Igiene mentale: a rischio le attività creative nei Centri

Lo denunciano, in una lettera, i precari dei Diurni della Asl di Lecce. Si tratta di un “problema psichiatrico e manicomiale, che non riguarda solo i pochi precari che stanno per perdere il lavoro”

Nel Salento c'è il rischio di liquidare l’esperienza ventennale di una Salute Mentale ispirata alla “regola” basagliana. Lo denunciano, in una lettera, i precari dei Centri Diurni del Centri di Salute Mentale della Asl di Lecce In pericolo sono le attività culturali e creative all’interno dei Centri in favore di una psichiatrizzazione che non riconosce la “soggettività” dell’utenza La lettera A qualcuno potrà sembrare il solito banale problema di lavoro, solita solfa sul precariato, tagli del Governo, Regioni vittime costrette a subire insieme ai cittadini sacrifici e risparmi. Ma questa volta si tratta soprattutto di un problema sociale, per la precisione di un problema psichiatrico/manicomiale, che non riguarda solo i pochi precari che stanno per perdere il lavoro. Questa volta, ancora una volta, si tratta di mettere da parte, sempre più da parte, gli utenti dei Centri Di Salute Mentale, non solo riguardo nessuna presa di posizione da parte della Regione Puglia sul cambiamento della 180 voluta dal Governo, non solo riguardo la delibera 1170 del 2008 fatta dalla stessa Regione, aspramente criticata da molte Associazioni e operatori della Salute Mentale, ma oggi, anche contro i 20 anni di lavoro di alcuni lavoratori che hanno dato una sterzata a tutto l'aspetto psichiatrico e psichiatrizzante. Stiamo parlando dei cosiddetti Centri Diurni della Asl di Lecce. Certo, il tutto è stato voluto fortemente da quelli che un tempo avevano lavorato per la Salute Mentale secondo quel fare dettato da Franco Basaglia (ispiratore della Legge 180 che ha sancito la chiusura dei Manicomi), da quelli che un tempo rifiutavano di applicare pratiche come l'elettroshock e via discorrendo, tant'è che per molti altri psichiatri, i Centri Diurni potrebbero anche non esistere se improntati in questa maniera, come dire, umana, tollerando semmai luoghi definiti riabilitativi dove si pratica assistenzialismo, terapie occupazionali, intrattenimento per matti per intenderci. La sintesi di tutto questo è descritta nel vecchio Regolamento 7, che sta per essere adottato nella Puglia del governatore Vendola, regolamento che legittima Operatori Sanitari, Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica e simili. Questo regolamento, fatto a tavolino molti anni fa, non era mai stato applicato, non solo perché richiede una grossa spesa sulla messa a norma di questi luoghi, ma soprattutto, perché non è mai stato voluto, mai sollecitato da nessun operatore, perché inutile e dannoso. Anche gli psichiatri e i primari preferiscono che tale spesa e personale vengano impegnati nei Servizi Territoriali, vista la mancanza di operatori e l'inevitabile chiusura dei Servizi Pubblici, come già succede in molti C.S.M. Il regolamento 7 inoltre, non è mai stato voluto perché farebbe del Centro Diurno una specie di clone del Centro Di Salute Mentale, dove la gente va per farsi somministrare test e parlare di malattia con dottori, infermieri e sanitari. Ma chi sono allora questi operatori? Cosa fanno? Prima di tutto sono persone che si confrontano con altre persone e stabiliscono delle relazioni umane, indipendentemente da cartelle cliniche e ruoli dominanti, terapie e diagnosi. Anche per quanto concerne quei mezzi usati per relazionarsi, come l'arte, il libro, la cultura in tutti i suoi aspetti, loro ne hanno bandito il suffisso 'terapia'; perché arte e cultura sono 'terapeutiche' per chiunque e, com'è giusto che sia, non sono considerate strumento sanitario. Questo è il motto. Progetto lo chiama qualcun altro, ma poco importa visti i risultati. Naturalmente la produzione di salute non fa notizia. Un ricovero, un Trattamento Sanitario Obbligatorio evitato, non fa cronaca. Un Servizio Sanitario Non Sanitario è difficile da misurare. Eppure sarebbe curioso scoprire le verità di questi anni attraverso un calcolo semplice e bieco, e contare quanti danari questi operatori NON sanitari sono stati capaci di fare risparmiare all'Azienda con il loro esserci quotidiano. Quanto costano i loro contratti, quanto invece costano farmaci e degenze ogni giorno. Quanto costano le figure professionali sanitarie. Tirare le somme. Ma qui qualcosa non torna… Ed è impossibile inoltre un confronto, se ai burocrati sfuggono le singole biografie, se non sanno che un mese con l'altro può cambiare un destino, se sottovalutano quei delicati momenti che cambiano radicalmente il corso di un'intera esistenza. Ammesso che questo possa interessare a qualcuno lassù tra i vertici. Finora, in questi Centri, gli utenti sono entrati come persone dalle mille risorse, risorse trascurate strada facendo da una ostinata medicalizzazione e dalle varie vicissitudini sociali/familiari, che si sa… spesso sono la causa di certe sofferenze. Ognuno di questi Centri ha intorno a sé una rete di cittadini coinvolti, una rete che tesse risposte e benessere quotidiano, una rete che spesso s'intreccia con associazioni esterne culturali, spazi sociali, occasioni e accadimenti che non potranno più esistere se si ritorna a considerare la persona esclusivamente sotto l'aspetto sanitario. Se proprio vogliamo trovare una definizione, questo è il modo di produrre salute mentale. Se proprio vogliamo dare un ruolo, delle competenze a questi lavoratori, questi sono Operatori Culturali della Salute Mentale e del Sociale. Troppo scomodi in effetti. Tutti i diretti interessati sanno bene, purtroppo, che tale applicazione normativa e l'allontanamento di queste figure NON sanitarie, è coerentemente in linea di pensiero con tutto il fare esclusivo e omologante che sta imperando sulle nostre teste ormai da tempo, favorendo lobbyes e l'istituzionalizzazione del nuovo manicomio. Così la funzione di questi precari, non solo non viene riconosciuta dandogli il ben servito dopo 20 anni, così nessuno pensa di dare una rinfrescatina a regolamenti desueti per una Puglia migliore, così mentre il Sindacato pare abbia perso la parola, nel frattempo viene bandito un Concorso per graduatoria per Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica. Solo una decina di neo-laureati in fondo… della facoltà di Medicina di Bari, che solo per loro, qualche anno fa, è stato istituito un corso di laurea – iniziato e finito – presso il Dipartimento di Salute Mentale di Lecce. Qui termina l'ultima traccia del pensiero basagliano, l'opportunità di una svolta epocale per una Regione che voleva una Puglia diversa e migliore, termina il rispetto di lavoratori precari fin dai primi anni 90, termina la dignità di cittadini già alle prese con le proprie vicissitudini e sofferenze. E mentre questi operatori NON sanitari, continuano a negare quell'antico fare lavorativo del “così si deve essere, così si deve fare, così si deve vivere e pensare”, insistendo a voler coltivare l'umano, vengono spazzati via come pattume neanche buono da riciclare.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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