Due di me

Due treni fermi paralleli. Un volto riflesso nel finestrino. Sono due, a ben guardare. O uno solo

Di Valeria Potì Una mostra da allestire. Una imprevista bufera di neve. Un treno da prendere. Un aut aut da chiudersi dietro le porte automatiche del vagone. Come ogni volta il mio staff aveva già tutte le indicazioni necessarie per compiere il lavoro prima del mio arrivo, così anche questa volta al termine della riunione, ma mai come questa volta del mio staff solo una persona era riuscita a raggiungere Roma, tutti gli altri bloccati dalla bufera. Così senza dover sbraitare al telefono avevo deciso di prendere quell’unico treno per risalire contro la corrente che invece portava tutti giù e andare lì a far da me come facevo da ragazza. Lasciavo a casa uno sguardo incredulo con una valigia di decisioni, stavolta non toccava a me decidere. O almeno così credevo. Ad una stazione di un paesino di non so dove arriva l’imprevisto prevedibile, il treno non riesce a procedere, tutti si agitano, qualcosa sui binari, ghiaccio o neve ci blocca in stazione. Il ghiaccio non ci fa andare avanti. Mai. Troppa confusione, metto gli auricolari con la mia musica preferita, guardo fuori e riesco a sentire il silenzio della neve. E poi l’imprevisto imprevedibile. Arriva un treno da direzione opposta e si ferma parallelo a me. Anche li, gli stessi passeggeri si agitano e vanno avanti e indietro per i corridoi e poi, d’improvviso anche il mio sangue si gela e non riesce ad andare avanti. La vedo, è qui di fronte a me. Chi me lo doveva dire in questo giorno di bufera fuori e dentro di me che l’avrei incontrata proprio qui? La fisso, forse mi vede forse no, ma stavolta io non lo abbasso lo sguardo. Inizia quasi una sfida, “guardami, guardami, sono qui, guardami, abbi il coraggio per una volta nella tua vita” penso intensamente. Si volta verso di me, mi fissa negli occhi. Così simili e così diverse, una coraggiosa l’altra pavida, una passionale l’altra ormai stanca di tutto, una tenace l’altra remissiva. Eravamo il sinonimo ed il contrario di noi stesse. Ci siamo fatte la guerra per anni, a distanza, quasi fossimo indifferenti l’una all’altra. Guerra e competizione su tutto. Anche sullo stesso amore. Anni a lanciarsi sfide, a raccontarci di essere migliori dell’altra. Ad avvelenarci la vita e i sentimenti perché troppo concentrate a distruggerci a vicenda. Anni a strapparci brandelli della stessa preda, trasformata in vittima e noi stesse, vittime di noi. In lei vedo la parte peggiore di me e probabilmente penserà lo stesso anche lei. Ma adesso abbassa lo sguardo. E’ resa. E’ la resa dell’ultima battaglia. Esulto, è mia la vittoria. Ma non è dolce come avevo sempre desiderato. Sa di fiele dei brutti ricordi. D’un tratto quel treno riparte, vedo scorrere le immagini di tutti i passeggeri, la cerco con gli occhi, non la vedo più, mi alzo per vedere meglio ma il treno è andato. Mi risiedo e la rivedo. Eccola lì riflessa nel vetro del finestrino. Eccomi qui riflessa nel vetro del finestrino. Sono io, sono anche così e non è più tempo di farmi la guerra. Sono stanca di combattermi. Non ho più voglia di brandelli d’amore. Sono io, siamo noi questa volta a dover decidere. Mentre scendo i gradini del vagone sorrido al capotreno che mi sbraita contro. Sento il silenzio della neve. Guardo il tabellone, tutti i treni sono in ritardo o cancellati. Mi siedo sull’unica panchina rimasta vuota. L’attesa sarà lunga, ma non mi sento sola, non mi sento in guerra, mi volto e mi vedo, eccoci qui Valeria, ne abbiamo di cose da dirci prima di tornare a casa e gustarci il momento così dolce, quando suoneremo, di rispondere “Io, finalmente”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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