Mangiare a crepapancia

Invero, in termini di richiamo e collegamento, giammai apparvero calzanti quanto nella circostanza l’espressione “mangiare a crepapelle” (ancor meglio “a crepa panza”) e, estensivamente, il proverbio scioglilingua “sopra la panca, la capra campa, sotto la panca, la capra crepa”. Domenica 27 febbraio, a cavallo delle tredici, di ritorno, con moglie, dal capoluogo pugliese, a un certo punto matura la scelta di sostare brevemente in una piccola e caratteristica località marinara per consumare il pranzo in un ristorante, già sperimentato, con salone a vetrate direttamente prospiciente su un tratto d’approdo e bagnasciuga. Sfogliando il menù, la preferenza cade su cavatelli ai frutti di mare come primo piatto e, per secondo, su una frittura mista di calamari, gamberi, merluzzi giovani e trigliette di paranza. A distanza di qualche minuto, accedono nel locale, accomodandosi a pochi metri, proprio a ridosso della vetrata panoramica, due signori sui quarantacinque, variamente assortiti: per dare un’idea, il primo, dalle sembianze dell’attore Renato Pozzetto di un quarto di secolo fa, qui, però, senza capelli, l’altro, richiamante all’incirca le fattezze del cantante Lucio Dalla, pure giovane, cresciuto di una decina di centimetri e con meno peluria. Fra gli anzidetti sopraggiunti e il personale di servizio del ristorante, sembra immediatamente instaurarsi una fitta sequenza di domande e risposte, chiaramente a proposito della cambusa, con particolare riferimento al novero completo delle specialità ittiche disponibili, con relative, varie preparazioni realizzabili. Effetto pratico di tanto confabulare, nello stesso intervallo in cui lo scrivente e la consorte consumano, a ritmo del tutto normale, i piatti prima accennati, sul tavolo degli ospiti contermini affluiscono, in rapida e incessante processione, autentiche montagne di cibarie, esclusivamente a base ittica, di dimensioni surreali, incredibili. Citando fedelissimamente: una ventina di ricci pro capite, con lestissimo lavoro di cucchiaini a intingere, ampi vassoi, ripetuti, di mitili, cozze nere e di varietà differente, quindi, pressappoco, una dozzina di ostriche ben pasciute e, poi, una coppa di “tartana” fritta (pesciolini infarinati e indorati nell’olio bollente) e, ancora, due robuste porzioni di frittura mista, un gratuito eufemismo la definizione di “paranzina” espressa dagli interessati, costituita, al solito, da calamari, gamberi, merluzzi e triglie. Non è finita, una volta che i due buongustai, danno segno d’aver “ingurgitato” l’anzi esposto ben di Dio, è presentato in trionfo un dentice sugli 800/900 grammi, cotto al forno con abbondante contorno di patate, il che vuol dire altri due vassoi ricolmi, fumanti e profumati per ciascuno. Quantità a parte, desta letteralmente impressione la velocità nello smaltimento, nel “fare piazza pulita” dei piatti. Sciccheria speciale, molte delle vivande sono attinte direttamente con le mani e rese oggetto di vorticose manovre e giravolte con bocca e denti. Eccezionalità della scena, a un dato momento, tra una portata e la successiva, sembra che addirittura i cavalloni nei paraggi sobbalzino di meraviglia, infrangendosi più sonoramente sulla vetrata e anche i gabbiani che sostano, appollaiati in nutrita colonia, su un vicino pennello di rocce e scogli danno l’impressione di strabuzzare gli occhi impietriti, alimentando probabilmente, in uno con la meraviglia, anche flussi d’innocente invidia. Ovviamente, la “visione” cessa nel momento in cui i comuni e parchi avventori lasciano il locale per proseguire il loro viaggio, ma è da ritenere che lo spettacolo del mastodontico banchetto celebratosi a portata di mano non si sia completato lì. Assoluto mistero, naturalmente, sulle cifre del conto, particolare che, ad ogni modo, nel film proiettato e visto, deve aver rappresentato la sequenza di minor interesse. Sia come sia, si desidera esprimere l’auspicio che i due buongustai fuori misura, al pari della scorpacciata, abbiano fatto anche una buona e agevole digestione. Lecce, 28 febbraio 2011 Rocco Boccadamo

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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