Lettera aperta di una bimba mai nata

Malasanità al Ferrari di Casarano

Il grido senza voce di una bimba mai nata e di una coppia di genitori che l’attendevano come ’altro al mondo

Una coppia di Parabita ha fatto giungere nella nostra redazione la lettera di seguito pubblicata. A scriverla, simbolicamente, una bimba mai nata. La loro primogenita. L’ennesimo caso di malasanità, stando a quanto ci ha raccontato il padre. La negligenza di un ginecologo dell’ospedale Ferrari di Casarano, che ha rinviato il parto di una gravidanza a rischio, in quanto in ferie e assente quindi anche nel momento stesso del parto. Lei ha 37 anni ed è un’operaia, lui ha 40 anni ed è disoccupato. Non indifferenti le spese che hanno dovuto sostenere per i nove mesi di gravidanza. Risultato: una bambina nata morta e la mamma che rischia la vita per metterla alla luce, subendo numerose trasfusioni di sangue. La giustizia ora farà il suo corso e chi ha sbagliato, se ha sbagliato, pagherà. Noi ci limitiamo a riportare il grido senza voce di una bimba mai nata e di una coppia di genitori che l’attendevano come ’altro al mondo. Ciao, era il 14 febbraio 2008 quando mia madre annunciò a mio padre di essere incinta. Tra nove mesi sarei venuta al mondo e mio padre fu molto contento alla notizia. La gioia, però, purtroppo fu di breve durata: stando ad alcuni esami, ero affetta da toxoplasmosi. I miei genitori non si scoraggiarono alla notizia e decisero di portare avanti questa difficile gravidanza. Cominciò per me una lunga serie di esami, tra cui l’amniocentosi, la morfologica presso lo studio di un medico di Bari. Secondo questo medico ero una bimba sana. Ma il ginecologo che seguiva mia madre,invece, si dichiarava preoccupato, in quanto la mia mamma aveva la pressione alta ed era in sovrappeso. Il dottore, che prestava il suo servizio all’Ospedale Ferrari di Casarano, il 17 settembre 2008 paventò l’ipotesi di parto per il giorno 23 settembre. La mia era una gravidanza “a rischio”, non era previsto per me il travaglio. Nel tracciato che mi fu fatto il giorno 19 settembre il medico si accorse che non c’era poi tutta questa fretta, per il parto si poteva attendere ancora qualche giorno. Così il giorno 26 mi fu fatto un secondo tracciato, in assenza però del ginecologo che aveva seguito la gravidanza. Quando mio padre lo chiamò, gli rispose che era in ferie e si diedero appuntamento per il giorno 30 settembre. Il 29 mattina, però, mia madre cominciò a stare male, accusava dei forti dolori, mio padre tempestivamente ritelefonò al medico, che ancora una volta gli confermò l’appuntamento per il giorno dopo in ospedale. A sera le condizioni della mia mamma erano di molto peggiorate, tanto che mio padre decise di non aspettare più e l’accompagnò d’urgenza in ospedale. L’ostetrica capendo che la situazione non era delle migliori, mi fece subito un nuovo tracciato. Ma il mio cuore non batteva già più. Si era fermato. Fu praticato un taglio cesareo, la mamma perse tre litri di sangue. Erano le 23.20. La placenta si era distaccata, non respiravo più. Il ginecologo di turno allora capì che ormai tutte le attenzioni dovevano essere rivolte alla mia mamma, era in fin di vita, le venivano praticate delle trasfusioni di sangue. Intanto si cercava di rintracciare il ginecologo che l’aveva seguita. Quando, dopo vari tentativi, giunse finalmente in ospedale, con fare arrogante pensò solo a discolparsi per la sua negligenza. “Che colpa ne ho io!”, sbottò. La prima volta che mio padre ebbe occasione di guardarmi, ne fu sconvolto: ero una bambina sanissima e bellissima, come qualsiasi altro nascituro. Mia madre, invece, lei non mi ha nemmeno mai tenuto tra le sue braccia, stava troppo male, mi ha solo vista in foto. Il giorno dopo ci fu il mio funerale, il ginecologo non ebbe né il tatto, né la sensibilità di esprimere una parola di cordoglio con i miei, anzi era in corsia a ridersela con i colleghi. Qualche mese dopo a lui è nata una bella nipote, gli ha dedicato tutte le sue attenzioni, seguendola e trattandola coi guanti bianchi. Quando giocherà con lei, la coccolerà, la prenderà in braccio o la vedrà crescere, si ricordi anche di una bambina che per colpa sua invece ha privato i suoi genitori di questa gioia. Malasanità. Non ho mai visto la luce, né mai la vedrò. 2.000,00 spesi in visite per avere un responso sbagliato. Mio padre è disoccupato e mia madre ha un misero stipendio di operaia. Una grande ingiustizia e un grande dolore, al quale si unisce lo sdegno per le parole beffarde del ginecologo: “Sono dispiaciuto per ciò che è successo, se avessi saputo avrei affidato il caso a qualche collega”. Ringrazio tutte le persone che in questo momento così difficile sono stati vicini ai miei genitori, e un grazie speciale anche a chi viene a farmi visita dove riposo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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