Un frugoletto, un pastore, una corista dagli occhi a mandorla, un pianeta di migranti

Rivivo il recente fine settimana trascorso in compagnia di un carinissimo batuffolo biondo con anima, sorridente, vivace, in perenne movimento alla stregua, mi vien da dire, delle onde del mare. Poche, ancora, le parole che pronuncia chiaramente: i termini che più usa sono “ja” per assentire (alle sollecitazioni di dirlo in italiano, non riesce a pronunciare “sì” e però supplisce bene alla traduzione, a beneficio dei nonni, mediante i movimenti del capo) e “nein”. E’ risoluta a compiere da sola i movimenti e i gesti correlati alla sua età, al punto da rigettare con un inequivocabile “hand weg” (mano via, togli la mano) ogni collaborazione o intervento, a scopo precauzionale o di premura, da parte dei grandi. Di ritorno dall’aeroporto, ho notato, in un fondo attiguo alle piste, un gregge d’ovini intento a brucare l’erba fresca, tenera e abbondante di questa stagione. A richiamare in modo particolare la mia attenzione, è stata la figura del pastore, con fattezze fisiche sin qui assolutamente inedite: un giovane centro africano, pelle di color nerissimo. In un baleno, ho riflettuto sul viaggio, sull’avventura intrapresa da quel ragazzo, con l’addio al suo habitat naturale, alla sua famiglia, al suo villaggio o centro urbano, per trapiantarsi in mezzo a noi, così dissimili per costumi e abitudini: innanzitutto, quindi, uno sforzo, una fatica d’adattamento non comune. Ha trovato e accettato, qui, un lavoro umile e duro, certamente non ambito, i suoi unici compagni sotto la luce del giorno sono le pecore, il salario riconosciutogli è, fuor di dubbio, di livello modesto. Tuttavia, sfilando vicino e osservando dall’autovettura il volto del giovane, mi è parso sereno, segno d’innata semplicità e di pace interiore. Non sovviene, invero, alcuna figura bruna fra le simbologie degli antichi guardiani d’armenti, richiamati dagli angeli a far visita al Neonato della grotta di Betlemme. In TV, fra le varie trasmissioni andate in onda in concomitanza con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, mi è capitato d’assistere a un’esibizione del Coro voci bianche dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia: che bello lo zoom della telecamera sul volto di una giovanissima interprete, dai lineamenti non nostrani, bensì asiatici, verosimilmente delle Filippine! Un altro spunto per rendersi conto che, in fondo, non esistono più confini, barriere, patrie chiuse, isolamenti fra razze: la conoscenza, l’informazione, l’accrescimento culturale, la ricerca di migliori condizioni esistenziali, inducono masse di popoli sempre più consistenti a varcare, a qualunque prezzo e sacrificio, oceani e continenti. Un motivo per riflettere sull’indispensabilità di non lasciare abbandonati, in condizioni inumane, neppure per pochi giorni, i gruppi di novelli, disgraziati marinai che salpano dalle coste africane e, dopo traversate di sofferenza, sbarcano sulle nostre isole del sud Mediterraneo. Merita, perciò, plauso e incoraggiamento la disponibilità dichiarata, giusto oggi, dai rappresentanti delle Regioni, di accogliere pro quota, in proporzione agli abitanti, queste folle d’immigrati. Tali flussi potranno comportare, specie agli inizi, qualche problema o fatica, ma, con l’andar del tempo, potranno man mano diventare preziose risorse nell’economia e per le prospettive del nostro Paese. Lecce, 22 marzo 2011 Rocco Boccadamo

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