‘Più ordine e tempi certi’. Mantovano difende il Codice antimafia

PALAZZI ROMANI. Il nuovo documento ha attirato non poche critiche. L’ex sottosegretario le respinge: “E’ un punto fermo nella normativa”

ROMA – La criminalità organizzata continua a rappresentare una vera e propria zavorra per la crescita politica, economica, sociale e culturale del nostro Paese. In tal senso, il rapporto pubblicato nel 2010 dall’Eurispes è chiarissimo: le quattro principali organizzazioni criminali operanti sul territorio nazionale (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita) continuano ad aumentare i loro profitti, grazie soprattutto alla disarmante facilità di penetrazione negli apparati della pubblica amministrazione nonché ai sempre più frequenti sodalizi con organizzazioni criminali straniere. In pochi anni l’orizzonte spaziale degli affari da locale è divenuto nazionale ed europeo, assumendo, infine, una dimensione intercontinentale. Le basi logistiche di tali organizzazioni continuano però ad essere nel Mezzogiorno. Nei paesini della Sicilia, della Campania, della Puglia, della Calabria si continuano a prendere le decisioni più importanti. Quelle che permettono alle organizzazioni criminali di estendere i loro tentacoli oltre i confini nazionali. Nel 2008 si contano in Puglia ben 4412 denunce per reati connessi alla criminalità organizzata, di cui 656 nella provincia di Lecce. Sul fronte invece del sequestro e della confisca dei beni nel periodo 1992-2008 si registrano sequestri per circa 130 milioni di euro e confische per un valore di circa 65 milioni di euro. Il nuovo Codice antimafia è stato uno degli ultimi provvedimenti del governo Berlusconi. Nonostante le perplessità espresse dalle più importanti associazioni nazionali antimafia (su tutte “Libera” di Don Ciotti), l’ex sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano considera tale provvedimento come “elemento fondamentale per riportare ordine in una materia fortemente disorganica” precisando che molte delle novità in esso contenute “hanno già trovato un riscontro e una valutazione molto positiva da parte di molti magistrati impegnati attivamente sul fronte del contrasto alla mafia”. Quali sono i contenuti principali del Codice Antimafia e soprattutto quali sarebbero gli effetti positivi prodotti dallo stesso nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata? “L'intenzione del nuovo Codice antimafia non è quella di apportare innovazioni. Al suo interno, infatti, vi sono poche novità rispetto a quelle introdotte negli ultimi tre anni. Innanzitutto la funzione principale è quella di riportare ordine in una materia che sinora è stata abbastanza disorganica, nel senso che nel corso degli anni si è intervenuto con aggiunte e sovrapposizioni in certi casi dettate dall'emergenza e in altri casi sicuramente non da un quadro d'insieme. Originariamente si voleva fare un intervento ancora più ampio riprendendo sia dal codice penale che dal codice di procedura penale tutte le disfunzioni riguardanti la lotta alla mafia e questo non è stato fatto perché le commissioni parlamentari hanno chiesto al Governo di stralciare la parte relativa al codice di procedura penale e di affrontarla poi in un'altra circostanza. La parte grossa del codice riguarda le cosiddette misure di prevenzione patrimoniale, tra queste la confisca dei beni di provenienza mafiosa. La legislazione riguardante tali misure era diventata un vero e proprio vestito di arlecchino. Su questi aspetti si è iniziato ad intervenire con una legge della metà degli anni '60 e, dopo la cosiddetta Legge Rognoni – La Torre del 1982, si è arrivati ad una serie di aggiustamenti che avevano introdotto degli articoli-mostro, quasi impossibili da applicare e da interpretare. Il Codice presenta alcune novità in quanto si è recepito ciò che è stato stabilito dalla giurisprudenza nel corso degli anni in merito ad alcune garanzie di cui tener conto nel procedimento di confisca e sequestro dei beni. E questo riordino generale potrà sicuramente giovare a chi è chiamato ad applicare tali norme. In tal senso, è stata già riscontrata una valutazione molto positiva da parte di magistrati impegnati attivamente sul fronte del contrasto alla mafia. Una delle innovazioni più importanti è sicuramente quella che permette, per i reati di mafia, di operare il fermo del pubblico ministero senza che siano presenti quei requisiti che valgono per qualsiasi altro provvedimento della stessa natura. Se infatti il pubblico ministero di fronte ad un reato grave ritiene necessario privare della libertà il presunto autore del reato senza attendere i tempi della richiesta di custodia cautelare al gip, può farlo ma a condizione che dimostri il pericolo di fuga (naturalmente se questo pericolo di fuga non c'è all'esame successivo del gip lo stesso soggetto torna in libertà). Il pericolo di fuga non è richiesto invece nel caso di fermo per reati di mafia e questo avvantaggia parecchio sul fronte repressivo”. Il nuovo Codice