Anno giudiziario, al via senza i giovani

Lecce. Oggi all’importante appuntamento dell’inaugurazione dell’anno giudiziario l’associazione giovani avvocati non ci sarà. Per protesta.

Invitati all’inaugurazione di stamattina dell’anno giudiziario, i giovani avvocati leccesi non ci saranno. La loro è una protesta pacifica ma forte, perché simbolicamente efficace: se è vero che la rinascita dalla crisi non può avvenire senza i giovani, è anche vero che i giovani devono poter essere ascoltati e devono poter dire la loro. E i giovani avvocati ne hanno molte da dire. Dicono no all’articolo 26 della legge 12 novembre 2011, n. 183, che ha sancito l’estinzione del giudizio di appello per chi, senza avviso, entro il termine di sei mesi non dichiara di essere ancora interessato alla lite: esortano che proprio da Lecce partano per Roma numerose ordinanze di remissione alla Corte Costituzionale. Dicono no alla ‘maldestra’ disciplina della mediazione civile obbligatoria, “che ha trasformato il diritto di difesa in mero business per gli organismi di conciliazione e per gli enti formatori di mediatori civili”. Chiedono che si ponga fine alle condizioni disumane delle carceri italiane; che agli avvocati ‘collaboratori’ di studi professionali siano riconosciute maggiori garanzie e tutele, così come ai praticanti sia assicurato un equo compenso per il periodo del tirocino. Hanno messo per iscritto le loro istanze, presentandole al presidente della Corte d’Appello. Eccole: INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2012 Eccellentissimo Sig. Presidente della Corte d’Appello, Eccellentissimo Sig. Procuratore Generale, Onorevole rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura, Onorevole rappresentante del Governo, Illustrissimo Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, Illustrissime Autorità, Signori Avvocati, Signori Magistrati Porgo a Voi il saluto dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati, con l’auspicio che il nuovo anno giudiziario, che oggi s’inaugura, possa finalmente segnare una definitiva inversione di rotta del sistema giudiziario italiano. Non mi soffermerò più di tanto nel denunciare tutti i mali della Giustizia italiana, perché ciò non sarebbe altro che una sterile litania da troppi anni ripetuta e ribadita in occasione di ogni inaugurazione dell’anno giudiziario. Ma desidero in questa autorevole sede, alla presenza delle autorevoli personalità nazionali e del nostro Distretto di Corte di Appello, ribadire il grido d’allarme che i Giovani Avvocati da anni denunciano per la tenuta democratica del nostro Paese. Se è certamente vero che una giustizia lenta è malagiustizia, è altrettanto vero che una giustizia frettolosa, una giustizia dai costi d’accesso irragionevoli, una giustizia sommaria è denegata giustizia. La principale preoccupazione di chi amministra la macchina giudiziaria deve essere il sacro rispetto dei valori costituzionali del diritto di difesa e del giusto processo in contraddittorio tra le parti. Ed il tentativo di riforme draconiane di eliminazione del contenzioso pendente nella fase delle impugnazioni civili, introdotto con le manovre di novembre e dicembre 2011, è soltanto l’ultimo dei gravissimi attacchi al principio del giusto processo. Da Giovani Avvocati, che credono nello Stato di Diritto e nel valore supremo della Giustizia, auspichiamo che da questo Distretto possano giungere ordinanze di remissione alla Corte Costituzionale sull’articolo 26 della legge 12 novembre 2011, n. 183, che ha sancito l’estinzione del giudizio di appello per chi, senza avviso, entro il termine di sei mesi non dichiara di essere ancora interessato alla lite. Così come attendiamo con ansia il pronunciamento del Giudice delle Leggi in ordine alla disciplina della mediazione civile obbligatoria, strumento maldestramente disciplinato, che ha trasformato il diritto di difesa in mero business per gli organismi di conciliazione e per gli enti formatori di mediatori civili. Ma al contempo, intendiamo dare atto al Governo e al Ministro della Giustizia dell’attenzione manifestata sul problema del sovraffollamento carcerario, oramai non più procrastinabile. Naturalmente, urge un intervento complessivo sul sistema sanzionatorio e penitenziario, che possa ricondurre ad una situazione di civiltà il momento di espiazione della pena, in ossequio al dettato costituzionale. Ovviamente, auspichiamo che il recente intervento legislativo non resti sulla carta, ma che siano dati strumenti alla magistratura di sorveglianza, ai sevizi sociali ed agli operatori