Helios2. Il Consiglio di Stato blocca l’impianto fotovoltaico

Acaya. Respinto il ricorso della società contro la decisione della Soprintendenza che ha bloccato l’autorizzazione al progetto

ACAYA – L’impianto fotovoltaico da 7 Mw in zona sottoposta a vincolo paesaggistico non si farà. Lo ha deciso il Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso della società titolare del progetto, la Helios2 di Melissano, una delle società di Gsf Capital, e confermato la sentenza con cui il Tar sancì la legittimità del provvedimento restrittivo imposto dalla Soprintendenza che bloccò l’autorizzazione all’impianto già concessa dal Comune. L’area, ha confermato il Consiglio di Stato, è già fortemente provata dalla presenza di altri insediamenti e l’impianto fotovoltaico sarebbe un danno che il territorio non riuscirebbe a sopportare. La domanda per la realizzazione del progetto fu presentata in Regione il 19 giugno 2009 ed il 20 dicembre successivo, l’Ufficio Tecnico dell’Unione dei Comuni di Acaya e Roca concesse l’autorizzazione paesaggistica dichiarando che il progetto non era in contrasto con i vincoli e che si uniformava agli indirizzi del Piano urbanistico territoriale. L’autorizzazione venne però bloccata dalla Soprintendenza il 1° marzo 2010 in quanto “privo di adeguate motivazioni”; ovvero, secondo la Soprintendenza, nel procedimento autorizzativo non venivano specificate le ragioni per le quali il progetto veniva considerato conforme ai vincoli imposti all’area in questione. Non solo. “Il progetto – per la Soprintendenza – altera gravemente il paesaggio introducendo un elemento di forte impatto percettivo sotto il profilo di identificazione geografica in un territorio caratterizzato da estese macchie verdi e antiche architetture da preservare nel suo complesso”. Il Consiglio di Stato ha dato dunque ragione alla Soprintendenza ed ha aggiunto, respingendo le ragioni di Helios 2, che l’impianto “non può essere qualificato come opera di pubblica utilità, indifferibile ed urgente”. I giudici hanno dunque respinto il ricorso condannando la società di Melissano a versare alla Soprintendenza la somma di 5mila a copertura delle spese di giudizio. 11 ottobre 2011 cinesi minacciano ancora: 'Troppi furti in Puglia. Niente fotovoltaico' ROMA – Una maggiore tutela da parte delle istituzioni locali. E’ la richiesta di GSF (Global Solar Fund), gruppo industriale attivo nel settore del fotovoltaico in Salento che denuncia oltre 200 furti nell’ultimo anno negli impianti gestiti dal Gruppo, con danni per circa 7 milioni di euro. Al danno diretto si aggiungerebbe, secondo la società, quello legato alla mancata produzione di energia elettrica causata dai danneggiamenti agli impianti provocati dei furti. In seguito a tali episodi, GSF ha provveduto a rafforzare la collaborazione con le Forze dell’Ordine, a installare i più moderni sistemi di sicurezza e a intensificare i controlli, raddoppiando o triplicando in alcuni casi, il servizio di sorveglianza armata su tutti gli impianti ricorrendo a Società specializzate locali. Si tratterebbe tuttavia di una situazione non più sostenibile dalla società che minaccia quindi di fare un passo indietro rispetto agli investimenti previsti in Puglia. Un avvertimento-minaccia, il secondo dopo quello arrivato in seguito ai controlli giudicati “eccessivi” (ed ai relativi sequesti) da parte di Forestale e Guardia di finanza nei confronti degli impianti riconducibili alla proprietà. “GSF intende denunciare questi episodi che creano notevoli difficoltà al Gruppo” ma non prima di aver nuovamente menzionato i posti di lavoro promessi alla Puglia: “per la sola manutenzione e conduzione dei parchi fotovoltaici – si legge nella nota diramata – darà lavoro in Puglia a più di 400 persone per i prossimi 20 anni”. E, poco più in là, “fa notare come i danni subiti ammontino a una cifra ben più alta di quella corrisposta ai lavoratori ex Tecnova nel giugno di quest’anno”. In conclusione ci sarebbero troppi ostacoli all’attività della GSF in Puglia: “Questo dei furti è solo l’ultimo di una serie di episodi che stanno rendendo sempre meno appetibile per un player internazionale, come Global Solar Fund, un impegno in Italia, e in particolare in Puglia, dove il Gruppo ha già investito dal 2008 oltre 1 miliardo di euro, e che oggi in questa situazione si vede costretto a sospendere ulteriori investimenti. GSF rinnova la richiesta di un maggiore impegno, da parte degli Enti, delle Istituzioni locali e delle Forze dell’Ordine, per il ripristino dei valori della legalità e della trasparenza delle regole, elementi fondamentali e che stanno alla base di ogni piano d’investimento massiccio e a lungo termine sul territorio”. 