Un camice bianco macchiato di sangue

Venne uccisa il 25 aprile di dieci anni fa, mentre prestava servizio di Guardia medica, per mano di un uomo cui aveva appena prestato soccorso. Oggi la commemorazione di Maria Monteduro, dottoressa e politica, presso l'Ordine dei medici

Fu prelevata dall’ambulatorio e trucidata a colpi di pietre. Il suo corpo venne abbandonato nelle campagne di Castrignano del Capo. Giovanni Pucci, il colpevole dell’omicidio, venne arrestato e condannato all’ergastolo. Ma ciò non servì a rendere l’accaduto meno amaro. Maria Monteduro, medico di Guardia medica, morì in questo modo assurdo e crudele a 40 anni. Era il 25 aprile del 1999. Dieci anni fa. Professionista di valore e politica molto amata dai cittadini a Gagliano del Capo – era assessora ai Servizi sociali – lasciò il marito ed un figlio di appena tre mesi. Nell’ottobre dello stesso anno Carlo Azeglio Ciampi, l’allora presidente della Repubblica, conferì alla sua memoria una medaglia d’oro al merito civile. Perché Monteduro morì mentre svolgeva la sua attività in favore degli altri, esercitando professione di medico che metteva davanti a tutto. Quella notte del 25 aprile, infatti, le mani assassine furono quelle di un tossicodipendente cui aveva prestato le sue cure durante il servizio di Guardia medica. Presso la sede dell’Ordine dei medici, alle ore 11 di oggi, si terrà una commemorazione per il decimo anniversario dalla scomparsa di Maria Monteduro. In quest’occasione alla dottoressa barbaramente uccisa verrà intitolata la sala multimediale dell’Ordine. Alla cerimonia prenderanno parte Gino Pepe, presidente dell’Ordine dei medici, Franco Sanapo, direttore sanitario Asl, Antonio Buccarello, sindaco di Gagliano, oltre alle cariche civili, militari e religiose. Riportiamo di seguito il ricordo che di Maria Monteduro e del suo tragico omicidio traccia Gino Peccarisi. Medico di Guardia medica come lei. // Quella morte ci tolse il fiato di Gino Peccarisi La morte di Maria Monteduro ci lasciò sbigottiti. La notizia di quell’omicidio così efferato si diffuse rapidamente in tutto il Salento e presto ne varcò i confini, divenendo il principale fatto di cronaca per molti giorni sulle pagine dei giornali locali e nazionali. L’eco fu amplificata dalla condizione della vittima, una giovane donna che alternava il lavoro da valente professionista, agli impegni di assessore al suo comune, al ruolo di mamma, avendo da poco partorito un bimbo che avrebbe dovuto alimentare col latte materno. La sua esistenza terrena fu interrotta anzitempo da un individuo che poco prima aveva richiesto il suo aiuto in Guardia Medica e che, poi, l’aveva uccisa deturpandone il giovane viso con un corpo contundente e abbandonandola in una campagna dopo averne ricoperto il corpo di pietre. Dopo quella morte le notti in guardia medica non sono state più le stesse perché ogni richiesta di soccorso alimentava la paura che potesse rappresentare un’insidia. La consapevolezza che al posto di Maria ci sarebbe potuto essere un qualsiasi medico di guardia medica contribuì per molto tempo a rendere un incubo quelle notti di lavoro già solitamente insonni. Le violenze fisiche e verbali sono sempre state una costante di quell’attività che, nata come temporaneo periodo di gavetta, rappresenta un lavoro stabile, talora unico sostentamento, per molti medici. Nell’anno in cui avvenne quel tragico evento, non era ancora attivo il 118 e la Guardia Medica rappresentava l’unico riferimento per l’utenza in cerca di soccorso sul territorio. Quei medici,la maggior parte dei quali sono ancora presenti nelle stesse sedi, hanno superato, in trincea, una dura battaglia contro urgenze ed emergenze sanitarie, armati esclusivamente della borsa professionale, pesante, nella quale era ed è presente ogni mezzo necessario a ogni tipo di soccorso. Da rilevare che meno del 5% degli interventi effettuati sono sfociati in un ricovero ospedaliero, con grande risparmio per la spesa sanitaria. L’attesa delle ambulanze attrezzate del 118 con medici, infermieri e autisti si è protratta fino al 2003 e, ripensando al passato, si stenta a credere di esserne usciti indenni. E, tuttavia, pur condividendo con i colleghi dell’emergenza la tutela della salute sul territorio durante le notti e i giorni di festa, i rischi per la propria incolumità non sono stati eliminati. Molte sedi di lavoro continuano a essere poco sicure, lontane dai presidii ospedalieri e dalle stazioni dei Carabinieri, poco consone al decoro professionale. Dopo