Voci dal sommerso: storie di lavoro non regolare

Il volume sarà presentato (tra gli altri) da Vendola, Boccia e Palese

Venerdì 19 dicembre alle 9.00 presso le Officine Cantelmo a Lecce è prevista la presentazione del volume “VOCI DAL SOMMERSO”, a cura di Ettore Bambi, Daniele Morciano e un gruppo di ricercatori formatosi nell'ambito della Commissione provinciale per l'emersione del lavoro non regolare Blog: http://blog.libero.it/vocidalsommerso

C’è una domanda che si fa largo, se solo non ci si vuole coprire gli occhi, dopo aver letto le “storie di vita” di ordinaria irregolarità, rintracciate e raccontate da un inedito gruppo di lavoro formatosi nella nostra Commissione. La domanda è questa: ma di loro, di questi disincantati protagonisti di una società salentina improvvisamente ritrovatasi asfittica, egoista, un po’ misera, chi se ne deve occupare? Chi ha il compito di difendere i diritti negati alle donne e agli uomini, ai giovani e ai cinquantenni che hanno, in pratica, scritto questo libro? A scrutare fra le loro voci, non si ritrovano esperienze di tutela sociale, ma solo una condizione di isolamento che aumenta la marginalità e la debolezza della loro posizione, pregiudica le già scarne ipotesi di riscossa, riduce ad una sfera emozionale e quasi privata questioni che dovrebbero contrassegnare la civiltà di un Paese e sulle quali invece solo in pochi oggi lanciano l’allarme. Un territorio in cui il fatalismo, la convinzione dell’inevitabilità, la predisposizione alla fuga sono elementi congeniti, che permeano diffusamente anche le giovani generazioni, le quali pure sarebbero pronte a lanciare nuove sfide, se solo le risposte delle istituzioni e il sistema di valorizzazione delle competenze fossero adeguati all’emergenza. Si possono allora scoprire con i “Bollenti spiriti” vocazioni e talenti inaspettati, ma si ripropone anche dopo ben oltre un secolo la visione dell’Italia a due velocità, la stessa Italia di Fortunato e Salvemini, con i “padroni” che sono diventati meno odiosi, preoccupati, anche loro, di arrivare a fine mese, eludendo tasse, garanzie, doveri. Un Salento contorto, ripiegato su se stesso, un po’ cupo, quello che esce dalle “voci del sommerso”. Un Salento nel quale forse dovrebbe essere l’Università, per prima, a farsi carico del gap culturale: sia quello che contamina le carovane di studenti disseminati al “servizio ai tavoli” dei “pub” della movida, sia quello delle donne, che appaiono ripiegate su stesse, meno fiere di quanto ci hanno tramandato la letteratura e la retorica. L’Università come volano di sviluppo sociale, capace di lavorare su strumenti che aiutino a difendere l’identità: non quella iconografica del marketing territoriale, ma la conoscenza che supporta i valori del vivere insieme, per il tramite dell’educazione e della formazione. (Ettore Bambi, tratto dall’Introduzione del libro) In questa ricerca si è scelto di parlare di “lavoro sommerso” e non solo di “lavoro irregolare” proprio coerentemente all’intento di operare un approfondimento qualitativo dei comportamenti, delle esperienze e, in generale, del vissuto soggettivo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il concetto di “lavoro irregolare”, infatti, tende ad accentuare l’attenzione sull’infrazione della legge. Diversamente, la scelta di utilizzare il concetto di “lavoro sommerso” deriva dalla volontà di osservare il “lavoro irregolare” come una condizione di non pieno utilizzo e non compiuta liberazione di “risorse ed energie” che tendono a restare “intrappolate”. Un’ipotesi guida di questa ricerca consiste proprio nell’assumere la condizione del “lavoro sommerso” come una condizione di sottoutilizzo delle proprie capacità e potenzialità, condizione in cui ci si ritrova per costrizione, per scelta oppure a fronte di un atteggiamento oscillante e ambiguo tra costrizione e scelta. Questa ricerca offre numerosi esempi di esistenze “al di sotto delle proprie potenzialità” e in condizioni lavorative che ostacolano l’accesso a percorsi di crescita ed emancipazione sociale ed economica: uomini e donne che iniziano a lavorare in età minorile e che maturano precocemente una “cultura del lavoro sommerso” dalla quale può essere difficile liberarsi; studenti che lavorano “a nero” in pub o pizzerie e che si ritrovano preclusa la possibilità di svolgere esperienze lavorative coerenti con i propri interessi o integrate con i percorsi formativi; donne che ripiegano nel lavoro sommerso perché interiormente imbrigliate nel conflitto tra il “desiderio di lavorare” e la costrizione socialmente imposta verso un ruolo di “cura della famiglia”; giovani professionisti il cui spirito di autonomia e indipendenza stenta a trasformarsi in lavoro autonomo o in impresa, perché dibattuti tra il rifiuto del lavoro “dipendente” e le difficoltà di un’attività in proprio; lavoratori “maturi” spesso discriminati come “lavoratori pericolosi” perché più consapevoli dei propri “diritti” e che non vedono riconosciute quelle capacità maturate dopo lunghe esperienze di lavoro; donne e uomini immigrati per i quali l’accettazione di un lavoro sommerso e la difficoltà a “sprigionare” le proprie capacità si intrecciano con l’urgenza del bisogno economico e con l’inevitabile “spaesamento” dovuto al confronto con una società e una cultura nuova. Questa ricerca rappresenta solo l’inizio di un percorso di conoscenza sul lavoro sommerso in provincia di Lecce basato sul metodo biografico, un percorso di cui si auspica la continuazione, soprattutto per il contributo che può dare nell’incrementare l’impatto di progetti e servizi rispetto a chi lavora nel sommerso. Le conoscenze ottenute con la raccolta di storie di vita dagli utenti di un servizio, ad esempio, sono direttamente utilizzabili nell’ambito della relazione tra l’operatore e gli stessi utenti coinvolti. L’osservazione e la riflessione sulla “complessità” del vissuto personale di coloro ai quali i servizi dovrebbero offrire una risposta è un esercizio utile che dovrebbe essere fatto ogni qual volta si abbia la sensazione di procedere secondo modelli di intervento “concepiti a priori”, sensazione che ha origine dal rendersi conto che tali modelli sono frequentemente contraddetti dall’esperienza di relazione “diretta” con gli utenti o dalla loro osservazione “non filtrata” da schemi di osservazione precostituiti. L’analisi proposta nei paragrafi dedicati a ciascun “profilo biografico” offre alcuni esempi di come le storie di vita permettono di disegnare nuovi schemi interpretativi sul modo in cui i soggetti vivono un determinato “problema sociale”. (Daniele Morciano, tratto dal libro, in “Per una conoscenza biografica del lavoro sommerso”)

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