Grotta dei cervi. Due progetti per renderla ‘visibile’

Porto Badisco. Scoperta circa 40 anni fa. De Matteis e Amato, con le loro idee di fruizione pubblica, si oppongono a chi ne ritiene impossibile l’apertura

PORTO BADISCO – Il complesso pittorico neolitico più imponente d’Europa. Oggetto di tante, forse troppe definizioni, la “cappella Sistina”, il luogo “inaccessibile”, “un bene abbandonato e non valorizzato”, un patrimonio culturale ed economico “da aprire al pubblico”. La Grotta dei Cervi, (a oltre 40 anni dalla scoperta effettuata dal gruppo speleologico “Pasquale de Lorentiis” di Maglie), insieme all’area e al paesaggio tutt’attorno alla marina di Porto Badisco, negli ultimi tempi è tornata a fare gola a quanti tra rappresentanti istituzionali, tecnici e appassionati vorrebbero che quel sito non rimanesse solo un tesoro sommerso tra i corridoi naturali situati sotto il costone. Ma addirittura, secondo alcuni, fosse messo nelle condizioni di essere aperto al “godimento di tutti e non soltanto di pochi”.

Grotta dei cervi

Un’ipotesi, quella dell’apertura alle visite turistiche, ritenuta “impossibile” da altri speleologi che hanno avuto modo di studiare i pittogrammi presenti nel sito neolitico, i quali per le loro caratteristiche e la loro delicatezza, potrebbero “soffrire” un mutamento del microclima interno, rischiando seriamente di venire “danneggiati per sempre”. I corridoi nella Grotta, secondo gli studi effettuati, sono tre. Il primo è lungo circa 200 metri e si sdoppia in due rami: uno in direzione nord alla fine del quale furono ritrovati due scheletri, e l’altro in direzione sud-est. Il secondo è ricco di pitture e verso la metà del percorso, di circa 200 metri complessivi come il terzo, oltre alla presenza di un laghetto naturale vi è un deposito di guano adoperato dall’uomo neolitico per dipingere. Questa, in sintesi, la struttura del prestigioso luogo preistorico, oggetto frequente di studi, ipotesi e piani di lavoro, alcuni presentati anche oltre 20 anni fa. Come quello dell’architetto Donato De Matteis di Montesano salentino, incaricato nel 1987 dall’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Otranto, di redigere un progetto intitolato “Museo ipogeo vivente” dal costo complessivo di 20 miliardi delle vecchie lire, dove si prevede una vera e propria riproduzione dei cunicoli della Grotta e la sistemazione del calco all’interno di una struttura posta a circa 400 metri a nord della vallata naturale che sovrasta la cavità di Badisco.

Donato De Matteis

Donato De Matteis Su una superficie di circa 16 ettari, solcata da un canalone naturale, De Matteis ha previsto la realizzazione di un “complesso di strutture a servizio delle grotte in superficie, tra cui una dedicata all’accettazione e prima informazione. Poi uffici, segreterie, oltre a un centro studi collegato direttamente con l’Università e comprensivo di servizi tra cui sala conferenze, foresteria e un piccolo ristorante”. Tutto questo in funzione, di un lavoro organico portato avanti da istituzioni e studiosi per rendere, seppure non direttamente, fruibile l’alto contenuto storico-culturale-antropologico in Grotta dei Cervi. Un’altra idea in campo è quella dell’architetta Roberta Amato di Minervino di Lecce, la quale ha stilato una proposta dal titolo “Parco archeologico naturalistico: La Valle dei Cervi”, argomento di tesi di laurea presso la Facoltà di architettura dell’Università di Firenze e l’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria sotto la supervisione della dottoressa Mara Guerri, che prende come punto di riferimento la fascia di territorio e le antiche vie romane che collegavano Otranto a Castro e le comunità vicine al mare (tra cui le odierne Minervino e Uggiano La Chiesa).

Roberta Amato

L’architetta ha ragionato su un Parco con quattro poli principali: archeologico, naturalistico, agricolo, culturale collegati tra loro da un sistema di percorsi pedonali e ciclabili, e da un unico percorso carrabile che attraversa i punti nevralgici del parco, ponendosi come un “circuito di attraversamento”; in questo modo – spiega la Amato – si può dare una “fruizione alternativa del sito, dal momento che le grotte non possono essere varcate direttamente, programmata con accuratezza e che contemporaneamente inneschi un meccanismo di rilancio economico a lungo termine e di ampio respiro”. “Un Parco – spiega sempre Roberta Amato – inteso non come arido strumento di tutela e conservazione ma come un qualcosa di vivo, di pulsante che riesca a porsi all’interno del territorio in maniera interattiva”. Con tanto di ecosistema intorno alla Grotta, denominato “La valle dei Cervi”, visto come un “insieme di realtà naturali ed antropiche succedute nel tempo, paleolitiche, neolitiche, basiliane, sveve, per dirne qualcuna, che raccontano la struttura delle relazioni avute nel tempo fra l’uomo e l’ambiente circostante”. Insomma, tante idee e progetti sul tavolo. Ma la scelta rimane un rebus: in gioco vi è un complesso unico e raro, che dovrebbe essere dichiarato patrimonio dell’Umanità. Articolo correlato: Grotta dei cervi. Patrimonio dimenticato

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!