Licenziamenti Blueprint. “E’ tutto in regola”

Le precisazioni dell’azienda

L’industria tessile ha attivato la procedura di mobilità l’11 gennaio scorso. D’accordo con la Uilta-Uil, il sindacato che ha sottoscritto gli accordi, ha avviato l’immediato procedimento per 29 operai. La procedura di mobilità è stata fissata per complessive 65 unità, da concludersi in 120 giorni, secondo le norme

“Non una decisione unilaterale e contro le regole, ma legittima e condivisa con il sindacato e con i dipendenti”. Sul caso dei 29 lavoratori in mobilità della “Blueprint”, l’azienda precisa e risponde alle accuse lanciate dal circolo cittadino “Peppino Impastato” di Rifondazione Comunista. L’industria tessile ha attivato la procedura di mobilità l’11 gennaio scorso per concludersi una settimana dopo con lo svolgimento di un’assemblea dei lavoratori. D’accordo con la Uilta-Uil, il sindacato che ha sottoscritto gli accordi, l’azienda della famiglia Mita ha avviato l’immediato procedimento per 29 operai, il cui periodo è cominciato da ieri. La procedura di mobilità è stata confermata da Franco Nastrini, responsabile provinciale della Uilta-Uil, precisando che la stessa è stata fissata per complessive 65 unità, da concludersi nell’arco di 120 giorni come prescrivono le attuali norme. In precedenza, l'azienda aveva ricorso alla cassa integrazione, ma è stata definita non più attuabile per la mancanza di una reale prospettiva di recupero strutturale nella stessa azienda. L’11 gennaio scorso si è attivata, di concerto con la Uilta-Uil e la Confindustria, la trattativa per avviare la mobilità dei 29 operai. Il 17 gennaio in azienda si è svolta un’assemblea, a cui una parte di lavoratori non ha partecipato per protesta, per spiegare le scelte a cui era stata costretta la “Blueprint”. L’azienda ha annunciato quindi l’imminente messa in mobilità di 29 lavoratori, a cui sono seguite le comunicazioni scritte: 15 giorni di preavviso per i lavoratori di livello superiore al secondo; sette giorni per tutti gli altri. Alla ripresa della settimana lavorativa, all’industria della famiglia Mita premeva soprattutto rispondere alle accuse lanciate da Rifondazione Comunista. “Non si è trattato, come si è detto, di un’azione contro ogni regola – spiega Luciano Mita – né tanto meno abbiamo avvertito i lavoratori interessati per telefono, all’ultimo momento e senza preavviso. Si è trattato piuttosto di un equivoco. Pur avendo spedito le lettere, sicuramente non ancora giunte ai destinatari, abbiamo cercato di comunicare telefonicamente agli operai che per il periodo di preavviso potevano rimanere a casa, magari per cercare da subito un altro lavoro, perché l’azienda avrebbe comunque pagato quei giorni”. “Questa scelta nasce dall’esigenza primaria di salvaguardare l’esistenza della stessa azienda – ha aggiunto l’imprenditore – in un mercato mondiale sempre più concorrenziale, dove i prezzi dei prodotti finiti sono sempre più bassi, è difficilissimo per un’azienda occidentale poter rispondere o confrontarsi ad armi pari con paesi dove il costo del lavoro è irrisorio, per via di tutta una serie di inadempienze contrattuali e sociali. Difficile per un’azienda, anche come la Blueprint – conclude Mita – sfuggire a questo cappio, in cui tutto il Tac salentino e non solo è soffocato”.

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