Il blue e il black

Il vecchio Young canta la morte giovane

“Cotidie morimur”, moriamo ogni giorno, diceva Seneca. La ruggine non dorme mai, ripeté Neil Young poco meno di duemila anni dopo. Il dio che non poteva morire era il rock'n'roll, venuto per rimanere. “Hey Hey My My” è una professione di fede in stile neoclassico, foscoliano, nell'immortalità del rock, al di là della mortalità dei rocker. Una prova di questa eternità provvisoria è forse la popolarità di Neil “giovane” tra i rocker più giovani, come gli Oasis. È tutta una storia di re che se ne vanno, ma non vengono dimenticati. Resta il fatto, inquietante, che si sprofonda tutti all'improvviso nel buio; anzi, traducendo alla lettera il bel verso di Neil: fuori dal blu e giù dentro al nero. E una volta andati non si torna indietro. Allora, forse per lasciare uno strascico meno effimero, come le stelle (e certe star), è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Queste parole di Neil, a loro volta riecheggianti uno dei paragrafi finali del racconto di Joyce “I morti”, Kurt Cobain le lasciò su un bigliettino, prima di uccidersi. Il canadese, che allora si avvicinava ai cinquanta e oggi si avvicina ai settanta, ne rimase colpito. E cantò: dorme con gli angeli.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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