La Febbre dell'Oro

Guarda i video. In scena il 21 gennaio “La Fanciulla del West” di Puccini, in cartellone per la 42° Stagione Lirica della Provincia

di Fernando Greco La prima impressione all’aprirsi del sipario è quella dello spazio sconfinato, di una natura incontaminata che permea tutto il palcoscenico in un’osmosi perfetta con le precarie sovrastrutture costruite da mano umana. Stiamo parlando de “La Fanciulla del West” di Giacomo Puccini, prima opera in cartellone per la 42° Stagione Lirica della Provincia di Lecce, andata in scena il 21 e il 23 gennaio nel nuovissimo allestimento curato dal coreografo leccese Fredy Franzutti, qui al suo debutto italiano in qualità di regista, scenografo e costumista. Terra di conquista Complici i meravigliosi fondali dipinti da Francesco Palma, ogni atto dell’opera evoca in maniera puntuale l’idea del Far West quale terra vergine ancora da esplorare, ma anche terra di conquista, un universo selvaggio che al contempo spaventa ed attrae. In particolare, nel primo atto il saloon “La Polka” affacciato sul Grand Canyon si presenta come nucleo della vita intima e sociale dei personaggi: con quell’incedere cinematografico già presente nel pentagramma pucciniano, Franzutti sfonda le pareti per farci curiosare, a mo’ di un reality show, nelle varie attività dei minatori, compreso il bagno quotidiano al ritorno da una giornata di lavoro. La stessa forza evocativa è quella del terzo atto, in cui un’imponente prospettiva di tronchi d’albero crea il bosco in cui si apre l’ingresso della miniera. L’ambientazione del secondo atto, materia da far tremare i polsi a qualsiasi regista, è resa invece con meno efficacia: la capanna di Minnie diventa qui un’accozzaglia di mobilia accumulata tra le montagne, che a un primo colpo d’occhio ricorda più un mercatino d’antiquariato che una “graziosa stanzetta”. Non esistono porte e soffitti; la neve cade anche dentro casa; la gente entra ed esce senza bussare; Ramerrez ferito viene fatto accomodare in maniera poco elegante su un armadio anziché nel solaio previsto dal libretto. Caleidoscopio di sentimenti D’altra parte, l’abilità di Franzutti nel suo ruolo abituale di coreografo gli ha garantito una formidabile perizia nel far muovere la gente sul palcoscenico, che si trattasse di masse corali o di singoli personaggi. In questo il regista è stato sostenuto da una compagnia di canto sempre motivata e scenicamente ineccepibile, a cominciare dalla protagonista, ovvero il soprano Nila Masala, che indubbiamente non ha sprecato nemmeno una nota del suo canto, a servizio di un’interpretazione sempre credibile. In ogni momento dell’opera, il suo timbro di velluto ha saputo piegarsi alle ragioni del dramma, divenendo caleidoscopio di sensazioni e sentimenti contrastanti, fino alla catartica isteria che concludeva il fatidico poker del secondo atto. Timbro disomogeneo e intonazione non sempre a fuoco per quanto riguarda la prestazione del tenore Carlo Barricelli nel ruolo di Ramerrez, peraltro privo di quel fascino scenico un po’ “maudit” che ogni bandito che si rispetti dovrebbe trasmettere. Voce rigogliosa e giusto aplomb scenico per il baritono Silvio Zanon nei panni dello sceriffo Jack Rance. Minuzioso affresco corale E veniamo ora alla lunga lista di “comprimari” che qui però diventano parti fondamentali di quel minuzioso affresco corale che è la geniale partitura pucciniana. Su tutti predomina il basso Alessandro Busi, già delizioso Benoit e Alcindoro nella “Bohème” leccese di qualche anno fa, qui impagabile nei due ruoli opposti, l’uno drammatico e l’altro comico, rispettivamente di Larkens e Billy Jackrabbit. Puntuale e corretto come sempre il soprano Maria Scogna nelle vesti di Wowkle. Giorgio Schipa è un Jack Wallace di imponente vocalità. Il minatore Sonora trova la bella voce e il bel phisique du role del baritono Paolo Ruggiero. Compita l’interpretazione di Ashby da parte del basso Luca Gallo. Sempre efficace scenicamente e vocalmente il basso Carlo Provenzano nel doppio ruolo di Josè Castro e Sid. Arte scenica interessante quella del tenore Edoardo Milletti nei panni di Nick, peccato per lo scarso volume della sua voce, sempre coperta dall’orchestra. Corretti ed efficaci tutti gli altri cantanti impegnati ad interpretare i numerosi minatori, ovvero i tenori Camillo Facchino, Marco Voleri e Giovanni Coletta (Trin, Harry e Joe), i baritoni Antonio Stragapede e Claudio Ottino (Bello e Happy). Il tenore Edmond Lila interpretava il Postiglione. Orchestra e coro Sempre inappuntabili gli elementi maschili del Coro Lirico di Lecce istruiti da Francesco Pareti. Il maestro ungherese Balàzs Kocsàr ha ottenuto dall’Orchestra Sinfonica “Tito Schipa” sonorità sempre lussureggianti, forse a tratti troppo forti rispetto alle voci, che di conseguenza risultavano parzialmente coperte. Del tutto arbitrari risultano poi i tagli effettuati sul primo atto, privato della scena di Sid che viene scoperto a barare e della scena di Billy Jackrabbit. In conclusione, vorrei sottolineare una curiosità: sfogliando il programma di sala, mi sembra di aver notato nella lista degli addetti ai lavori per questa 42° Stagione Lirica qualche persona in più ed anche dei ruoli del tutto nuovi rispetto alle Stagioni precedenti. Ebbene, mi auguro di essermi sbagliato, perché altrimenti, stanti le attuali ristrettezze economiche, sarebbe paradossale piangere miseria, tagliare sul numero degli allestimenti per poi aumentare il numero delle “poltrone”.

Un momento della Fanciulla del West from Salento Quotidiano on Vimeo.

Un momento della Fanciulla del West 2 from Salento Quotidiano on Vimeo.

Un momento della Fanciulla del West from Salento Quotidiano on Vimeo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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