Mariti e morti I

Preghiere sull'urna e dall'urna funeraria

Christoph Willibald Gluck e il librettista Ranieri de' Calzabigi aprono il loro “Orfeo ed Euridice” in medias res, cioè a babbo morto, anzi, a moglie morta. Euridice non c'è più e a Orfeo non resta che un marmo su cui spargere lacrime, lamenti e sospiri. Forse i coreografi, come Pina Bausch, hanno reso meglio di chiunque altro il lutto di Orfeo e il suo dubbio metafisico: chissà se qualcosa di Euridice resta ancora qui attorno e mi sente piangere su quest'urna funesta, che per Mark Morris somiglia all'amplificatore di uno stereo o al cajón di un flamenquero andaluso. Ma a un tratto, complice il poeticismo paganizzante di quell' “urna”, sembra di sentire la risposta stizzita di un cadavere incazzato come quello di Iacopo Vittorelli, musicato sia dal focoso Verdi che da un più compassato Schubert. Son finito qui sotto per colpa tua, risparmiati lacrime e fiori. La stessa umana voglia di ripicche post mortem manifesta Edgardo di Ravenswood, che ama Lucia di Lammermoor, ma la chiama barbara (senza maiuscola), ignorando che lei l'ha preceduto al creatore. Minimo comune denominatore è una garbata esigenza di rispetto delle ceneri. Aspirando segretamente, più che al riposo, al litigio eterno.

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