Costi della politica. Tagli decisi entro febbraio

Roma. Il Rapporto Giovannini sugli stipendi dei parlamentari ha infuocato il clima politico. Il punto di vista di Poli Bortone, Bellanova, Fitto

ROMA – La stretta sui cosiddetti “costi della politica” sembra ormai imminente. Se ne parla ormai da tempo ma la situazione negli anni è rimasta tristemente immutata. Sulla materia sembrava dovesse intervenire il governo Monti, con l’ultima manovra approvata lo scorso dicembre. Così non è stato. In compenso sono aumentare le tasse e sono stati chiesti, per l’ennesima volta, sacrifici ai pensionati e ai lavoratori pubblici e privati. Niente di nuovo, quindi, rispetto al passato. Se, da un lato, la Casta si dimostra apparentemente disponibile ad una decurtazione degli emolumenti, dall’altro, concretamente, continua a fare le barricate. E l’insofferenza degli italiani per la politica aumenta sempre di più. A gettare benzina sul fuoco in questi giorni ci ha pensato il Rapporto presentato dalla Commissione presieduta dal presidente Istat Enrico Giovannini, incaricata di mettere a confronto le retribuzioni dei membri delle istituzioni e degli organi della pubblica amministrazione del nostro Paese con quelle percepite dai medesimi soggetti negli altri paesi europei. E’ stato come scoprire l’acqua calda ma le cifre diffuse, con i tempi che corrono, fanno letteralmente rabbrividire: 11.283 euro di indennità lorda (per i senatori 11.555 euro), 3.500 euro di diaria, 3.690 euro per le spese di segreteria, 1.331 euro per le spese di trasporto, viaggi totalmente gratis (aerei, treni, navi, autostrade). Cifre che indignano, alla luce delle difficoltà economiche che giovani, lavoratori, pensionati, famiglie sono quotidianamente costretti ad affrontare. Cifre che scandalizzano rispetto alla effettiva attuale capacità della politica di risolvere i problemi dei cittadini. Il Rapporto Giovannini, oltre a riaccendere il dibattito sui costi della politica, sembra però abbia accelerato l’iter parlamentare per il taglio degli emolumenti. Al punto che la prossima settimana il collegio dei questori dei due rami del Parlamento consegnerà un documento unitario agli uffici di presidenza. Subito dopo scatteranno i tagli, che andranno presumibilmente a colpire i viaggi gratis (saranno in futuro sottoposti ad autorizzazione e pagati dal parlamento i voli nazionali mentre l’esborso per i voli internazionali sarà direttamente sostenuto dai parlamentari) e le spese per i collaboratori (rientranti in quelle di segreteria) che non saranno più retribuiti da onorevoli e senatori bensì direttamente dalla Camera e dal Senato. Ed è proprio ai presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani che la senatrice Adriana Poli Bortone, cofondatrice di Grande Sud, ha inviato una lettera per sollecitare la chiusura dei lavori entro tre mesi e la successiva abolizione delle 31 tra commissioni e comitati non permanenti dei due rami del Parlamento. “Se si procedesse in questa direzione – spiega la senatrice – si arriverebbe in tempi rapidi ad un notevole risparmio della spesa visto che solo i presidenti di queste commissioni percepiscono 5mila euro in più al mese, senza tener conto di tutti gli altri costi per il funzionamento”. La senatrice ha anche chiesto che “vengano messi rapidamente all'ordine del giorno i disegni di legge costituzionale che puntano al dimezzamento del numero dei parlamentari”. Adriana Poli Bortone e' prima firmataria, in tal senso, di un disegno di legge. Anche l’onorevole del Partito Democratico Teresa Bellanova sottolinea la drammaticità del momento e l’obbligo della politica di contribuire in questa fase, al pari di tutti i cittadini, ai sacrifici necessari a salvare il paese. “Il principio della remunerabilità delle cariche politiche resta intangibile – afferma Bellanova –. Senza infatti una adeguata remunerazione si consegnerebbe l’attività politica all’esclusivo appannaggio dei ceti sociali elevati e questo rappresenterebbe inesorabilmente la morte della democrazia. Tuttavia – continua l’esponente del Pd – spetta alla politica recuperare la sua funzione di valore aggiunto alla vita sociale e civile dell’Italia. Se è vero che va salvaguardata la remunerabilità della politica e altrettanto vero che esiste una soglia al di là della quale si sconfina inequivocabilmente nell’insopportabile e, mai come oggi, insostenibile privilegio. In un periodo in cui si rendono necessari quei drammatici sacrifici che gli italiani stanno provando sulla loro pelle – conclude la deputata – non può essere proprio la politica a sottrarsi a questa ineludibile necessità”. Secondo l’ex ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto, il Parlamento avrebbe già fatto i necessari tagli. “Se usciamo dalla demagogia – osserva Fitto – riscontriamo il fatto che il costo del parlamentare italiano è di gran lunga inferiore a quello dei parlamentari di altri Paesi, in special modo dell’area europea. Quindi quando si parla di allineare la media del parlamentare italiano a quella dei parlamentari europei sarei lieto se ciò accadesse perché avremmo in termini di servizi, per una funzione fondamentale per il nostro paese quale è l’esercizio della democrazia, dei meccanismi in grado di funzionare. Se invece facciamo prevalere la logica del taglio all’untore o vediamo il parlamentare come un problema – conclude sarcasticamente l’esponente Pdl – possiamo eliminare proprio il Parlamento e saremo tutti più contenti. Magari poi avremo di fronte un altro problema ancora più grosso: come governare il Paese”. Il dibattito è quindi più che mai aperto. Ma il tempo delle dichiarazioni, dei comunicati stampa, delle interviste sta per esaurirsi. Entro febbraio, sembra, saranno già state prese delle importanti decisioni. Sembra.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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