De Masi: “Non sono in conflitto di interessi”

Intervista ad Ivan De Masi, sindaco di Casarano. Che conferma di aver ceduto tutte le sue quote della holding Italgest spa e di voler tenere conto, a proposito di biomasse, della volontà popolare

Già prima di essere eletto sindaco di Casarano esattamente un anno fa, Ivan De Masi fece due promesse importanti al suo elettorato: che avrebbe alienato le quote societarie che lo vedevano comproprietario, alla pari insieme al fratello Paride, della holding Italgest spa; che solo il referendum consultivo della volontà popolare avrebbe avuto l’ultima parola sulla centrale a biomasse, il cui progetto era già stato presentato da una società del suo gruppo, la “Italgest energia prima”. Negli ultimi mesi, all’indomani della prima seduta della conferenza dei servizi regionale sulla centrale a biomasse, la polemica si è infiammata. Sindaco, lei è proprietario o no, della Italgest sapa, titolare a sua volta del progetto di centrale a biomasse di Casarano? “Non più. Ho venduto tutte le quote azionarie, mie e di mia moglie Valentina, con atto notarile presso il notaio Rocco Mancuso di Lecce. L’atto è stato registrato il 21 maggio scorso. E’ un atto pubblico (il sindaco mi da una copia in visione e lo legge ndr)”. Il 30 aprile dello scorso anno c’era stato un preliminare di vendita di tutte le azioni tra lei e suo fratello. Perché la vendita viene perfezionata dopo più di un anno? “Perché per legge il notaio deve avere i bonifici dei pagamenti reali di ciò che è stato venduto. Infatti nell’atto è specificato che le azioni sono state pagate dal 30 aprile 2009 al 7 maggio 2010”. Dal punto di vista formale è superato dunque il conflitto d’interesse? “E’ superato anche dal punto di vista sostanziale: io non c’entro più a con tutto il gruppo Italgest di Paride De Masi”. Non è un sacrificio troppo grande per essere sindaco di Casarano? “Grazie a Dio non si fa tutto per interesse. Altrimenti qual è il cambio generazionale di un nuovo modo di fare politica? Io l’esperienza di essere imprenditore l’ho fatta e ho capito che avevo voglia di impegnarmi nel pubblico. Io lavoro per il Comune 12 ore al giorno e lo faccio perché mi piace”. Lei ha sanato la “forma” e la sostanza”, ma non rimane un problema di opportunità politica dell’essere sindaco di un paese dove in questo momento l’interesse economico più grosso in gioco è quello della centrale a biomasse? “Il conflitto di interesse in Italia esiste solo per il Capo dello Stato, i ministri, i sottosegretari e per chi ha incarichi governativi. Se siamo in un paese di regole, stiamo alle regole”. Ma esiste un problema di opportunità politica secondo lei? “Secondo me no. Negli Stati uniti dove c’è la legge più restrittiva dal punto di vista del conflitto d’interesse, si dà la possibilità di mettere tutto in un blind trust, un fondo cieco dove chi amministra è un’altra persona e quando chi è eletto finisce di avere incarichi pubblici, ritorna in possesso di tutto quello che aveva. Io ho pure venduto ogni cosa, perché dobbiamo vedere sempre il brutto, il peggio? Io ho fatto delle scelte che forse non è semplice capire: se ora ho 40 e ritengo di poter dare qualcosa alla mia città, perché non posso farlo? In Italia chi deve fare politica, solo gli impiegati pubblici o i disoccupati? Perché si deve cercare un conflitto a tutti i costi”? Quando i cittadini l’hanno votata, l’hanno fatto anche a fronte di un impegno da parte sua che si sarebbe fatto il referendum. Con una risposta secca, lei è pro o contro il referendum? “Io ho promesso che si sarebbe fatto il referendum perché c’era una delibera di consiglio comunale del gennaio 2009 che si esprimeva in tal senso. Nel corso del tempo si è stabilito, e non l’ho fatto io, ma una Commissione Affari costituzionali composta da esponenti di maggioranza e minoranza, che il Comune non può indire una consultazione referendaria su questioni che non sono di sua stretta pertinenza”. Cioè siccome il a osta si dà in sede di conferenza di servizi, dove sono tanti gli Enti ad esprimersi e non solo il Comune, il referendum non si può fare. “Esatto”. L’impressione è che si stia cavillando: la domanda referendaria approvata dal Consiglio comunale non riguarda il progetto della Italgest ma le biomasse in generale. Semplificando: si chiederebbe ai cittadini se vogliono o no, ma in generale, le centrali a biomasse. Perché questo non è possibile? “Perché è il Tuel, il Testo unico degli enti locali a dire che il referendum si può fare solo su questioni sulle quali sia solo il Comune a dover decidere e le biomasse non lo sono”. Se il referendum lo organizzassero i cittadini? “Sarebbe un’iniziativa popolare, ma senza alcuna validità giuridica. Tra l’altro è stata la minoranza ad esprimersi dicendo che a parer loro il referendum non si può fare. Ma i lavori della Commissione non sono conclusi”. Se la conferenza dei servizi dovesse approvare il progetto, a quel punto l’ultima parola per legge spetta al Consiglio comunale. Che può anche bocciarlo. Lei che cosa farà? Lascerà libertà di coscienza ai consiglieri di maggioranza? “Io farò di più. Qualora il referendum non fosse possibile per le ragioni che ho spiegato prima, qui e ora mi impegno a trovare, all’interno delle regole, una diversa modalità di consultazione popolare, ai sensi di legge, e mi atterrò a quella volontà popolare. Io, che voglio essere terzo rispetto a questa vicenda, che ho venduto le quote e che non sono più in conflitto d’interessi, mi impegno a trovare un modo perché i cittadini partecipino alla scelta. Voglio che i cittadini contino nelle decisioni. Il Consiglio comunale si potrà esprimere solo dopo aver raccolto il parere dei cittadini. Se la volontà popolare si esprimerà per il no, non credo che i consiglieri comunali si assumeranno la responsabilità di votare per il sì”. A quel punto il Comune s’imbarcherà in una querelle giuridica, perché sicuramente l’impresa chiederà conto di quel “no” del Consiglio arrivato dopo il “si” della Conferenza dei servizi. “Nessuno può impedire ad un’impresa di far valere i suoi diritti. La libertà d’impresa è costituzionalmente garantita”.

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