No all’autarchia piagnona del meridione

Vincenzo Barba: “Promuoviamo i prodotti di qualità del nostro territorio e non rinunciamo sulle nostre tavole ad una fetta di prosciutto di Parma o ad un tocchetto di parmigiano o di grana”

D’estate, spesso, troppo spesso, si alimentano a polemiche vuote, inutili e sterili solo e soltanto finalizzate ad attirare l’attenzione dei media, più sapientemente rivolta alla cronaca ed ai grandi eventi di promozione del territorio, attraverso i quali le comunità raccontano la propria storia e la proprie tradizioni e si raccontano, sotto una nuova luce, alle proprie genti ed ai turisti. La politica, invece, quasi che ne avesse bisogno in questi anni di grande autorevolezza e considerazione popolare, preferisce alzare polveroni e soffiare sul fuoco delle polemiche. Hanno cominciato i leghisti padani con la storia del dialetto da insegnare nelle scuole, con la barzelletta dell’Inno di Mameli da mandare in soffitta e, da ultimo, con la menata delle gabbie salariali. Commenta Vincenzo Barba: “Ma per non esser loro da meno, e per questa sorta di corsa all’indietro, di asta al ribasso, di sfida sul declivio pendente dell’incultura, anziché cambiare marcia e dimostrarsi “fatti di tutt’altra pasta”, anche nel Meridione abbiamo tirato fuori la vecchia storia di una tanto piagnona quanto assurda presunta necessità dell’avvio di una fase di “autarchia meridionalista”, intendendo semplicemente con ciò che chi è meridionale, per sentirsi tale, deve consumare soltanto prodotti coltivati e generati da Sala Consilina in giù (ancora non ho ben compreso dove abbia geograficamente inizio il Meridione, non essendoci valli, confini, Linee Maginot e quant’altro”. Si rivolge poi agli amici della Lega Nord: “sarebbe forse il caso che imparassero loro per primi e poi anche i loro figli e i loro nipoti la nobile lingua italiana, così come dobbiamo fare anche noi meridionali. E, a dire il vero, anche quelli del Centro Italia, isole comprese. Se poi si vuole conoscere una seconda lingua, sarebbe meglio soffermarsi sull’inglese. Quanto al dialetto, ciascuno di noi, come ovunque accade, è libero, nelle proprie case – e guai se non fosse così- di raccontarsi, intorno alla tavola imbandita, gli avvenimenti che hanno scandito la giornata nel vernacolo più stretto, colorito e saporito che ritiene e che conosce”. In riferimento all’inno nazionale: “Mameli è sempre l’Inno di Mameli- puntualizza Barba- ed io non conosco nessuno che – solo per fare un piccolissimo esempio – non si commuova quando, in uno dei tanti eventi sportivi e non, in cui si diffondono le sue note, viene issato il tricolore. Se poi Umberto Bossi preferisce al nostro inno, qualche canzone di Dj Francesco, terremo le sue valutazioni ed i suoi gusti in debito conto.Il discorso delle gabbie salariali o della contrattazione territorializzata è un discorso serio, ma va affrontato con intelligenza e razionalità, nelle sedi opportune, insieme alle parti sociali, e non certo in una delle tante “Feste della servola” che si svolgono in Padania, in Toscana o in Sicilia”. Rivolgendosi poi agli amici “meridionalisti dell’ultima ora”: “questa storia dell’auto-consumo, mi ricorda molto da vicino la poverissima “economia di corte” del periodo medievale. La serissima e quanto mai attuale Questione Meridionale viene svilita e indebolita se la si affronta con questo approccio di bassa statura. Il sottoscritto, per esempio, come credo tutti noi, insieme ai prodotti della nostra terra, non potrebbe e non vorrebbe mai rinunciare ad una fetta di prosciutto di Parma, ad un buon bicchiere di lambrusco, ad un tocchetto di parmigiano reggiano, al sapore del barolo, al risotto cucinato con il riso piemontese, ad un panino caldo farcito con la mortadella bolognese, alle trofiette condite con il pesto genovese, al chianti toscano e così via. Non si può mischiare tutto in un calderone di confusione e inconsistenza di pensiero”. Conclude poi Vincenzo Barba: “Noi dobbiamo difendere e consumare i prodotti di qualità, sia quelli salentini, che quelli pugliesi, che quelli italiani, che quelli europei. E dobbiamo, invece, fare la guerra alle contraffazioni e alle furbate alimentari, da qualsiasi parte del territorio e dell’Orbe esse arrivino.Insomma: recuperiamo il valore dell’equilibrio e non buttiamola sempre in politica. Perché se è vero che la crisi economica sta passando e ci sono i primi segnali di ripresa, sarebbe un errore imperdonabile far seccare questi germogli con il gelo della contrapposizione territoriale che, ovunque nel mondo, comincia con le ritorsioni economiche e poi finisce sempre con le armi, gli eserciti e le guerre”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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