Giù le mani dalla 194

Contro il ritorno di mammane e ferri da calza

A 30 anni dalla sua emanazione, la legge 194/78 deve essere difesa, non abolita: serve maggiore cultura della contraccezione, potenziamento dei servizi sociali, maggiore capillarità nella prescrizione della RU 486 (la pillola del giorno dopo) come metodo alternativo all'aborto chirurgico

La legge 194 compie 30 anni e c’è chi vuole abrogarla. Fino al 1978, anno in cui la legge fu approvata in Parlamento, non vi era alcuna norma relativa alla “tutela sociale della maternità e l'interruzione volontaria della gravidanza”. La legislazione sull’aborto era regolata dal codice Rocco e, per evitare pesanti sanzioni, le donne abortivano in clandestinità. Ferri da calza e mammane provocavano morti atroci o infezioni con conseguenze irreversibili. Secondo i dati forniti dall'Istituto superiore di sanità, con la Legge 194 sono state evitate 3,3 milioni di interruzioni volontarie di gravidanza e un milione di aborti clandestini. Le interruzioni sono scese da 234.800 interventi (nel 1982) a 130mila (nel 2006). In particolare tra le italiane l'aborto è sceso del 60 per cento, mentre sul totale degli aborti, solo il 30 per cento interessa donne extracomunitarie. Questo significa che, se per le italiane la legge 194 è servita a garantire la “tutela sociale della maternità”, le extracomunitarie invece sono interessate da una importante sacca di clandestinità, frutto di una serie di concause fatte di emarginazione, solitudine, pregiudizio, sottomissione della donna, che lascia spazio a sfruttamento, dolore, speculazione. L’aborto viene eseguito, ma di nascosto, non in ospedale, non da medici. Si ritorna ai ferri e alle mammane. L’Italia non può permetterlo. Non si può permettere che la campagna ideologica fatta sul corpo della donna porti, per paradosso, ad incrementare il dolore e l’isolamento delle donne da un lato e il portafoglio dei disonesti dall’altro. Non avremmo mai pensato di dover ribadire principi che ci sembravano acquisiti dalla pubblica opinione, non solo dal Legislatore, sulla autodeterminazione della donna, sulla necessità che sia la donna a dire l’ultima parola su se stessa, sul proprio corpo, sulla maternità, su tutto ciò che la riguarda. In democrazia non può esserci una legge che decide al posto del cittadino dei suoi bisogni primari (e la procreazione attiene proprio a quest’ambito). Ci sembra di essere tornati indietro, al tempo della caccia alle streghe. Invece vogliamo ancora beneficiare degli effetti delle lotte delle nostre madri, che anche solo con una X, quella del referendum del 1981, con cui si confermò la legge 194, hanno difeso i diritti delle loro figlie. Ecco, il dato sulla diminuzione degli aborti da parte delle donne italiane e contemporaneamente dell’esiguo numero di extracomunitarie che si rivolgono alla struttura pubblica significa che ci sono, tra i tanti, almeno due motivi evidenti, non ideologici, perché la legge 194 non si tocchi: ha già funzionato sulle donne italiane; deve ancora lavorare molto per le future donne italiane, che sono quelle con il maggior rischio “abortività”, cioè le giovani (anche le minorenni) e le immigrate. La 194 deve essere ancora pienamente applicata, non abolita: serve maggiore cultura della contraccezione, potenziamento dei servizi sociali, maggiore capillarità nella prescrizione della RU 486 (la pillola del giorno dopo) come metodo alternativo all'aborto chirurgico (si veda a pag.45, “Come è andata a finire”). Non si usi strumentalmente la donna, buttandola sul piatto dei giochi della campagna elettorale.

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