Antimafia ha abrogato il decreto (poi convertito in legge) che istituiva l’Agenzia nazionale per i beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata e che qualificava la ‘Ndrangheta come organizzazione criminale di stampo mafioso al pari della Camorra e di Cosa Nostra. Il procuratore Grasso ha parlato in tal senso di errore materiale. Ma come è possibile che si verifichino errori del genere? “Non è vero che l’Agenzia è stata abrogata. Istituita tramite decreto del 4 febbraio 2010, formulato materialmente dal sottoscritto e convertito nel marzo 2010, l’Agenzia è attualmente operante. Anzi sta incrementando il proprio personale. Il fatto che si sia messo ordine nella materia del sequestro e della confisca dei beni mafiosi non significa che tutto sia stato abolito. L’Agenzia è stata istituita tramite legge. E nessuno ha abolito tale previsione legislativa”. E riguardo alla abrogazione della qualifica della ‘Ndrangheta come organizzazione criminale di stampo mafioso? “Quando nel febbraio 2010 si emanò il decreto istitutivo dell’Agenzia nazionale per la confisca dei beni si introdusse anche una norma, che personalmente considerai un errore, con la quale nel codice penale nella definizione di associazione mafiosa si sarebbe fatto espressamente riferimento anche alla ‘Ndrangheta. Per cui accanto alla dizione di associazione di tipo mafioso anche straniera si collocava pure la ‘Ndrangheta. Questo è stato un errore, corretto con l’emanazione del Nuovo codice antimafia, perché la struttura di un’associazione che viene qualificata come mafiosa viene definita e descritta, anche nei suoi elementi, nell’articolo 416 bis del codice penale. Elementi che vanno dalla comune e stabile organizzazione di un gruppo di persone all’assoggettamento di un territorio attraverso l’intimidazione, al punto da determinare omertà, passando per le ingerenze nel mondo degli appalti e nella gestione degli enti locali. Quante più associazioni si nominano tanto più si fa una cosa inutile e per certi versi dannosa perché se si hanno presenti gli indici poc’anzi illustrati può essere associazione mafiosa anche un’organizzazione di albanesi trapiantata in Calabria che fa determinate cose ovvero un’associazione presente ormai da vent’anni nell’area del Gargano. Pertanto, perché esse devono essere specificatamente nominate e non possono invece rientrare nella descrizione generale della norma? Per cui questo riferimento alla ‘Ndrangheta era un riferimento che generava solo confusione. Considerare la sua eliminazione come un non riconoscimento del carattere mafioso della ‘Ndrangheta è dire una colossale stupidaggine. L’articolo 416-bis tanto più è maggiormente in grado di colpire quanto più mantiene le sue caratteristiche generali senza fare troppe specificazioni”. Il provvedimento è stato criticato dalle principali associazioni nazionali antimafia come “Libera” di Don Ciotti. Le maggiori contestazioni ruotano attorno alla modifica dei termini temporali che devono intercorrere tra il sequestro e la confisca dei beni. Tali termini sono stati fortemente ridotti: 18 mesi più ulteriori due proroghe di sei mesi ciascuna. Non si sono abbattuti un po’ troppo i tempi considerando la notevole complessità che caratterizza le indagini patrimoniali? “Qui dobbiamo metterci d’accordo. Sino a qualche anno fa il problema più sentito relativamente al sequestro e alla confisca dei beni era la lunghezza dei tempi, interminabili per arrivare ad un provvedimento definitivo di confisca. Spesso passavano addirittura sei – sette anni. Inoltre, tempi altrettanto interminabili si registravano per arrivare dalla confisca alla destinazione dell’immobile. Innanzitutto, con il codice abbiamo dato un aiuto alle amministrazioni giudiziarie sia nella fase del sequestro sia in quella della destinazione al fine di rendere la stessa effettiva nel più breve tempo possibile. E qualche risultato comincia ad esserci. L’abbattimento dei tempi nella fase giurisdizionale, cioè quando si esaminano prima i presupposti del sequestro e poi della confisca è stata sempre chiesta da tutti. Tenga presente che così come esistono dei limiti per tenere in custodia cautelare, così credo sia giusto debbano esistere dei limiti temporali nel blocco dei beni. Preciso che i diciotto mesi più le due proroghe di sei mesi ciascuna, valgono per il primo grado, in quanto per l’intera fase del sequestro e della confisca si arriva a cinque anni. Immaginiamo che alla fine di questi cinque anni una persona si veda, come spesso è capitato, dissequestrati i beni e quindi si ritenga non ci fossero i presupposti per toglierli in precedenza. Restituire dopo cinque anni il bene già comporta dei notevolissimi danni. A quali tempi vogliamo arrivare? Su questo aspetto più volte la Corte Costituzionale ci aveva informato che le norme sul sequestro e confisca erano a rischio di incostituzionalità perché avevano meno garanzie rispetto alle norme riguardanti la privazione della libertà. È vero che perdere la casa è meno