di polizia giudiziaria di applicare ed attuare la norma in temi rapidissimi. Riteniamo comunque ferma la necessità di rivisitare più in generale i requisiti soggettivi per l’ammissibilità al beneficio, rimuovendo gli effetti disastrosi generati sul sistema dalla legge ex Cirielli. Ma siamo anche preoccupati del gravissimo stato di crisi in cui versa l’Avvocatura Italiana; una crisi non solo economica, maggiore e più grave di quella che coinvolge il nostro Paese. Le recenti statistiche diramate dalla Cassa di Previdenza dimostrano un continuo calo del reddito pro-capite degli avvocati, in persistente discesa dal 2007, con una perdita di ricchezza dell’avvocato medio italiano del 12% (comprensivo dell’inflazione) nel triennio 2008-2010. Tale crisi colpisce maggiormente i soggetti deboli della nostra categoria: i giovani e le donne. Individuare una causa della crisi economica dell’Avvocatura non è certo facile; ma tra le prime ritengo che debba essere individuata quella dell’incapacità della stessa Avvocatura di ragionare verso grandi obiettivi. Per questo noi Giovani Avvocati siamo disponibili a confrontarci con le forze politiche e con il Governo sulla necessità di innovare la professione forense, anche ragionando sulle liberalizzazioni, mantenendo però fermi i principi cardine dell’indipendenza e dell’autonomia dell’avvocato nelle sue scelte professionali; auspicando il massimo rispetto del codice deontologico e rafforzando il controllo disciplinare. Ma sia chiaro a tutti gli interlocutori che non esiste la casta degli avvocati, così come è certo che la nostra magnifica professione è nei fatti (oltre che giuridicamente) libera e liberalizzata, soprattutto per quanto riguarda l’accesso; e sia anche chiaro che le riforme liberalizzatrici dell’economia del nostro Paese non possono essere sempre contraddistinte da un tenore punitivo verso i liberi professionisti e gli avvocati, in particolare. Ma la Giovane Avvocatura non ha timore di confrontarsi con la modernità e con una rivisitazione del ruolo dell’avvocato nella società moderna. In questo quadro non sono giustificabili le chiusure nette di alcune componenti del mondo forense verso le società professionali o inter-professionali a responsabilità limitata, che possono costituire una nuovo modello per l’organizzazione del lavoro degli studi legali anche, e soprattutto, a vantaggio delle giovani generazioni; sia pure con la ferma contrarietà per la presenza di un socio di puro capitale (con poteri di amministrazione e controllo). E riteniamo condivisibile quanto prospettato nelle manovre di luglio ed agosto 2011 circa la netta divisione dell’attività disciplinare da quella amministrativa, in modo da consentire un recupero di credibilità della stessa struttura ordinistica. Sarebbe auspicabile – anche e finalmente –la regolamentazione di quei rapporti tra avvocati titolari e avvocati collaboratori di studio, riconoscendo a quest’ultimi tutele e garanzie in linea con le recenti e future riforme del mercato del lavoro. Anche se abbiamo accolto con estrema sorpresa l’abrogazione contenuta nel D.L. 1/12 sulle liberalizzazioni dell’obbligo di corrispondere un equo compenso al praticante. Se il Governo Monti vuole essere a favore dei giovani, lo sia con i fatti e non solo a parole. Ma la riforma della professione forense passa inevitabilmente da una rivisitazione della rappresentanza democratica dell’Avvocatura. Crediamo che sia ampiamente condivisa la sensazione di un gravissimo deficit di rappresentanza, dovuto al sistema poliarchico di governo della nostra classe, che produce una continua confusione dei ruoli e genera un mancato coordinamento delle nostre voci con gli interlocutori politici e non solo. Oggi è quanto mai necessario che vi sia un’unica voce, davvero unitaria, democraticamente e direttamente eletta da tutti gli avvocati italiani, senza complicati meccanismi elettorali, senza elezioni di secondo o terzo grado. Abbiamo bisogno del Presidente degli Avvocati Italiani, e per far questo l’AIGA è pronta a fare la sua parte. Concludo il mio intervento con l’augurio che l’anno giudiziario 2012 possa essere finalmente l’anno della svolta; l’anno in cui i cittadini possano ricominciare a guardare con fiducia i Palazzi di Giustizia; l’anno in cui l’Italia possa nuovamente affermare senza pudore di essere la culla del diritto; l’anno in cui il nostro Paese possa finalmente rialzarsi. Avv. Paolo Gaballo Presidente AIGA Lecce

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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