Un caffè da “Ciccirinella”

Storie, sogni e speranze dei detenuti del carcere di Borgo San Nicola

Varcare il portone d’ingresso di un carcere, anche solo per poche ore e da cittadino libero, è sempre un’esperienza profonda, difficile anche da immaginare ma capace di lasciare un segno dentro ognuno di noi. Significa confrontarsi con un mondo a parte, fatto di regole e sistemi diversi da quelli con cui ciascuno ogni giorno si trova a confrontarsi. Il carcere è una sorta di macrocosmo che fa paura, facile da ignorare ma impossibile da dimenticare, come uno specchio che riflette una parte di noi che non vorremmo mai vedere. Arrivando da lontano il carcere di Lecce appare come una città fortificata, immensa sotto il sole implacabile del Salento. Costruita nella prima metà degli anni novanta, e aperto ufficialmente il 14 luglio 1997, dopo che furono dismessi i due istituti di “Villa Bobò” (oggi sede del Tribunale per i minorenni) e “San Francesco”, che si trovavano nel centro storico del capoluogo salentino, la casa circondariale di Lecce è alla periferia nord della città, in località Borgo San Nicola. Ad accoglierci e accompagnarci nella visita dell’istituto, come un Virgilio in una sorta di Purgatorio terreno, è la dottoressa Anna Rosaria Piccinni, direttore dal 1994 dei vecchi istituti di Lecce, e dal luglio 1997 della nuova casa circondariale e dell’annessa reclusione. Volto sereno e modi gentili, la dottoressa Piccinni ha un’aria più da preside di scuola superiore che da direttore di un penitenziario imponente come quello salentino. Dalle sue parole e dal suo sguardo trapela la grande passione per un lavoro che svolge da tantissimi anni. Lasciamo la direzione e ci spostiamo nel blocco femminile, dove sono recluse circa ottanta persone. In uno dei due laboratori tessili (con dodici detenute impiegate e tredici macchine industriali da cucire), le detenute sono al lavoro. Da tre anni a Borgo San Nicola si producono, con il marchio “Made in carcere”, borse, accessori e shopper bag colorate e originali. Domiria, fisico minuto, capelli neri come l’inchiostro e occhi luccicanti d vita, mostra con orgoglio i tanti ritagli di giornale che parlano della loro cooperativa sociale e ci racconta quello che per circa sei ore al giorno rappresenta la loro principale attività: “Qui produciamo borse, sacche e bracciali con materiali riciclati. Ci piace pensare che così come avviene con questi tessuti, che una volta erano da buttar via e ora sono rinati, anche noi un giorno potremo iniziare una nuova avventura e rinascere”. Andiamo via raccogliendo sorrisi e sguardi dolci e curiosi, anche da parte di chi, come Lucia, ha subito una condanna all’ergastolo per omicidio. Accanto ai laboratori tessili c’è una stanza colorata e piena di giochi, che funge da nursery nei casi di detenute con figli al seguito. Ogni mese si organizza anche un incontro tra le mamme recluse e i bambini, un pomeriggio vissuto all’insegna della quotidianità e della “normalità”. La visita alla sezione femminile si conclude con le cucine, dove le detenute sono al lavoro per preparare il pranzo: il menu prevede spaghetti al tonno e pesce palombo. Sotto il sole cocente di un settembre ancora estivo, attraversiamo i grandi spazi aperti che contraddistinguono questa sorta di cittadella penitenziaria. Giunti nel blocco maschile, visitiamo un altro dei laboratori in cui operano i carcerati, per il progetto denominato “Buoni dentro”. Qui si producono cornetti bignè e rustici. Si tratta di un progetto pilota, presentato dalla direzione del carcere e mirato al lavoro e al recupero a livello reale dei detenuti, attraverso l’ausilio di una criminologa, una psicologa e un medico. Si tratta di tre delle figure che formano il cosiddetto gruppo di osservazione sui detenuti, che svolge un lavoro di monitoraggio costante sulle problematiche relative alla vita all’interno del carcere. L’odore non ha a da invidiare a quello di una pasticceria del centro, e il caffè e cornetto alla crema che Marco (uno dei pasticcieri) ci offre, hanno un sapore davvero particolare. L’atmosfera è tutto sommato serena, qualcuno addirittura scherza: “ Si sa che il caffè in carcere è sempre buono, lo diceva anche una vecchia canzone”. L'intero reportage sul carcere di Borgo San Nicola sarà pubblicato nel nuovo numero del Tacco cartaceo, in distribuzione gratuita da lunedì prossimo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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