30 settembre 2011 Fotovoltaico. Gsf sospende investimenti in Puglia per un miliardo La Global Solar Fund (Gsf) sospende gli investimenti previsti in Puglia per il valore di un miliardo di euro. La decisione arriva in seguito ai sequestri preventivi degli impianti fotovoltaici avvenuti alcuni giorni fa nel Brindisino, “in attesa –dicono dalla società – che la situazione venga chiarita”. La Gsf è la multinazionale delle rinnovabili che lo scorso dicembre ha acquisito le azioni della joint venture costituita nel 2009 con la Italgest Photovoltaic. L’annuncio del blocco degli investimenti suona quasi come una minaccia o come un avvertimento, in nome dell’importanza dei capitali messi in moto, nei confronti delle azioni di controllo della magistratura e delle forze dell’ordine nell’ambito delle energie rinnovabili. “Dal 2008 – affermano i vertici del Gruppo – Gsf ha investito in Italia sulla base di progetti che sono stati giudicati in perfetta regola dai più importanti studi legali e tecnici a livello internazionale e che sono stati validati anche dalle Istituzioni territoriali. Il sequestro degli impianti ci sorprende – aggiungono – in quanto in tutti gli altri Paesi in cui abbiamo investito, una volta acquisiti il parere favorevole per i progetti presentati e le necessarie autorizzazioni, non ci sono stati problemi legali successivi”. Un po’ come dire che i sequestri operati dalla Forestale a Brindisi hanno messo i bastoni fra le ruote all’attività della società ed anche, di conseguenza, allo sviluppo del territorio. “Tutte le azioni che Gsf ha compiuto sono sempre state ispirate ai principi di correttezza e di buona fede – assicurano – e se in seguito alle indagini della Magistratura, con cui è nostra intenzione collaborare, si evidenziassero condotte non conformi alla legge, saremo pronti a porvi rimedio nei modi più opportuni. Dobbiamo però rilevare che le misure finora adottate complicano notevolmente le già difficili condizioni operative. In un quadro normativo non semplice e instabile auspichiamo che possano essere individuate misure alternative a quelle del sequestro cautelare degli impianti che rischia di penalizzare irreversibilmente gli investimenti operati da Gsf”. GSF poi fa sapere di essere molto interessata a acquisire nuove quote di mercato e a costruire nuovi impianti in Italia, che potrebbero tradursi, spiegano, in “opportunità lavorative con rilevanti ricadute economiche per il territorio, ma è altrettanto vero che se non si potesse in futuro operare in un contesto fatto di regole certe e di un quadro normativo univoco e stabile, investire in Puglia, e in Italia più in generale, sarebbe sempre meno appetibile”. Ancora una volta la promessa di posti di lavoro dovrebbe tenere sotto scacco un territorio piegandolo a non vedere irregolarità – solo presunte o reali – e a scegliere di non approfondire le indagini in merito. 21 settembre 2011 Fotovoltaico e carte false. Quattro impianti sequestrati, 16 indagati BRINDISI – C’è anche la ex Italgest, oggi Apulia Renovable Energy, tra le quattro società del settore energia (le altre sono Girasole, Photos e Geos) proprietarie degli impianti fotovoltaici – uno da 10 megawatt e tre da 1 megawatt – sequestrati dagli agenti del nucleo investigativo Nipaf e del Comando della Stazione forestale di Brindisi su disposizione del vice procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi. L’operazione ha portato alla denuncia di 16 persone: pugliesi (leccesi ed ostunesi) tra i quali ci sarebbe anche Paride De Masi, toscani, siciliani, umbri e spagnoli impegnati nei diversi ruoli di imprenditori, professionisti e titolari di società operative nel campo delle energie rinnovabili, oltre ai titolari della società proprietaria dei terreni su cui gli impianti insistono (uno in