Morire tra le onde dei due mari

Racconto di una giornata tra migranti e volontari del don Tonino Bello. I primi soccorsi, le storie di chi arriva carico di disperazione e speranza

OTRANTO. Si è trasformato in tragedia l'ennesimo viaggio della speranza di questo 2010 che ha visto il ritorno prepotente degli sbarchi di migranti sulle nostre coste. Il sogno di una vita migliore di Aamir, cittadino afghano di 30 anni, si è infranto sulle scogliere del “Ciolo”, uno dei luoghi più suggestivi del Salento, a una manciata di chilometri da Gagliano del Capo, capace di attirare ogni anno migliaia di turisti. Lui, però, non ha potuto ammirare le bellezze della “terra tra i due mari” e di una luce accecante come quella delle grandi distese dell’Afghanistan. La sua, forse, è una morte annunciata, il concretizzarsi di una tragedia che era logico supporre. Dopo la grande ondata estiva, infatti, caratterizzata da sbarchi anomali, a bordo di velieri trasformati in tanti “cavalli di Troia” carichi di clandestini, i gommoni oceanici sono tornati a solcare i nostri mari, incuranti dei pericoli che la velocità, il mare grosso e le cattive condizioni meteorologiche comportano per il carico di vite umane stipato in ogni viaggio. Secondo indiscrezioni raccolte, sarebbero almeno tre o quattromila i profughi pronti a partire dai porti della Turchia. Erano circa le 7.30 di ieri quando la capitaneria di porto ha avvistato il gommone nei pressi del “Ciolo”. Sul posto è immediatamente intervenuta una motovedetta, mentre altre pattuglie attendevano a terra i profughi. Provati e infreddoliti dal lungo viaggio, semi assiderati per la temperatura vicina allo zero, i migranti sono stati letteralmente gettati in mare a qualche decina di metri dalla costa, come pacchi. In ventotto sono riusciti, seppur a fatica, a raggiungere la terra ferma. Sono quasi tutti di nazionalità afghana, quattro di loro sono minori. Aamir, però, non ce l’ha fatta. Sameh, un suo compagno di traversata, racconta con l’aiuto di un inglese stentato quei terribili momenti: “Già durante il viaggio le sue condizioni di salute non erano buone. Era molto debole, forse febbricitante (ripete più volte la parola fever toccandosi la fronte). Una volta in mare non è riuscito a raggiungere la riva ed è stato travolto dalle onde e spinto violentemente contro la roccia”. La vittima, con ogni probabilità, ha battuto violentemente il capo contro gli scogli, provocandosi una profonda ferita alla testa. LA salma è stat recuperata grazie all'intervento di una squadra Alpina del Cnsas (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Sarà l’indagine della magistratura, affidata al sostituto procuratore di turno, Alessio Coccioli, a far luce sulla morte del trentenne. Rimarranno pochi fogli di carta a ricordare la triste fine di un sogno e di una vita.

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Altri dieci migranti sono rimasti feriti. Sei di loro sono stati condotti presso l’ospedale “Panico” di Tricase, altri quattro nel nosocomio di Casarano. Il più grave ha riportato una frattura al setto nasale, gli altri contusioni e principi di assideramento. Tutti, comunque, sono stati dimessi poche ore dopo e accompagnati, come gli altri diciotto, nel centro di assistenza temporanea “Don Tonino Bello” di Otranto. Ad accoglierli Francesco Mancarella, 61 anni, “l’angelo degli immigrati”, il medico della Asl di Maglie che in quasi venti anni ha soccorso migliaia di profughi. Oggi, dopo cinque anni (grazie all’aiuto del Comune, della Caritas, della Croce rossa e della Misericordia di Otranto), il centro ha riaperto i battenti e Mancarella ha ripreso la sua attività in prima linea, in soccorso dei tanti migranti che raggiungono le nostre coste. “Oggi – spiega il medico –, rispetto ai precedenti flussi migratori, è mutata la nazionalità dei profughi e ci sono molti più bambini e minori, soprattutto afghani e iracheni. Sono ragazzi in cerca di un futuro migliore, che fuggono dall’inferno e abbandonano la loro casa e i loro genitori, a volte per sempre. Sono i padri, del resto, a pagare gli otto o novemila dollari necessari per il viaggio. Un doppio sacrificio: affettivo ed economico. Qui dimostriamo che il Salento è terra d’accoglienza”. Sul “Don Tonino Bello” soffia un vento gelido e tagliente, sotto un cielo basso di nuvole scure, cariche di cattive presagi. Le facce, tra i corridoi del centro alle porte di Otranto, sono stanche e provate dal viaggio e dall’incertezza del futuro. I volontari che operano all’interno della struttura hanno provveduto a fornire vestiti puliti e asciutti. In molti indossano dei giacconi della locale squadra di calcio, quasi a comporre una immaginaria e improbabile formazione di migranti. Al centro di un corridoio campeggia una lunga tavolata in legno, dove i migranti hanno consumato un pasto caldo: un po’ di minestra e della verdura. Quella del “Don Tonino Bello”, però, è stata solo una breve parentesi. Nel parcheggio, pronto ad accogliere tutti gli adulti di questo ultimo viaggio della speranza, c’era un pullman turistico. Il loro non è stato un viaggio di piacere alla scoperta della Puglia, il tragitto è lo stesso già percorso da tanti loro connazionali: verso il Cara (centro accoglienza richiedenti asilo) o il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Brindisi o Bari. Per i minori, invece, il futuro è quello di una casa famiglia. Andrea Morrone

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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