Omicidio Blasi: condannato a 20 anni l'assassino

Si è concluso con una condanna a 20 anni il processo per l'omicidio di Antonio Blasi, assassinato dallo zio la sera del 20 dicembre 2007. Accolta la tesi difensiva

Vent’anni. E’ questa la pena inflitta dai giudici della corte d’Assise di Lecce, presidente Giacomo Conte, nei confronti di Luigi Pasquale Blasi, il meccanico 54enne accusato dell'omicidio del nipote Antonio, avvenuto nella notte tra il 20 e il 21 dicembre del 2007 nelle campagne di Melpignano. I giudici lo hanno dichiarato colpevole dei delitti contestatigli: omicidio aggravato, ricettazione, detenzione e porto illegale d’arma comune da sparo con matricola abrasa. Escluse, invece, le circostanze aggravanti dei motivi futili e dell’aver agito con sevizie e crudeltà verso la persona. Riconosciute inoltre le circostanze attenuanti generiche, della provocazione e del vizio parziale di mente. Le circostanze attenuanti, si legge nel dispositivo di sentenza, sono state ritenute prevalenti sulle residue circostanze aggravanti riconosciute, la più importante delle quali è la premeditazione. Sono state poi riconosciute le seguenti provvisionali: 80mila euro alla madre, 50mila euro a ciascuna delle due sorelle e 15mila allo zio Giorgio. Quella notte di dicembre di oltre due anni fa Blasi avrebbe sorpreso il nipote sul terreno del figlio Vittorio. Un episodio da cui sarebbe scaturito inizialmente un diverbio e poi una colluttazione così violenta da provocare la morte del 33enne, colpito prima da un colpo di fucile al braccio e poi con violenza feroce al volto dal manico del fucile (tanto da spezzarlo in due) da caccia dell'assassino, che si era inceppato dopo il primo colpo. Pasquale Blasi si costituì pochi giorni dopo, nel pomeriggio della vigilia di Natale, presso la stazione di Corigliano d'Otranto, sotto consiglio dei suoi legali. Al termine delle lunghe ore di interrogatorio il meccanico di Melpignano confessò l'omicidio, accusando il nipote di aver cercato di colpirlo e di averlo provocato. La difesa, rappresentata dagli avvocati Pasquale Corleto e Salvatore Abate, ha invocato, attraverso l'ausilio di consulenti e psichiatri, il vizio parziale di mente dell'imputato, con conseguente diminuzione della pena nei minimi, esclusione delle aggravanti e riconoscimento delle attenuanti. Una tesi accolta in pieno dalla Corte. L'accusa, rappresentata dal pubblico ministero Maria Cristina Rizzo, aveva chiesto l'ergastolo.

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