l’omicidio di Maria Monteduro furono messe in opera molte misure di sicurezza, quasi obbligate, per il particolare momento. Telecamere puntate sulle porte d’ingresso, contatti radio con istituti di vigilanza privati, periodici controlli delle forze dell’ordine, telefonini aziendali, maggiore attenzione, insomma, verso i colleghi abituati a lavorare nell’ombra. Col passare degli anni i ricordi si sono sbiaditi e si è abbassata la guardia. Nel frattempo le cronache evidenziano nel 2000 l’aggressione del medico di turno a Martano, nel 2001 a Sannicola, nel 2004 tocca a una collega del 118. A Porto Cesareo colpi di arma da fuoco sono esplosi contro la sede di Porto Cesareo ad altezza d’uomo e un proiettile conficcato accanto alla porta del bagno. Non sono gli unici episodi degni di menzione. Violenze fisiche e verbali sono insiti nel tipo di attività. Con coraggio e professionalità, ogni giorno, siamo a lavoro con la consapevolezza di aver conseguito una laurea diversa dalle altre, perché ci pone a tutela della salute collettiva. I medici di guardia medica, al pari degli altri colleghi, sono impegnati nell’eterno scontro contro la malattia e, pur da “fanti”, sono fieri di poter partecipare a pieno titolo al conflitto. In prima linea ha perso la vita Maria Monteduro, morta nell’espletamento delle sue funzioni, per un lavoro che non ti permette la programmazione di un periodo di riposo, che non ti lascia un solo week end libero, che ti vede impegnato tutte le notti, senza avere il riconoscimento di usurante, e durante i giorni di festa, compresa Pasqua e Natale, che per i più è momento di aggregazione familiare. Un lavoro precario che con spirito di abnegazione e sacrificio viene svolto con dignità, anche se ad ogni rinnovo di Convenzione si spera possa avere dei miglioramenti sostanziali. Irrinunciabile è la certezza di poter lavorare in sicurezza e che le misure messe in atto in passato possano essere riproposte; Roberta Zedda in Sardegna, che ha subito la stessa sorte di Maria Monteduro, sta a testimoniare che la follia umana, può essere protagonista di altri episodi gravi di cronaca a danno di medici indifesi che, da soli, affrontano ogni utente con le più disparate richieste, talora impossibili da soddisfare. La tipologia del medico di Guardia Medica, ora Continuità Assistenziale, è quella di un professionista attempato, nella maggior parte dei casi specializzato e già medico di base con un numero di scelte inferiore a 650 mutuati. E’ doverosa tale precisazione per cancellare dalla convinzione comune l’idea che tale attività sia svolta da medici neo laureati, in attesa di più idonee occupazioni. Avere la certezza di rivolgersi a professionisti attenti e preparati giova all’utente per riporre fiducia in un Sanità pubblica fra le più qualificate. Per tale finalità non giovano documenti ufficiali di un “Tribunale del diritto del malato” che sembra voler mettere sempre e comunque i medici sul banco degli imputati. A proposito di un operatore di Guardia Medica, con sentenze senza appello, si scriveva di “un collega non idoneo a svolgere le mansioni di medico” e ci si “riteneva fortunati per non aver usufruito del suo soccorso perché la conclusione della vicenda di una piccola con vomito avrebbe potuto avere una conclusione dai risvolti non calcolabili. Il medico che non riesce a capire quale sia il suo ruolo è bene che cambi professione e faccia qualcosa dove non possa nuocere a nessuno”. Il tutto era scaturito dalla cornetta del telefono non adeguatamente appoggiato sul suo sito dando il segnale di occupato. La piccola fu accompagnata al pronto soccorso, con la sede di guardia allocata all’ingresso dell’ospedale. Il buon funzionamento del Servizio Sanitario Nazionale richiede la collaborazione di tutti, medici, pazienti ed operatori perché la fruibilità gratuita di un complesso di strutture attrezzate a combattere e prevenire la malattia è una conquista sociale di un paese democratico che, per la salute, non fa distinzione fra ricchi e poveri. In quella lotta in prima linea ci sono e ci saranno sempre i medici di Continuità Assistenziale e della Emergenza, nonostante tutto. Maria Monteduro è ora un monito per quanti, avendone la possibilità, hanno l’obbligo di impegnarsi affinché non accadano più episodi simili e facciano uscire la Continuità Assistenziale dalla precarietà. Possa Maria riposare in pace e vegliare sulla nostra attività.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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