Artanisi. La specchia dei segreti

La campagna di recupero del passato

Località Artanisi, ad Ugento, è interessata da circa un mese da lavori di scavo che mirano a riportare alla luce i segreti della protostoria della città. I primi risultati degli scavi sono stati resi noti alcuni giorni fa

I primi risultati della campagna di scavi archeologici effettuata nel periodo compreso tra i primi di giugno ed i primi di luglio in località “Artanisi” ad Ugento, sono stati resi noti in una conferenza stampa che si è svolta nei giorni scorsi. In quell’area della città è situato uno dei più importanti monumenti megalitici della protostoria salentina, ovvero la Specchia “Artanisi”. All’incontro hanno preso parte Antonio Castorani, presidente della Fondazione “Cassa di Risparmio della Puglia”, Giuseppe Andreassi, soprintendente per i Beni Archeologici della Puglia, Aldo Siciliano direttore del dipartimento di Beni Culturali dell’ Università del Salento, Eugenio Ozza, sindaco di Ugento, ed Anna Maria Betti Sestieri, direttrice della campagna di scavi nonché docente di Preistoria e Protostoria europea all’Università del Salento. Gli scavi archeologici condotti per approfondire la conoscenza della Specchia “Artanisi” nascono da un progetto di collaborazione tra il Comune di Ugento, la Fondazione “Cassa di Risparmio della Puglia”, il dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Regione Puglia. La cooperazione avviata tra questi enti ha come obiettivo non solo quello di riportare alla luce il significato e le caratteristiche strutturali di questo monumento megalitico, ma anche di creare i presupposti per la valorizzazione delle risorse culturali del territorio ugentino. Dall’intervento di Sestieri si evince il carattere eccezionale della specchia, che, con i suoi 60 metri di lunghezza, è tra i più imponenti monumenti protostorici del Mediterraneo. Risalente alla prima metà del secondo millennio a. C. (età del Bronzo Medio), la Specchia “Artanisi” è un sontuoso monumento di carattere funerario; infatti al di sotto del consueto accumulo di pietrame calcareo che contraddistingue queste evidenze archeologiche, si conservano diverse tombe con corredi che hanno permesso anche la definizione cronologica del contesto. Non si conosce ancora il numero esatto delle sepolture conservate dalla specchia, poiché negli scavi non si è esplorato tutto lo spazio ingombrato dalle pietre di accumulo, ma le quattro tombe rinvenute hanno fornito importanti informazioni su alcune caratteristiche culturali della civiltà protoappenninica, la cultura che ha abitato il contesto dell’Italia meridionale nell’età del Bronzo. Le caratteristiche strutturali delle sepolture permettono di comprendere il grado di competenze e la raffinatezza raggiunte da questa civiltà: si tratta di tombe a cassa di lastroni litici al cui interno era deposto l’inumato con il suo corredo (vasellame tipico dell’età del Bronzo, ovvero brocche e ciotole di varie dimensioni). Le dimensioni delle casse e la presenza di corridoi di accesso permettono di parlare di vere e proprie “camere sepolcrali”. Importante dato sulla complessità delle tombe è la realizzazione del piano di pavimentazione, eseguito mediante uno strato di terra che aveva la funzione di regolarizzare il sottostante banco roccioso, sul quale veniva posizionato un lastrone di pietra, che fungeva da piano pavimentale della tomba. Questi ed altri interessantissimi dati contribuiscono a ridare la legittima importanza a tale esempio di architettura funeraria monumentale protostorica, uno dei più importanti dell’età del Bronzo nel bacino del Mediterraneo.

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