grave che perdere la libertà ma comunque è una cosa che incide sulla vita quotidiana di qualsiasi soggetto. Se ad esempio il Tribunale della Libertà deve pronunciarsi obbligatoriamente entro quindici giorni dall’esecuzione dell’ordine di custodia cautelare a carico di un soggetto non vedo perché con termini molto più estesi dopo cinque anni in caso di mancata pronuncia definitiva il bene non debba tornare disponibile. Se non avessimo fissato questi termini non avremmo risposto alle continue sollecitazioni della Corte Costituzionale e ci saremmo trovati dalla sera alla mattina di fronte a norme dichiarate costituzionalmente illegittime. Se ad un soggetto viene tolta la casa, non è forse giusto informarlo, dopo cinque anni, sulla legittimità di quel provvedimento”? Nel nuovo Codice Antimafia si stabilisce la possibilità di revoca della confisca di un bene per coloro che vengono assolti in un processo per mafia. Tuttavia, si può anche essere assolti dall’art.416 bis del Codice penale ma se si è in un ambiente mafioso può anche succedere che si controllino patrimoni ed immobili di valore considerevole pur dichiarando un reddito di poche migliaia di euro. Non è anche questa una disposizione ambigua e pericolosa presente nel Codice da Voi approvato? “Noi abbiamo esteso enormemente la possibilità di sequestrare e confiscare i beni al di fuori dei processi in senso stretto. La procedura di sequestro e di confisca è un procedura a parte. Si può arrivare al sequestro e alla confisca nell’ambito di un processo penale ( 416 bis, estorsione, ecc) con i tempi e le norme caratterizzanti il processo penale. Ma il procedimento di sequestro e confisca può avvenire anche al di fuori del processo penale. Se ad esempio sono a conoscenza e dimostro che il boss Mario Rossi residente a Lecce ha dei beni sproporzionati rispetto ai redditi nominali allora provo al di fuori del processo penale a sequestrare e confiscare i suoi beni. Noi abbiamo introdotto delle norme che estendono notevolmente la possibilità di sequestro e di confisca perché mentre fino a quattro anni fa era necessario dimostrare l’attualità della pericolosità del boss mafioso per potergli prendere i beni, adesso questo requisito è scomparso. La differenze, rispetto al passato è che se il mafioso moriva i beni che lui aveva illecitamente percepito ed accumulato venivano legittimamente trasmessi agli eredi e se questi ultimi non avevano alcun tipo di problema con la giustizia potevano tranquillamente goderne. Se il mafioso si pentiva non era più attualmente pericoloso e non gli si potevano sequestrare e confiscare i beni. Questo spiega perché negli ultimi tre anni i sequestri e le confische si sono quadruplicate. Avendo però esteso notevolmente tale possibilità è stato necessario garantire un limite temporale di cinque anni che personalmente ritengo anche molto largo”. Per quale motivo non si è modificata la norma relativa al voto di scambio limitandolo alla semplice consegna di denaro ed escludendo i casi concreti di compravendita dei voti tramite appalti, licenze, finanziamenti, assunzioni, sempre più frequenti? Non si è fatto in questo modo l’ennesimo favore alle organizzazioni criminali? “Le Commissioni parlamentari di Camera e Senato che hanno esaminato la versione originaria del Codice antimafia hanno fatto presente al precedente Governo, che tutto ciò che riguardava il codice penale ed il codice di procedura penale doveva essere stralciato. Il voto di scambio è una materia inerente il codice penale. Detto questo è chiaro che quando si parla di voto di scambio si debba fare riferimento non solo alla somma di denaro ma anche alle prestazioni sessuali, agli appalti, alle prestazioni lavorative in generale. Auspico che il Parlamento apra in tal senso un confronto importante nell’immediato futuro”. Un ultimo accenno alla possibile chiusura della Dia di Lecce. Nei giorni scorsi il procuratore Cataldo Motta ha lanciato in tal senso l’allarme che ciò possa effettivamente avvenire. Che cosa c’è di vero in queste voci che si rincorrono ormai sempre più frequentemente? “Proprio in questi giorni ho sentito il direttore nazionale della Dia, il dottor D’Alfonso, il quale mi ha confermato che nessuno ha mai pensato ad una chiusura della Dia a Lecce. Lecce è un importante distretto di Corte d’Appello nonché importante Direzione distrettuale antimafia. È ovvio che assieme a tutte le forze di polizia ci sia anche questo nucleo interforze che è la Dia. Quindi escludo assolutamente non solo che la cosa possa avvenire ma che addirittura sia stia minimamente pensando”. // Chi è Alfredo Mantovano è deputato per il Popolo della Libertà. Sottosegretario di Stato all’Interno nel recente Governo Berlusconi, ha partecipato al 10,73% delle votazioni elettroniche svoltesi dall’inizio della legislatura ad oggi alla Camera dei deputati. È attualmente componente della V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione di Montecitorio.

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