Inchiesta discarica Burgesi: chi pagherà il ripristino?

In una conferenza stampa congiunta la Serveco e la Imperfoglia hanno espresso la propria soddisfazione per l'esito dell'inchiesta giudiziaria. Una vittoria che non però risarcisce i danni subiti dal territorio e dai cittadini

Si è svolta questa mattina a Lecce, presso l’Hotel Tiziano, la conferenza stampa congiunta dei vertici delle imprese Serveco e Imperfoglia, che hanno ripercorso, alla presenza del loro legale, l’avvocato Annamaria Ciardo, le vicissitudini giudiziarie degli ultimi anni, conclusesi con l’archiviazione del procedimento sui lavori di bonifica del sito di Burgesi ad Ugento. Un’archiviazione, quella disposta dal Gip Ercole Aprile lo scorso 24 febbraio, che ha rivalutato il lavoro svolto dalle ditte appaltatrici presso la discarica ugentina. Le indagini e le consulenze dei periti hanno, infatti, accertato la regolarità dei lavori svolti. “Questa non è solo una vittoria delle aziende – ha commentato Piero Chirulli, amministratore della Serveco – ma di tutta la comunità. Alla rabbia dei mesi scorsi è subentrata la gioia per una giustizia che funziona”. L’archiviazione del procedimento penale risarcisce però solo in parte il danno d’immagine subito dalle ditte che hanno eseguito i lavori e da tutto il territorio del Salento. Un danno che va ad aggiungersi, come sottolineato da Chirulli e Vergari (amministratore unico della Imperfoglia) a quello che cittadini e contribuenti hanno pagato (tra sopralluoghi, scavi, analisi e consulenze) per accertare la verità e che pagheranno per ripristinare i “luoghi violentati durante l’esecuzione degli accertamenti sul sito”. Diverse, infatti, le trincee scavate (e mai ripristinate) dopo l’esecuzione dei lavori per analizzare i suoli. Vi sono stati inoltre, nei circa dodici mesi in cui l’area è stata sottoposta a sequestro, numerosi atti vandalici, che hanno deturpato ancor più il territorio. Chi pagherà tutto ciò?! 25 marzo 2010 Burgesi: archiviato il procedimento Il Gip del Tribunale di Lecce ha archiviato, su richiesta del sostituto procuratore Donatina Antonia Buffelli, il procedimento a carico di Stefano Vergari (amministratore unico della Imperfoglia srl, società mandataria dei lavori), Maria Cristina e Paolo Manenti (amministratori della Italiana Ambiente srl, società mandante dei lavori di completamento e bonifica sito inquinato); Piero Chirulli (amministratore della Serveco srl, società subappaltarice dei lavori di completamento e bonifica sito inquinato), Giuseppe Licignano e Roberto Marangi (responsabili di cantiere). Per tutti l’ipotesi di reato riguardava, a vario titolo, la frode in opere pubbliche e inquinamento e omessa bonifica di un sito (art. 257 D. legislativo 152/06). Un’inchiesta partita dalla denuncia presentata da Bruno Colitti il 12 dicembre 2006 alla Guardia di Finanza di Gallipoli. L’imprenditore, oggetto in seguito di minacce e attentati (nel marzo del 2009 ignoti diedero fuco alla sua abitazione a Torre San Giovanni) si autodenunciò, raccontando agli uomini dell’Arma come gli fosse stato chiesto di occultare in Contrada Burgesi rifiuti tossici e speciali, batterie scariche, pneumatici, materiale plastico, frigoriferi e contenitori di olio combustibile Persino il telone con il percolato oltre a tonnellate e tonnellate di rifiuti che vennero ricoperti da terriccio e piantumazione di vegetali. Secondo le dichiarazioni di Colitti la ditta Serveco, che aveva ricevuto l'appalto per quasi tre milioni di euro finanziati dalla regione Puglia, per realizzare la bonifica dell'area, e che ha subappaltato il lavoro a tre ditte locali, avrebbe interrato i rifiuti piuttosto che rimuoverli. Sul registro degli indagati finirono anche imprenditori e professionisti: Stefano Vergari; Maria Cristina e Paolo Manenti; Piero Vito Chirulli; Giuseppe Licignano di Galatina e Roberto Marangi di Taranto. Le indagini della Procura non hanno però portato ad alcun risultato. La notizia di reato, secondo l’accusa, è da ritenersi infondata. I consulenti tecnici nominati dalla dottoressa Buffelli (Maurizio Sanna e Cesare Carocci), si legge nelle pagine della richiesta di archiviazione, “hanno eseguito diversi scavi nelle aree indicate dal denunciante senza rinvenire a di rilevante. In ordine all’asserito illecito smaltimento di rifiuti solidi e amassi di terra inquinata, furono tutti smaltiti come pericolosi. Per quanto riguarda i limitati rifiuti, vetri, buste di plastica, copertoni di auto (rinvenuti durante lo scavo effettuato in data 11.2.2009), si tratta in realtà di materiale derivante dalla degradazione dei rifiuti solidi urbani misti a materiale di demolizione risalente all’ex discarica di Rsu e rinvenuti ad un profondità non interessata dai lavori di bonifica”. Per quanto riguarda la riutilizzazione di teli in HPDE – conclude il sostituto – nonostante quanto riscontrato dalla Polizia giudiziaria in ordine alla carenza di documentazione relative analisi, si ritiene alla luce anche delle dichiarazioni fornite dalle persone sentite, della documentazione in atti e dei risultati delle analisi eseguite, che sostanzialmente sia stato rispettato quanto previsto nei progetti”. Per i giudici dunque, non c’é stato illecito e non c’è stato reato. Nessun colpevole e nessun inquinamento. Restano però i dubbi: sulla discarica e sulla salute dei citatdini

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