Balletto del sud: le stagioni dell'anima

Lecce. “Le quattro stagioni” di Franzutti sono uno spettacolo complesso, ricco di citazioni e riferimenti non sempre immediati

di Fernando Greco Il Balletto del Sud ha festeggiato il suo trentesimo allestimento con “Le quattro stagioni”, spettacolo creato dall’infaticabile Fredy Franzutti, direttore della compagnia che, nata nel Salento, si è affermata sempre di più a livello internazionale riscuotendo il plauso del pubblico e della critica. La narrazione parte da lontano, da Vivaldi e dalle sue celeberrime “Quattro Stagioni” che in maniera impressionistica ante-litteram scandiscono la ciclica rigenerazione della natura, secondo armoniose leggi matematiche che l’uomo del Novecento, con le sue ansie, le sue paure, ma soprattutto le sue incertezze, mette inesorabilmente in crisi. E’ qui che si innestano le scomode note di John Cage, musicista di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, a sottolineare l’eccentrica sensibilità umana, il flusso della coscienza ora irrorata da un rassicurante senso di complicità, ora ristretta nella constatazione del fallimento e della solitudine. L’arduo tentativo di rendere coerente l’incoerenza umana è affidato ai versi incandescenti di Wystan Auden (1907 – 1973), di cui lo spettacolo di Franzutti rappresenta un’affettuosa biografia.

danza

Il poeta inglese è di fatto protagonista sul palcoscenico, impersonato dall’istrionico Andrea Sirianni, efficacissimo nel rendere tutta la forza del testo poetico e nell’inserirsi attivamente nella coreografia. La primavera di Auden si realizza quando, nel 1939, egli si trasferisce negli Stati Uniti insieme con il compagno Christopher Isherwood per sfuggire al perbenismo britannico: nella liberatoria aura di ottimismo che spira nel Nuovo Mondo, ecco comparire un ardito e tenero duetto tra due aitanti marinaretti che saltellano gioiosi tenendosi per mano, i bellissimi Carlos Montalvan e Alessandro De Ceglia, in un’atmosfera degna di “Querelle” di Fassbinder. Gli aspetti deteriori del progresso stanno sempre dietro l’angolo, specie per l’indole pessimista di Auden (o sarebbe meglio dire “peggiorista”, come egli stesso si definiva): le favole della nonna hanno ceduto il posto all’industria del fumetto, ed ecco materializzarsi un nuovo passo a due con Topolino e Minnie (i validi danzatori Jennifer Delfanti e Nicola Lazzaro) che, accoppiandosi cinicamente, diventano simboli delle leggi del bieco mercato, del freddo consumismo che fa leva sulla gente comune, su quell’”ignoto cittadino” che non ha armi per difendersi, mentre l’autunnale caduta delle foglie porta con sé la paura del decadimento e della morte. La morte dell’amato, nel gelo invernale, spegne ogni volontà, immobilizzando qualsiasi reazione… e qui il pensiero corre alle “Lacrime di ghiaccio” della Winterreise di Schubert. Che cosa potrà salvare l’uomo dall’anamento definitivo? Non si può fare a meno di tornare a puntare sulla rassicurante ciclicità di Vivaldi e delle sue “Quattro Stagioni”, nutrendo la speranza che la primavera tornerà nuovamente a sorprenderci. E’ facile concludere che “Le quattro stagioni” di Franzutti sia uno spettacolo complesso, ricco di citazioni e riferimenti non sempre immediati, in cui però ogni elemento contribuisce ad emozionare lo spettatore, partendo dalla perizia dei danzatori, tutti scenicamente efficaci e di uniforme livello artistico, con punte di eccellenza per i già citati Montalvan e De Ceglia e per Elena Marzano, divenuta ormai una garanzia in seno alla compagnia. Senza dimenticare Bilyana Diakova, protagonista di un irresistibile momento a due con Sirianni, in cui, complice la musica di Cage, dà l’impressione di essere un fuoco fatuo, un’evanescente musa ispiratrice. Soggioganti le scene avanguardiste di Isabella Ducrot, tra cui un autunnale albero con foglie dorate dalle reminiscenze klimtiane e il variopinto fondale su cui si stagliava l’ensemble di archi dell’Orchestra “Tito Schipa” di Lecce capeggiato dal primo violino Stefan Biro. Nitido e preciso il versante musicale, con menzione speciale per Rosamaria Bene che ha fatto suonare un digital piano meglio di un vero clavicembalo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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