Foglio di via

ESCLUSIVO. Lecce. Reportage nel campo di sosta Panareo. Tra le dignitose famiglie di rom, il buon profumo di bucato steso ad asciugare e l'odore – cattivo, stavolta – dei liquami

LECCE – “Noi da qui non ci muoviamo, siamo in questo campo da quasi trent’anni. Se il Comune non ci offre delle case vere, rimarremo nelle nostre baracche. Ad ogni costo”.

Esterno baracca

Il giorno dopo il vertice in Prefettura la comunità rom del campo sosta Panareo fa quadrato e respinge con forza l’ordinanza di sgombero di una ventina di alloggi precari firmata dal dirigente del settore urbanistica del Comune di Lecce, l’architetto Luigi Maniglio. “Ci offrono 500 euro per l’acquisto di una roulotte – dice Alija Toskic, uno dei portavoce, con lo zio Benfik Toska, del campo –, pensando che sia una soluzione efficace. Ma il resto dei soldi dove li troviamo”?

Alija Toskic

Alija, fisico minuto e occhi scuri come la notte, ha 33 anni, da oltre 17 si trova a Lecce. Parla un italiano perfetto ed è lui ad accompagnarci nella visita nel campo. “Quello del costo delle roulotte – spiega – non è l’unico problema delle venti famiglie che attualmente occupano le cosiddette campine”, le venti abitazioni costruite a ridosso del campo che entro il prossimo 25 febbraio dovranno essere sgomberate per permetterne la demolizione.

Esterno baracca

Viste dall’esterno le “campine”, che si trovano in una zona non asfaltata, hanno un aspetto misero e desolante, un insieme di mattoni dai colori pastello sormontato da un tetto di lamiera ondulata.

Baracche

I bagni distano alcune decine di metri e in alcuni punti sono ammassati ferri vecchi e oggetti in disuso. All’interno, però, regna una pulizia perfetta, quasi maniacale. L’arredamento è tutt’altro che spoglio, sembra di trovarsi in una qualunque casa con divani, tappeti, mobili, quadri e televisione.

I bagni

“Qui dentro abitano interi nuclei familiari – ci dice il nostro accompagnatore –, che difficilmente possono essere stipati in una roulotte. Senza parlare di tutti i mobili e gli elettrodomestici, che di certo non troverebbero spazio. Ci spostiamo in un'altra baracca, dove abita la madre di Alija: un piccolo fagotto poggiato su un lettino e avvolto completamente in una pesante coperta di lana. “Mia madre è invalida e non può muoversi. Ho provato a chiedere aiuto ai servizi sociali ma non ho ottenuto a. E ora vorrebbero anche buttarla fuori di qui”. Pochi metri più in là, in una “campina” rosa, abita un’altra famiglia. Anche qui, nella stanza principale, spicca un letto con una persona invalida, che ha perso entrambe le gambe. Ci guarda e abbozza un sorriso, triste come il futuro che la attende.

Una casa

Ciò che colpisce, più di ogni cosa, è la grande dignità di una comunità, quella rom, che pochi conoscono e che molti temono. Sono 46 le famiglie che vivono all’interno del campo, per un totale di 225 persone. Sono quasi tutti di etnia montenegrina, con lontane origini kossovare. La maggior parte di loro sono arrivati nel Salento tra gli anni Ottanta e Novanta, per sfuggire agli orrori della guerra a alla miseria, alla ricerca di un futuro migliore. “Noi – dice il nostro Virgilio rom – siamo gente onesta, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Qui la maggior parte degli uomini lavorano, mentre le donne si occupano dei lavori domestici. Certo, qualcuno chiede l’elemosina, ma nessuno ha mai rubato”.

Un container

Dinanzi a ogni costruzione c’è del bucato steso ad asciugare al tiepido sole di febbraio. L’odore di detersivo e di pulito non riesce a cancellare, però, quello dei liquami e della fogna poco distante. Alija ci indica una specie di pantano maleodorante: “Sono mesi che aspettiamo che il Comune intervenga e dia inizio ai lavori per la realizzazione degli scarichi fognari. Quando piove la situazione diventa insostenibile e pericolosa, soprattutto per i bambini”.

Ragazzini nel campo

Sono tanti i bimbi (i più grandi sono a scuola) che affollano il campo, sorridenti e gioiosi. Appena vedono la macchina fotografica iniziano a correre e ad agitarsi, felici per quella breve intrusione inattesa. Per loro gli svaghi sono pochi, un giro in bici o sullo scooter guidato da un parente più grande. All’ingresso del campo si trovano, invece, due blocchi di case in muratura, costruite dal Comune circa un anno fa. Seppur molto più confortevoli delle “campine”, le abitazioni sono piccole e umide e necessitano già di lavori di ristrutturazione. L’ospitalità non fa cero difetto a questa gente allegra e gentile, che ci offre un caffè in una cucina immacolata. Poco più c’è l’ultimo blocco di abitazioni, una decina di prefabbricati. Alija Toskic abita in uno di questi con la moglie e quattro figli: “Avevo altre due bambine ma sono morte” ci dice con immensa tristezza. “Lo spazio è poco ma siamo più fortunati di altri. Mi auguro che i miei figli possano avere un futuro migliore, magari come avvocati, dottori o anche meccanici. Lavori – dice con un sorriso – che sono sempre richiesti”. Mentre lasciamo il campo in tanti ci salutano e ci sorridono. Alija ci stringe la mano e ci invita a tornare presto, magari per il Gurgevdan, la festa di S. Giorgio, la più importante festa dei Rom che si celebra ogni anno il 6 maggio. Sarà difficile dimenticare questa mattinata e questa gente.

Esterno del campo

Contro il vertice di giovedì pomeriggio ha puntato il dito anche Antonio Ciniero, del comitato per la difesa dei diritti degli immigrati: “Non si comprende se la prefettura abbia convocato un tavolo o solo un incontro col comune, ma sta di fatto che a questo incontro i diretti interessati, le famiglie che tra pochi giorni si vedranno abbattute le loro baracche, andando incontro ad un destino ancora ignoto, e i rappresentanti del campo non sono stati invitati. A Lecce nel corso degli ultimi anni la questione rom è stata affrontata quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico e di emergenza sanitaria, mancando totalmente di una reale prospettiva volta all’inclusione sociale. Nel campo poi ci vivono alcuni rifugiati politici che, in base alle vigenti leggi, avrebbero dovuto seguire altre vie per l’inserimento sociale nella vita della città e nel suo tessuto urbano. Ci vivono anziani, alcuni dei quali invalidi e affetti da gravi patologie sanitarie”. “E quel milione di euro presi dal comune dalla comunità europea per realizzare un progetto di 16 minuscole casette con bagni quasi inagibili, una fogna inutilizzabile ed un impianto elettrico a trifase che fa arrivare ottocento euro di bollette bimestrali a famiglia”? Articoli correlati: Via i rom dal Campo sosta Panareo (27 gennaio) Sgombero del Campo Panareo. Sit-in di protesta (1 febbraio) Rom in protesta. Il sindaco rinvia l’incontro (4 febbraio 2011) Rom: sul campo Panareo, Bellanova e Maritati scrivono al Prefetto (4 febbraio) Rom in sit-in. Perrone assente giustificato (4 febbraio)

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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