Morì in cella. La ministra dispone un'indagine

Lecce. Popo Virgil Cristria si è lasciato morire dopo 50 giorni di sciopero della fame, intrapreso per sostenere la propria innocenza

Il ministro della giustizia Paola Severino ha disposto un'indagine ispettiva nel carcere di Lecce a seguito della morte del detenuto romeno Popo Virgil Cristria di 38 anni, avvenuta il 14 maggio scorso nell'ospedale “Vito Fazzi” del capoluogo salentino dopo 50 giorni di sciopero della fame. Il detenuto, che avrebbe terminato di espiare la pena nel 2018, aveva rifiutato il cibo per ribadire la propria innocenza. L'indagine sarà svolta dall'ufficio ispettivo del Dap. Nelle scrose ore la deputata del Pd Teresa Bellanova aveva sollecitato in un'interrogazione la ministra Severino ad intervenire per sanare l'emegenza carceri. 16 maggio 2012 Muore in carcere, dopo 50 giorni di sciopero della fame LECCE – Il motivo del perché abbia deciso di non toccare più acqua né cibo per 50 giorni, fino a lasciarsi morire, forse si trova nelle lunghe lettere, dei veri e propri memoriali, che Popo Virgil Cristria, 38 anni, originario di Bucarest, scriveva in continuazione, a penna. Perché la macchina da scrivere non l’ha mai avuta dall’amministrazione carceraria, nonostante l’avesse chiesta tante volte, e neanche un vecchio pc. Da Borgo S. Nicola, a Lecce, dove era detenuto per scontare una serie di condanne per furto, chiamava a Monza il suo avvocato, Renata D’amico, diventata per lui l’unico confessore. Popo aveva anche un fratello, a Bucarest, che telefonava di tanto in tanto per avere notizie, e una misteriosa benefattrice, che a Monza pagava per lui i conti dell’avvocato. Poi il vuoto, attorno ad un uomo che appena maggiorenne aveva iniziato ad entrare e ad uscire dal carcere, protagonista del “turismo giudiziario”, come lo chiamano le guardie penitenziarie, uno dei 4.000 detenuti che ogni giorno in Italia vengono trasferiti da un carcere all’altro a causa dei sovraffollamenti. Prima del 2000, quando aveva cominciato ad essere spostato da un carcere all’altro, dalla Campania alla Lombardia, in Puglia, Pop Virgil aveva vissuto per strada. Per un poveraccio come lui, tanti processi celebrati in contumacia, difensori d’ufficio distratti e non coordinati tra di loro. Una situazione processuale malgestita, la definisce l’avvocato-confidente. Era stato ricoverato anche nell’ospedale psichiatrico di Aversa ma poi era stato ritenuto compatibile con il carcere. Aveva chiesto che il magistrato riconoscesse i suoi problemi psichiatrici e si sentiva vittima del ‘sistema’ giudiziario, professandosi innocente. Indifferenza e solitudine, attorno a lui, sufficienti per impazzire. Popo aveva tentato più volte il suicidio a Monza come a Lecce ed era stato più volte ricoverato in ospedale. I tentativi di suicidio e gli atti autolesionisti sono continuati fino al febbraio scorso. Ma i tentativi di suicidio nelle carceri italiane e a Lecce non fanno più notizia, riferisce il segretario provinciale della polizia penitenziaria, Diego Leone: “Aspetti all’uscita del primo blocco e vedrà quante volte in un giorno esce l’ambulanza”. Il carcere di Lecce, oggi, è al collasso. Il secondo d’Italia per sovraffollamento, ospita 1.300 detenuti invece dei 650 previsti. La depressione di Popo è all’ordine del giorno: il 90% dei detenuti a Lecce fa uso di ansiolitici, il 16% sono tossicodipendenti attivi e molti sono affetti da pluripatologie. Ci sono otto educatori e sei psicologi, cioè un educatore ogni 180 detenuti e uno psicologo ogni 240 reclusi. Due i suicidi nel 2010 e 20 i tentativi messi in atto. Sono 80 le visite giornaliere dei medici in carcere, oltre 24mila in un anno (dati Csv Salento relativi al 2010). Mario Chiarelli, responsabile sanitario del carcere, assicura che Popo è stato visitato giornalmente da uno psicologo o da un medico, ma buttando uno sguardo alle statistiche, i conti non tornano. L’associazione “Antigone” ha chiesto all’Ufficio del Garante regionale per i diritti dei detenuti che attivi una para inchiesta, per capire come si possa morire in ospedale dopo 50 giorni di digiuno e che cosa sia stato fatto per scongiurarne la morte, se i protocolli siano stati rispettati, compresa l’osservazione medica costante e l’idratazione artificiale, fino al trattamento sanitario obbligatorio cui Popo non è stato sottoposto. “Si è strappata la flebo a metà, non voleva assistenza, poi lo abbiamo portato in ospedale”, dice Chiarelli. Era il 10 maggio, dopo tre giorni Popo è morto. Pesava 50 kg ed era alto 1.80. “La legge dice che non si può intervenire se uno rifiuta le cure”, conclude Chiarelli. Ma Popo voleva vivere, da uomo libero, perché si professava innocente. (articolo pubblicato su “Il Fatto quotidiano” del 15 maggio 2012)

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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