'Abituarsi a ragionare in termini di legalità'

Crotone. Intervista a Nicola D’Amato, Pm antimafia. 28 anni di toga contro Sacra Corona Unita e 'ndrangheta

di Francesco Greco Dalla lotta alla Sacra Corona Unita, alla trincea anti ‘ndràngheta: uno step di prestigio in una carriera di per sé importante. 28 anni di toga, il pm Nicola D’Amato si dà nuove motivazioni e torna dove cominciò: la Calabria (nell’83-84 fu “uditore” a Catanzaro). Poi pretore a Campi Salentina (Lecce), nel ’92 passò alla Procura salentina e dal 2001 al 2009 nella DDA occupandosi del fenomeno mafioso nel Tarantino e nel Brindisino: gruppi dediti al traffico di droga a livello planetario (Albania, Colombia, Bolivia, Germania, Olanda, ecc.): al suo nome sono legate operazioni con numerosi arresti. Dal dicembre 2009 è alla Procura di Crotone: indaga su omicidi di mafia, ma anche su un altro fenomeno diffuso: “Pochi sanno che Crotone è la prima città d’Italia per le truffe alle assicurazioni per falsi incidenti gestite dalla ‘ndràngheta – dice il magistrato – più redditizie delle stesse estorsioni, con la collaborazione di medici, infermieri, ortopedici, ecc.”. E’ un momento storico cruciale per la lotta alle mafie: da un lato lo Stato fa sentire la sua presenza con continui blitz e arresti di boss latitanti da anni (più 176%), dall’altro le popolazioni reagiscono con manifestazioni di piazza portatrici di una nuova sensibilità e coscienza. Dr. D’Amato, la Scu, la mafia pugliese, sconfitta negli anni ‘90, si è ristrutturata stringendo alleanze con mafie extra moenia? Ci sono stati segnali di ripresa dell’attività delle cosche, specie nel Brindisino, dedite allo spaccio di stupefacenti. In particolare, nel 2007-2008, mi sono occupato di una grossa associazione impegnata, oltre che nella droga, anche nel contrabbando, le truffe, lo sfruttamento della prostituzione. Al momento è in ripresa il traffico, fra Adriatico e Jonio, di extracomunitari privi di permesso di soggiorno gestito dalle mafie internazionali. Per quel che riguarda le alleanze, sì, si sono avuti collegamenti con la mafia albanese impegnata nel traffico di droga. A Sud l’imprenditore troppo spesso paga il pizzo e tace. Confindustria, in Sicilia, li espelle: è una buona strategia? Si tratta di una coraggiosa presa di coscienza del fenomeno da parte dell’imprenditoria che le istituzioni devono sostenere. Cosa può fare il cittadino contro la cultura dell’omertà? E’ importante che prenda coscienza del fenomeno: è già un passo avanti rispetto al passato, e che ci si abitui a ragionare in termini di legalità. Nella formazione di questa nuova coscienza la scuola ha un’importanza fondamentale. Le nuove generazioni riconoscono un problema che sinora era stato eluso. E’ vero che a volte i beni sequestrati (più 525%) tornano alle cosche? Escludo assolutamente tale ipotesi. L’attuale legislazione lo impedisce: sono assegnati a cooperative giovanili, o espressione delle istituzioni, o associazioni di volontariato. La recessione pare alleata delle mafie, tante imprese passano di mano… La recessione è un campanello d’allarme: in Calabria, in alcune zone, l’unica azienda che opera è la ‘ndràngheta, le sole attività redditizie sono a essa riconducibili. In tal modo si allontana l’imprenditoria sana. “Le mani delle cosche – ha scritto un giornale economico – sul business dell’eolico”. Sgarbi aggiunge che al Sud la green-economy, che muove 2,5 mld di €, è nelle mani delle mafie, tesi avallata anche dall’Antimafia… Nel porto di Crotone, attualmente, l’unica forma di lavoro è costituito dallo scarico dalle navi, e il conseguente trasporto e assemblaggio, delle pale eoliche. Le aziende operanti sono in conflitto fra loro per accaparrarselo. Per lo scrittore Ken Follett la ‘ndràngheta è la mafia più forte al mondo, la più ricca di liquidità, ma anche la più discreta: che ne pensa? Sono