‘Mirodìa’. Nelle essenze, la storia da raccontare

Calimera. E’ sorto da poche settimane a Calimera il laboratorio di Simone Dimitri: saponi artigianali biodegradabili al 100% che parlano di Salento

CALIMERA – In griko significa essenza. E’ il termine “mirodìa”, che, già a pronunciarlo, invita a chiudere gli occhi e ad abbandonarsi al viaggio. Quello alla riscoperta dei profumi che hanno caratterizzato il nostro percorso e che restano legati ad un episodio lontano, reso indelebile. “Mirodìa” è anche il nome del laboratorio artigianale per la produzione di saponi naturali, pensato e realizzato da Simone Dimitri, nato da poche settimane a Calimera. Un progetto che abbraccia territorio, cultura, sostenibilità ambientale, forme e visioni. L’inaugurazione del laboratorio, Fiera Mirodìa, è stata una vera e propria festa delle essenze; ed in quell’occasione Simone ha presentato la nuova ‘collezione’ di saponi. Una grande tavola imbandita con gli ingredienti, i profumi, le forme e le storie che hanno ispirato la produzione. I saponi Mirodìa sono biodegradabili al 100%, nascono dalla riscoperta di metodi tradizionali e vengono realizzati utilizzando ingredienti esclusivamente naturali. Ma Mirodìa non è solo una produzione di cosmetici ma anche un percorso di ri-scoperta della natura e del Salento, dove il progetto prende forma e dal quale attinge suggestioni e materie prime quali olio d'oliva, miele, caffè, vino negroamaro, fico d'india. Il dialogo tra Mirodìa e i suoi luoghi d'ispirazione si nutre anche del fascino dei miti che li caratterizzano. Un bagaglio ricco di suggestioni in cui divinità, ninfe e sirene diventano le naturali chiavi di lettura per prendere contatto con l’anima del territorio.

saponi Mirodia

I saponi Mirodia Simone, come è nata l’idea di Mirodìa? “Tutto il progetto è la naturale evoluzione di una ricerca personale, del mio desiderio di entrare in contatto con l'essenza, appunto, del territorio che mi ha visto nascere e che ho sempre amato. Sono sempre stato affascinato dalle erbe e da bambino me ne andavo in giro per le campagne con un erbario che avevo trovato in casa, per imparare a riconoscerle ed osservarle nel loro ambiente naturale. L’osservazione diretta delle varie erbe officinali mi permetteva poco per volta di immaginare il carattere di ognuna, di scoprirne le sfumature e allo stesso tempo mi faceva rendere conto di quanto il modo di convivere delle varie piante in uno stesso habitat fosse per niente casuale, ma anzi carico di significati. Col tempo ho incontrato libri pieni di spunti interessanti e soprattutto persone che condividevano questi miei interessi”. Che cosa ha poi fatto scattare la scintilla? “La curiosità e la voglia di provare hanno fatto il resto; ricordo che i primi tentativi furono gli oleoliti, ottenuti semplicemente con la macerazione di erbe in olio; da lì, con la semplice aggiunta di cera d’api provai a preparare i miei primi unguenti, con grande disperazione di mia madre che si ritrovava puntualmente la cucina sottosopra”. Che cosa hai dovuto imparare per iniziare a realizzare saponi ed unguenti? “Prendere dimestichezza con i vari ingredienti, conoscerli lentamente, poco per volta è stato, ed è ancora, fondamentale. Una volta impadronitomi delle norme basilari per non dar fuoco alla cucina, mi sono cimentato con la produzione casalinga del sapone. È stato amore a prima vista”. Quale sensazione si prova? “Nel sapone potevo ricostruire le relazioni che vedevo nascere spontaneamente in natura tra i vari elementi che componevano i miei paesaggi preferiti, potevo dosare la consistenza, scegliere quali sensazioni tattili stimolare e a quale combinazione di profumi associarle, potevo far rivivere figure mitologiche e storie eroiche, fondendo il tutto in un prodotto che potesse avere specifiche proprietà cosmetiche. Ho sperimentato tanto per conto mio, ma fondamentale è stato partecipare al progetto Sm-art Lab. Ogni evento curato da Valentina D’Andrea e Carla Pinto è stata una sollecitazione importante e per me un vero e proprio laboratorio in cui testare i miei saponi, immaginando delle etichette e costruendo passo dopo passo una linea che ora contiene diversi saponi ognuno con una personalità ben definita. Questo lavoro è stato un portare a coscienza, per poterlo esprimere agli altri, qualcosa che era cresciuto in me in maniera del tutto naturale e per il quale non potrò mai ringraziare abbastanza Francesco Maggiore, che realizza progetti di comunicazione per Big Sur e che instancabilmente, con cristallina sensibilità ha trovato il modo di interpretare e rendere comunicabile lo spirito di Mirodìa costruendogli un’identità visiva”. Hai così deciso di dar vita a Mirodìa. Che cosa ha significato? “Una lavoro durissimo che però mi ha permesso di vedere quante persone credevano in me e nel progetto a partire dalla mia famiglia, sostegno indispensabile, gli amici sempre disposti ad aiutarmi, i miei concittadini con il quale è iniziato un dialogo che ritengo interessante base di partenza per la ri-costruzione di un sentimento di comunità che tanto manca alla società moderna, ma anche tutte quelle persone che osservo affascinato mentre annusano un sapone, socchiudendo per un attimo gli occhi. Io credo che ci sia tanto da imparare dal modo di convivere delle piante in un ecosistema; credo che fare impresa oggi non possa prescindere dal relazionarsi col territorio nella sua interezza; i consumatori sono sempre più ‘consapevoli’, è sempre più sentito il bisogno di un profondo cambiamento negli stili di vita e nelle attività produttive e io credo che in quest’ottica l’artigianato abbia veramente tanto da dare in termini di qualità e sostenibilità”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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