contrada Trullo-Masseria Caracci, uno in contrada Trullo, e due in contrada Capitan Monza). Su di loro grava la pesante accusa di aver compiuto violazioni penali e di aver portato avanti i lavori per la realizzazione degli impianti, alcuni dei quali erano già in funzione, nonostante le ordinanze di sospensione lavori. Tutti e quattro gli impianti ricadono nel perimetro del Sin, il sito di interesse nazionale di Brindisi, una zona ad alta presenza di componenti inquinanti e cancerogene, che necessita di bonifica prima di dare inizio ad ogni tipo di attività e di una specifica richiesta al ministro dell’Ambiente, attraverso la Commissione nazionale permanente dei servizi, che ha il compito di valutare i terreni prima del loro utilizzo. Tale iter autorizzativo era stato eseguito, ed in parte, solo per uno dei quattro impianti. Numerose le violazioni contestate ai 16 indagati in concorso tra loro: l’esecuzione di lavori in difformità rispetto al progetto; l’artificiosa suddivisone degli impianti per evitare le procedure previste dall’autorizzazione unica regionale (circostanza contestata per i due impianti di contrada Capitan Monza, della potenza totale di 2 megawatt, un unico originario impianto diviso in due per potersi avvalere della procedura semplificata di dichiarazione inizio attività); la sottoscrizione di atti falsi; il mancato deposito di documentazione edile; la prosecuzione di lavori nonostante le ordinanze di sospensione; la attivazione degli impianti nonostante l’assenza dei collaudi previsti per legge; la violazione delle norme in materia di gestione e smaltimento dei rifiuti prodotti in cantiere. Esecuzione in difformità rispetto alla Dia è stata riscontrata anche per il terzo impianto, quello di contrada Trullo. Numerose difformità, sia rispetto a quanto dichiarato dalla società nelle relazioni tecniche sia rispetto a quanto autorizzato, sono state riscontrate sull’impianto fotovoltaico da 10 megawatt (valore dell’investimento superiore al milione di euro), quello di proprietà della Apulia Renovable Energy. Irregolarità e difformità che non possono rientrare tra le varianti in corso d’opera in quanto è stata modificata la sagoma e la volumetria dell’impianto autorizzato e delle opere accessorie. Sono state inoltre eseguite opere di movimento terra sensibilmente rilevanti rispetto a quelle previste dalla “Analisi di rischio” valutata in occasione del rilascio del a osta del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio, in relazione all’ubicazione dell’impianto nel Sin. // Le implicazioni nel caso Tecnova Le quattro società titolari degli impianti sequestrati sono le stesse già finite nel mirino della Procura brindisina e della Direzione distrettuale antimafia di Lecce per lo scandalo Tecnova, società alla quale si contesta anche lo sfruttamento al limite della schiavitù della manodopera immigrata. Dell’articolato sistema di sfruttamento dei lavoratori messo in piedi, Tecnova sarebbe infatti solo l’ultimo anello, in qualità di subappaltatrice dei lavori di realizzazione degli impianti, di cui risultano essere proprietari i cinesi della Global Solar Fund (Gsf), la multinazionale delle rinnovabili che lo scorso dicembre ha acquisito il controllo totale delle azioni della joint venture costituita nel 2009 con la Italgest Photovoltaic, fino ad allora di proprietà di Paride De Masi. Oltre alla Italgest, è coinvolta nell’inchiesta Tecnova anche la Osiride Solar. Queste due società sono infatti proprietarie rispettivamente dell’impianto fotovoltaico di Salice Salentino e di quello di Guagnano i cui lavori erano stati appaltati ai presunti schiavisti della Tecnova. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Lecce Maurizio Saso risultano indagati a piede libero anche i soci e i legali rappresentanti delle due società in questione, responsabili, secondo l’accusa, di aver falsamente attestato che i lavori connessi alla realizzazione degli impianti salentini sarebbero stati portati a termine entro la fine di dicembre. Tale dichiarazione era finalizzata, secondo il gip, alla “indebita percezione di erogazioni quantificabili in circa 10 milioni di euro” per Italgest e di un milione di euro per Osiride.

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