d’accordo: ha grandi risorse di liquidità che reinveste in ogni parte del mondo. Basta leggere il libro di Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Antimafia, che ha disegnato una mappa del reimpiego di capitali illeciti, che toccano anche l’Australia e il Canada e a est la Georgia. In alcune città del Nord poi l’edilizia è nelle mani delle cosche calabresi. E’ vero che è un monolite, con pochi pentiti, e che non si fa infiltrare facilmente? E’ imprenetrabile dall’esterno perché il vincolo associativo è basato sulla parentela. La base organizzativa è la famiglia di sangue, il che comporta come conseguenza un maggior vincolo fra gli appartenenti e la marginalità del fenomeno del “pentitismo”. Ed è vero che affianca i suoi uomini a quelli delle imprese esterne che vincono appalti pubblici in Calabria? Le imprese che arrivano da fuori hanno difficoltà a inserirsi, spesso la dirigenza è affiancata da uomini della ’ndràngheta. Che ruolo ha la donna nelle ‘ndrine? Ci sono state ultimamente operazioni di Polizia che le hanno decapitate, e così essa ha abbandonato il ruolo marginale per assurgere a posizioni di comando (riscuotere il pizzo, per esempio), prendendo il posto degli uomini: mariti, fratelli, padri. Si può dire che stanno diventando protagoniste. La ‘ndràngheta è un fenomeno statico o in evoluzione? Si è abbandonata un visione tradizionale, quasi romantica, per giungere a forme di evoluzione sociale e culturale: sono arrivate le nuove generazioni di professionisti che si dedicano al reinvestimento dei capitali illeciti: i colletti bianchi. Da un lato blitz anche con 300 arresti e boss fra i 100 più pericolosi catturati, dall’altro minacce ai magistrati: il livello dello scontro è alto, c’è chi parla di nuova “stagione delle stragi”: è un segno di forza dello Stato e di debolezza delle cosche? La mafia uccide quando si sente in pericolo, stretta all’angolo dall’azione sinergica di Forze di Polizia e Magistratura, e quindi in un momento di debolezza. Questo però non vuol dire che bisogna abbassare la guardia, che invece và tenuta alta. Napolitano: “Occorre riaffermare l’impegno di tutti i soggetti istituzionali, forze politiche e sociali”: d’accordo? Come si fa a non esserlo? Sono verità importanti. Fini: “Bisogna rompere il legame mafia-politica, ci vogliono più risorse per le Forze dell’Ordine”… Laddove esiste il collegamento occorre spezzarlo: dal collateralismo con la politica la mafia riceve vitalità e investimenti pubblici sui quali mettere le mani radicando così la sua presenza. Il Guardasigilli Alfano: “Lo Stato reagisce duramente…”… Si nota un certo impegno, ma vanno aumentate le risorse: c’est l’argent qui fait la guerre… L’idea dell’Esercito in Calabria – come negli anni ’90 in Sicilia – funziona? L’operazione “Vespri Siciliani” fu positiva: se l’Esercito presidia i punti sensibili le Forze di Polizia possono dedicarsi completamente alle indagini. Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia: “In Calabria sono in gioco democrazia, verità, giustizia”… Le istituzioni devono essere presenti sul territorio, nella misura in cui non lo sono sono sostituite dalla mafia, e quindi il rischio paventato dal Procuratore diviene concreto. Nei mesi scorsi ci sarebbe stato a Messina un summit tra tutte le mafie per “riprendere le armi”, pare sia spuntato un “papello” con un elenco di magistrati da colpire, si riparla di rapporti fra clan e schegge di servizi deviati… E’ una notizia riportata dai media. Se vera sarebbe un fatto molto grave da attenzionare adeguatamente da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura. Storicamente questo tipo di summit sfocia in azioni di destabilizzazione dell’ordine pubblico, con le mafie che poi avanzano allo Stato precise richieste.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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