San(toro) o San Michele?

Alcune riflessioni sull'opportunità della Rai di rompere o meno con Santoro

Un lettore bergamasco, i cui scritti compaiono assiduamente, pressoché ogni giorno, nella rubrica “lettere al direttore, opinioni” di vari quotidiani, in primis il “Corriere”, espone dubbi circa la convenienza, per la RAI, della chiusura con Michele Santoro, deus di “Annozero”. Invero, non suona per a isolata l’anzidetta voce, essendo, anzi, milioni, molti milioni, gl’italiani i quali non solo gridano al suicidio, al precipizio qualitativo, al sacrificio del pluralismo dell’informazione e al salasso per la TV di Stato, ma vanno anche stracciandosi le vesti e gemendo con lacrime e lamenti dopo l’addio al network pubblico (ma, sarà proprio così?), del conduttore, artista, autore, protagonista e tribuno salernitano. In realtà, sul più o il meno, positivo o negativo, bianco o nero, vantaggio o svantaggio, crescita o débacle d’audience, sarà il tempo a fornire una risposta. Intorno all’addio in questione, nelle more, sembrerebbe il caso di limitarsi a volgere lo sguardo in alto, a fare remissione e a confidare ai voleri e poteri delle divinità trascendenti, ciascuno le individui in linea con la propria fede e il credo personalmente professato. Se, allo scrivente, è consentito di manifestare la sua soggettiva e individuale valutazione, emerge, fuor di dubbio, apprezzamento, riconoscimento e rispetto nei confronti delle qualità giornalistiche e televisive, in senso generale, intrinseche in Santoro dai numerosi programmi, d’innovazione e d’impatto, ideati, realizzati e firmati nel corso della sua carriera. Al contrario, v’è avversione, critica e disistima riguardo al modo di porsi, sfacciatamente arrogante e marchiato di partigianeria, del personaggio: le percussioni sul tamburo dei copioni riecheggiano sempre nella stessa direzione, aggredendo i soliti timpani, con l’ansia, l’impeto e la mira di arrivare a sfondarli, con spregiudicatezza e con l’obiettivo finale, tra l’altro neppure sottaciuto, di deridere e demolire quei determinati schieramenti di forze politiche, quelli lì e basta. E però, non può svolgersi in un clima simile, con connotazioni così sbilanciate, l’opera di uno show man, dai teleschermi di qualsiasi riferimento, in particolare da quelli della televisione pubblica, la quale ultima ha, è vero, l’azionista Ministero dell’Economia e gli amministratori e manager, purtroppo maldestramente designati dal potere politico e, quindi, orientati verso la pletora di bandiere di destra, sinistra e centro, ma, soprattutto, ha la sua base fondamentale di sostegno poggiante sulla collettività, che concorre decisamente a tenerla in vita. Se Santoro desidera essere non solo giornalista, ma anche capopopolo, non gli resta altro da fare che ritornare alla politica, farsi votare ed eleggere nelle cabine elettorali, rendendosi propositivo e confrontandosi in presenza di alleati e avversari dagli scranni del Parlamento e/o con comizi e arringhe nelle pubbliche piazze. Ad ogni modo, è bene che la smetta con il solito piglio aggressivo, sfottente, derisorio, ultimativo e minaccioso come quello usato qualche giorno addietro, schiumando e scalciando alla stregua di un toro infuriato, all’indirizzo del Presidente della Rai, Garimberti. Purtroppo, il personaggio è “pericoloso” in nuce, nel profondo del suo io, non ha nemmeno attraversato la porta d’uscita dalla casa RAI, e già è passato a porre la sua candidatura alla carica di Direttore Generale della medesima azienda. Quale e quanta contrapposizione fra modestia e sfacciataggine! Ne ha percepiti a iosa, di milioni, Santoro, da mamma RAI negli anni del suo servizio, risorse per di più lautamente arrotondate in occasione del congedo appena sottoscritto. Se li goda tali soldi e se proprio non potrà fare a meno d’indossare la divisa di Direttore Generale, crei una sua televisione privata, ovviamente senza alcun canone a carico della gente. Il principe Giacomo Uzeda, nei “Viceré”, si caratterizzava con l’esclamazione di scongiuro “Salute a noi!”, in senso anti iettatorio; noi, a nostra volta, è il caso che esprimiamo voti a che “Dio ce la mandi buona!”. Intanto, sempre in omaggio alla fede, vista la coincidenza tra il giorno del verdetto – 13 giugno – e la sua festa, diciamo “Grazie, S. Antonio!”, per aver illuminato e ispirato menti e cuori nella maggioranza degli italiani e fatto raggiungere il benedetto e tanto sospirato quorum ai fini della validità della consultazione referendaria. Lecce, 14 giugno 2011 Rocco Boccadamo

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