Serata tra amici

L’emozione del corteggiamento, la difficoltà nel farsi avanti, il piacere del feeling che si crea. Poi l’errore, l’errore fatale. Ed allora è difficile perdonare

Quando la vidi entrare i miei occhi sorrisero ma anche lei sorrise maliziosa perché, in fondo, tutto era già stato detto. Tacitamente. Poi io le andai incontro come a fosse ma sapevo già di quanti sorrisi l’avrei sfiorata, in quei jeans chiari. Lei sorrideva, sorrideva sempre, come fosse destinata a regalare serenità e io la adoravo per questo. Avevo imparato ad apprezzarla quasi per caso: una serata fra amici, un bicchiere di buon vino – acqua frizzante per lei – e dei giochi di società, nelle serate invernali. Lei era bella e dagli occhi birichini, dietro la montatura firmata Jacobs. A tratti triste. Solitaria per scelta. Mi diede quest’impressione, nonostante la sua socievolezza e la capacità di mettere a proprio agio chiunque avesse vicino. Parlammo poco, quella sera. Parlammo poco perché, come potevo sbilanciarmi? Forse era venuta con il ragazzo. Era tutto unito e confuso, in me. Era tutto spostato su un piano astratto: lei, io, e il piacere che avevo di vederla/sentirla parlare. Quanto rise, quella sera. Quanto la guardai, di sottecchi, quella sera. Eppure lei non si accorse di a. Forse non se ne rese conto neanche dopo, quando iniziai a corteggiarla fra le vocali e le consonanti tutte agghindate. Forse allora ebbe sentore che qualcosa in me si era smosso, per questo iniziò ad evitarmi. In realtà, quello nostro, era semplicemente un rapporto di assenze, di continue ripetute assenze. Si stava bene, in quella dimensione forzata. Forzata? Ho detto forzata? Probabilmente era forzata dal fatto che io non ero più single e lei non voleva avere grane. Di fatto, provava una stima non da poco, nei miei confronti mentre io… io non saprei dire. A volte mi mancava quella sua ilarità, quel nascondersi dietro i colli alti dei suoi maglioni, come quello blu scuro che indossava l’ultima sera. Si divertiva quasi ad eclissarsi in quell’ampio collo di quel morbido maglione di lana. Ci sedemmo di fronte, lei a fianco alla sua amica. Io ero timido per natura, ma nell’atto del corteggiamento aprivo la coda come il pavone e luccicavo di mille colori e, soprattutto, non lasciavo spazio a dubbi di sorta. I suoi occhi mi guardavano, si strizzavano come a sorridermi con il cuore e io le ero di fronte con il mio carico di bla bla bla pronto a gettare l’amo. Anche la sua amica mi apprezzava, per carità, ma anche lei aveva capito che fra noi, a dispetto di tutto, c’era feeling. Un puro caso mi portò il piede vicino a quello suo e io gelai. Di colpo persi la parola e anche la sua amica parve accorgersi del mio scossone interno, ma non disse a. Sorrise. Capì. La serata volse sul tema che più ci accomunava, l’arte, e per tutta la serata la sintonia era tale che si sentivano le farfalle sbattere le ali e per tutta la serata non smisi un solo attimo di carezzarle il piede, con il mio. La sua amica pareva imbarazzata e fuori luogo quanto non mai, ma io non ero interessato al suo sentire. Dopo quella sera non ci sentimmo per mesi. Non mi perdonò facilmente l’errore delle carezze fatte al piede sbagliato.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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