I vecchi e i giovini

Il libretto di un mazziniano deluso

Non sarebbe bello far passare l’anno del centocinquantenario dell’unità d’Italia senza un ricordo di Giovanni Ruffini, librettista per caso, patriota per vocazione. Fu tra i primi aderenti alla Giovine Italia. Cospiratore nel '33 insieme ai fratelli (Jacopo fu arrestato e poi sgozzato in carcere: “suicidio”, si disse), fuggì a Parigi, dove per Donizetti scrisse il “Don Pasquale”, andato in scena al Théâtre Italien nel 1843. Fonte d’ispirazione: “Ser Marcantonio”, di Angelo Anelli, forse con un occhio anche all’ “Italiana in Algeri” (dello stesso Anelli). Ma la tradizione comica del vecchio babbione in cerca di una moglie giovane è lunga e, per chi aveva aderito a un movimento “giovine”, doveva assumere un significato tutto speciale. Il “decrepito” don Pasquale vuol dare il nipote a una vecchia zitella e soffiargli la fidanzata. Finirà, come sempre nella finzione scenica, con le donne più o meno serve a farla da padrone. Nella realtà, mentre rivoluzioni e risorgimenti son cose da giovani, in Italia durò così tanto che per alcuni non bastò una vita. Ruffini rientrò dopo il '48, poi espatriò per scelta e tornò nella nativa Liguria poco prima di morire, tra l’indifferenza che l'Italia sabauda riservò ai mazziniani più fortunati.

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