padua, nato a Scicli il 1/8/1927 – di Mezzano (RA) Onofrio Piegari, nato a Bertinoro il 29/8/1968 – di Ravenna Massimo Romeo, nato a Imola il 9/10/1963 – di Ravenna Antonio Sansovini, nato a Bertinoro il 21/6/1958 – di Bertinoro (FC) Paolo Seconi, nato a Ravenna il 7/7/1963 – di Ravenna “Nel buio di una nave“, a cura del giornalista Rudi Ghedini (Bradipolibri, Torino, 2007), è il libro-inchiesta che uscì in occasione del 20° anniversario di quel tragico evento. Un libro che in 112 pagine ricostruisce la drammatica vicenda, l'infinita catena di responsabilità ed omissioni e il lungo iter processuale che si concluse con pene irrisorie per i colpevoli. “Ogni morte è dolorosa, ma quando avviene per indifferenza o, peggio, per responsabilità di qualcun altro, deve muovere gli animi all'indignazione” si legge nella prefazione al libro di Rudi Ghedini, che porta le firme del Sindaco Fabrizio Matteucci, del Presidente della Provincia Francesco Giangrandi e dei tre Segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil di Ravenna, Luigi Folegatti, Giorgio Graziani e Riberto Neri. “Le vittime – ricorda Ghedini – dipendevano da 5 aziende diverse; 8 lavoravano in nero, 3 avevano meno di vent'anni, 12 erano picchettini. Per 3 di loro si trattava del primo giorno di lavoro.” Morirono “come topi” disse l'allora Arcivescovo di Ravenna Mons. Ersilio Tonini, facendosi portavoce del doloroso stupore e dell'incredulità che colpì la città intera. “Nessuno immaginava – si disse – che nella civilissima Ravenna si potesse lavorare in quel modo”, senza diritti e senza regole. Così comincia il libro: “È sulle navi che bisogna cercarli, i picchettini. Sulle navi in porto. E bisogna sapere dove cercarli, perché non sono in vista. Il loro lavoro non ha a a che fare con l'aria aperta e il salmastro, l'azzurro e lo iodio. Ha a che fare, piuttosto, con il sottosuolo, la claustrofobia, la miniera. Picchettino è una parola che si trova su pochi vocabolari (a parte la declinazione del verbo picchettare), e nemmeno i motori di ricerca su Internet offrono risposte esaurienti; secondo l'INAIL si tratta della qualifica professionale classificata con il numero 709. Sulle petroliere in secca, i picchettini vengono chiamati a svolgere le operazioni di pulizia nella stiva, usano stracci, palette, spazzole e raschietti per rimuovere la ruggine e i residui di combustibile colati dai serbatoi. Non è un'attività che richieda personale particolarmente qualificato. Servono forza di volontà e spirito di sacrificio, si tratta di eseguire mansioni semplici quanto disagevoli, in condizioni di scarsa visibilità. Un lavoro sporco e rumoroso: i picchettini devono incunearsi in ambienti ristretti e stare stesi sulla schiena o sul ventre, l'altezza dei doppifondi non va oltre gli 80-90 centimetri. Quando tredici corpi senza vita vennero estratti dal ventre della nave gasiera Elisabetta Montanari, il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell'intero Adriatico, prima i soccorritori e poi i giornalisti rimasero stupefatti dall'aspetto dei picchettini: facce annerite, maglioni pesanti infilati uno sopra l'altro, pantaloni di velluto spesso, passamontagna, giacca e pantaloni di tela cerata, lunghi stivali. Sui giornali del 14 marzo tutti scoprirono la parola picchettino e dovettero associarla a una tragedia…”. Nonostante gli anni passati, ricordo ancora molto bene lo sgomento, l'emozione e la rabbia che percorse la città quando si sparse la notizia della tragedia, e la folla immensa che il 16 marzo partecipò alle esequie. Una tragedia che ha lasciato una profonda ed incancellabile cicatrice nel cuore dei ravennati. E l'emozione e la rabbia provate in quei giorni che sconvolsero la città, mi si risveglia in cuore e si rinnova ogni volta che il telegiornale dà notizia di nuove morti sul luogo di lavoro. Cosa che ahimè accade troppo di frequente, quasi che la vita umana fosse una materia prima d'irrilevante importanza di fronte alla legge della competitività imprenditoriale e del profitto. E allora mi ritorna in mente il grande striscione che in quei giorni di lutto e di rabbia apriva il corteo, con la scritta “MAI PIU'“. Un obiettivo, quel MAI PIU', che a tanti anni di distanza non è stato ancora raggiunto e che alla luce di altri drammatici eventi (un nome per tutti: Thyssen Krupp di Torino, ma troppo lungo sarebbe l'elenco delle “morti bianche”) risuona come una beffarda irrisione per i lavoratori. associazione Vivi Ruffano

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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