Accoppiata vincente

Teatro Petruzzelli, Bari. In scena il dittico composto da “Il tabarro” di Puccini e “Cavalleria Rusticana” di Mascagni

di Fernando Greco Atmosfera di festa e pubblico delle grandi occasioni al teatro Petruzzelli di Bari in occasione dell’apertura della Stagione Lirica 2010-2011 che ha avuto luogo il 6 novembre scorso, senza dimenticare il particolare momento di crisi economica e di tagli alle risorse finanziarie, come ha spiegato una rappresentanza di lavoratori della Fondazione Petruzzelli che ha letto un comunicato di protesta prima dell’inizio dello spettacolo.

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Alla presenza del presidente regionale Nichi Vendola e del sindaco Michele Emiliano, nonché del grande Ermanno Olmi, è andato in scena l’originale dittico composto da “Il tabarro” di Giacomo Puccini e “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni.

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Il Verismo in musica Ad una prima e generica riflessione sulle due opere, si potrebbe in maniera alquanto sbrigativa evidenziarne una comune matrice verista: le vicissitudini degli ultimi, di coloro che sono all’infimo grado della scala sociale, dei “vinti” di verghiano ricordo, si accompagnano a un tessuto sonoro di ampia valenza realista, che spesso riproduce fedelmente i suoni e i rumori della strada, comprese le inflessioni dialettali e le strazianti urla dei protagonisti. “Cavalleria” rappresenta l’espressione più autentica di questo modo di sentire e di rappresentare sullo spartito la realtà quotidiana. L’argomento è quello dell’omonimo racconto tratto da “Vita dei campi” di Giovanni Verga, già trasformato nel 1884 in dramma scenico per il trionfo della divina Eleonora Duse.

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Il giovane Pietro Mascagni (1863-1945), appena ventiseienne e direttore della banda municipale di Cerignola, trasformò il dramma scenico in dramma musicale e, vincendo inaspettatamente il concorso Sonzogno del 1889, si ritrovò di colpo catapultato nello star-system internazionale. L’entusiasmo irrefrenabile del pubblico della prima, in scena al Teatro Costanzi di Roma il 17 maggio 1890, si sarebbe replicato di teatro in teatro a garanzia di un successo che dura ancora ai nostri giorni, grazie soprattutto ad un’inventiva melodica che non manca di affascinare gli spettatori di ogni epoca e che Mascagni non seppe ritrovare in nessuna delle sue opere successive. Oltre il verismo L’ascolto consecutivo di “Tabarro” e “Cavalleria” permette di caratterizzare più le differenze che le somiglianze tra i due titoli. “Il tabarro” rappresenta il primo capitolo del “Trittico”, insieme di tre atti unici che Puccini realizzò per l’affezionato pubblico del Metropolitan di New York e che vide la luce il 14 dicembre 1918. Con esplicito riferimento alla Commedia dantesca, il musicista intese mettere in scena nella stessa serata tre argomenti contrastanti: il primo episodio, appunto “Il Tabarro”, è quello dal carattere macabro e tragico, il secondo, ovvero “Suor Angelica”, si caratterizza per atmosfere liriche e commoventi, ed infine il terzo, “Gianni Schicchi”, è di natura grottesca.

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Se le vicende del Tabarro sembrano ammiccare al verismo, complice l’atmosfera noir del dramma grand-guignolesco da cui è tratto, il tessuto musicale è ben altra cosa, poiché, a trent’anni di distanza da “Cavalleria”, Puccini si proietta ora verso il XX° secolo e le sue avanguardie, prendendo le distanze persino dalla sua Mimì, citata con estrema autoironia nella melodia intonata dal “Venditore di Canzonette”. L’ossessivo underground ritmico dell’opera, in diretta filiazione da Debussy, dipinge l’ondeggiare della Senna nelle sue infinite nuances, mentre alcuni temi, come lo stonato valzer dell’organetto, ci riportano a Stravinsky e a Prokofiev. Lo spettacolo Punto di forza della serata barese è stato l’allestimento scenico curato da Michele Mirabella per la regia insieme con Nicola Rubertelli per le scene e Giuseppe Bellini per i costumi. Efficacissimo, nel Tabarro, il colpo d’occhio creato dal barcone ancorato sulla Senna, mentre in Cavalleria l’imponente facciata di una chiesa incombe su una piazza paesana, nell’ambito di un realismo quasi cinematografico. A parte alcune inconsuete lentezze in Cavalleria, l’Orchestra della Fondazione Petruzzelli si è fatta apprezzare per un suono limpido e partecipe, che soprattutto in Tabarro acquisiva palpabile plasticità, grazie all’esperta bacchetta di Alberto Veronesi. Protagonista in entrambe le opere nelle vesti di Giorgetta e Santuzza, il soprano Susanna Branchini ha saputo esprimere i giusti accenti drammatici rimanendo sempre all’interno del pentagramma, evitando con lodevole intelligenza interpretativa effetti sgradevoli nei quali è facile indulgere quando si frequenta questo repertorio (si pensi alla fatidica “mala pasqua”). Senza dimenticare che il volume della sua voce era l’unico che riusciva sempre a superare l’orchestra, anche nei fortissimi. Più gigione il baritono Alexandru Agache, nei panni di Michele (Tabarro) ed Alfio (Cavalleria), spesso sembrava voler sopperire con il parlato a una potenza vocale ora usurata rispetto ai fasti trascorsi. Il ruolo di Luigi (Tabarro) mi pare decisamente eccessivo per le qualità vocali del tenore Jean Pierre Furlan, che, a parte le doti sceniche, veniva puntualmente coperto dall’orchestra o dalla tagliente voce della Branchini: forse questa scelta di repertorio non è stata del tutto opportuna per un tenore dal bel timbro lirico che farebbe meglio ad evitare ruoli troppo spinti. Il tenore Giancarlo Monsalve ha vestito i panni di Turiddu (Cavalleria) esibendo un notevole phisique du role e una bella voce, che, quando riusciva a non trascendere nell’urlo, sapeva trovare affascinanti morbidezze, come nella serenata iniziale (“O Lola ch’hai di latti la cammisa”). Il mezzosoprano Rossana Rinaldi è stata una Lola seducente dal punto di vista vocale e scenico, mentre il soprano Maria Cioppi si è rivelata una convincente Mamma Lucia. Una menzione d’onore va riservata al mezzosoprano leccese Antonella Colaianni, intensa Frugola (Tabarro) che ha galvanizzato l’attenzione ed il cuore degli spettatori grazie a un timbro vocale vellutato ed una soggiogante presenza scenica, doti che hanno riportato alla mia memoria la grande Lucia Valentini Terrani. Intensa interpretazione dei due scaricatori, il Talpa e il Tinca, da parte del baritono Alessandro Battiato e del tenore Cristiano Olivieri. Completavano degnamente il cast del Tabarro il tenore Camillo Facchino nei panni del Venditore di Canzonette, Eleonora Cilli e Michele D’Abundo nel ruolo dei Due Amanti. Deludente il Coro della Fondazione Petruzzelli istruito da Franco Sebastiani, spesso fuori tempo in scena e fuori scena.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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