Nuovi scenari delle politiche educative

Cambia la cultura del Grande Salento

Le politiche educative sono in continua evoluzione. Anche il Grande Salento avvertirà i cambiamenti. Intervista a Mario Carolla, presidente provinciale dell’associazione Proteo Fare Sapere di Brindisi e vicepresidente di Proteo Fare Sapere Puglia

di Paolo Palomba Professor Carolla, gli scenari delle politica scolastica italiana prospettano una sorta di cantiere aperto alle istanze emergenti dal contesto europeo, come pure dalle nostre realtà locali. Il Ministro Giuseppe Fioroni, ad esempio, ha inviato nello scorso mese di agosto una lettera a tutti i presidi, avente per oggetto la durata dell’obbligo di istruzione: in analogia con gli altri Paesi dell’Unione europea, rileva l’attuale responsabile del Dicastero di viale Trastevere, “anche in Italia la durata dell’obbligo di istruzione è stata elevata a dieci anni dalla legge 27.12.2006, n. 296”. Come giudica tale opzione politica, in rapporto alla situazione delle scuole operanti nel Grande Salento? “Non comprenderemmo appieno gli scenari che si prospettano per la politica scolastica italiana se non tenessimo in debito conto l’intesa sulla conoscenza che è stata sottoscritta tra governo e sindacati nel mese di giugno. Si tratta di una condivisione d’intenti in un campo di grande importanza strategica per il nostro Paese come la conoscenza. La scuola, l’università, la ricerca e l’Alta Formazione Artistica e Musicale, infatti, non solo rappresentano i settori dove gli interventi elevano, in maniera determinante, per tutti gli italiani la possibilità di esercitare i propri diritti di cittadinanza, ma tali settori risultano addirittura fondamentali perché possono condizionare profondamente i livelli di qualità del Paese dal punto di vista culturale, sociale ed economico potenziandone la competitività e la crescita. Uno dei primi impegni è proprio sulla scuola che, pur non essendo stata ferma in questi anni, conserva ancora tassi di dispersione elevati e arretratezze sul piano delle competenze dei nostri giovani e nel percorso di Educazione degli adulti che non reggono il confronto con l’Europa e col resto del mondo. Si impone perciò una decisa inversione di tendenza con l’obiettivo di migliorare la qualità e la quantità dell’istruzione. In tale direzione va, appunto, la scelta dell’elevamento dell’obbligo d’istruzione fino a 16 anni e la riproposizione, seppure in termini diversi, del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione fino a 18 anni; misure queste che, necessariamente, devono accompagnarsi ad un’elevazione dell’efficacia dell’azione educativa che non può prescindere dalla rimessa in discussione delle metodologie e della strumentazione della mediazione didattica e delle relazioni educative in tutte le aree del Paese. Da questo punto di vista il nostro Grande Salento non può che entrare a pieno titolo in questa nuova idea di scuola che comprende, evidentemente, non soltanto gli aspetti pedagogico didattici e culturali, ma anche, a necessario completamento, il concreto sostegno e l’indispensabile investimento di mezzi e risorse da parte dello Stato. In quest’area del Paese, infatti, regnano più o meno indiscussi elevati tassi di abbandoni, ripetenze e bocciature, che fanno lievitare verso l’alto la dispersione scolastica, e i docenti si trovano, spesso, ad operare in classi quasi sempre stracolme che rendono difficile la loro azione educativa e, conseguentemente, rendono praticamente impossibile qualsiasi intervento qualitativamente apprezzabile sulle difficoltà d’apprendimento degli alunni in tempi ragionevolmente utili”. L’attuale ministro della Pubblica Istruzione, con Decreto del 31 luglio 2007, ha stabilito che “a partire dall’anno scolastico 2007-2008, le scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione elaboreranno l’offerta formativa, facendo riferimento in prima attuazione e con gradualità alle Nuove Indicazioni Nazionali, definite in via sperimentale. Queste ultime si renderanno compatibili con il piano dell’offerta formativa adottato dalle singole istituzioni scolastiche autonome, in stretta connessione con esperienze maturate, esigenze del territorio e condizioni di fattibilità in cui la singola scuola opera. Quali sono, a suo avviso, gli strumenti di ricerca/azione che le scuole dell’infanzia, nonché quelle primarie e secondarie di primo grado sono chiamate a padroneggiare, per rendere efficace ed efficiente il servizio erogato? “Prima di accennare una risposta a questa complessa domanda che, certamente, non potrà essere in alcun modo esaustiva, mi preme sottolineare che le nuove Indicazioni del curricolo saranno introdotte gradualmente nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo e che la loro introduzione, sperimentale per due anni, è aperta al contributo delle stesse scuole che potranno, dunque, determinare eventuali integrazioni e modifiche. La Direttiva del 3 agosto, n° 68, poi, individua una serie di fasi nelle quali si articola l’ampio piano d’interventi che vedrà protagonisti vari soggetti istituzionali a cominciare proprio dalle scuole e ciò non può che essere considerato positivamente e senz’altro innovativo rispondendo ad una esigenza diffusa e mai onorata del mondo della scuola che è quella di voler contare di più e concretamente nelle scelte che si compiono nel settore in cui operano. Speriamo, dunque, bene! Nel quadro delle finalità che il documento individua e delle scelte indicate per la scuola dell’infanzia, per la primaria e la secondaria di I grado le scuole dovranno verificarne la congruità di tali scelte con le proposte e la loro articolazione per campi di esperienza, aree e discipline. Va ricordato che il curricolo si traccia nella scuola e la stessa scuola lo realizza percorrendo l’intero iter educativo, dai contenuti alla valutazione degli esiti formativi, e che esso rappresenta il terreno di coltura dell’innovazione la quale, a sua volta, rappresenta la cartina di tornasole della capacità progettuale di ogni scuola. Il POF va progettato in piena autonomia e con l’utilizzo delle competenze professionali presenti nella scuola partendo dai “campi di esperienza” dove il fare e l’agire del bambino, di fronte alla variegata gamma di stimoli che lo inondano, vanno orientati dall’insegnante consapevole per introdurre i discenti ai sistemi simbolico-culturali. Nel primo ciclo di apprendimenti deve, poi, realizzarsi l’organizzazione graduale verso i saperi disciplinari partendo dalle aree disciplinari attraverso la progettazione didattica e la continua ricerca educativa; queste ultime, infatti, devono diventare il vero pane quotidiano degli addetti ai lavori insieme al contributo indispensabile d’informazioni e di idee provenienti dalle famiglie”. Nel mese scorso, Jan Figel, commissario dell’UE, ha dichiarato che “un insegnamento ed una formazione migliori sono fattori decisivi per la competitività a lungo termine, in quanto una forza lavoro altamente qualificata è più produttiva”. Tuttavia, in alcuni dei 27 Paesi membri manca un coordinamento sistematico tra i diversi elementi della formazione riservata agli insegnanti: Bruxelles, inoltre, lamenta la scarsità di investimenti nella formazione continua e nel perfezionamento professionale del personale docente. Soltanto in undici Stati dell’Unione l’aggiornamento professionale risulta obbligatorio. Qual è la situazione nazionale, regionale e salentina in materia, nella prospettiva dell’obiettivo strategico del Consiglio Europeo di Lisbona, che punta ad un’economia basata sulla conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, considerando il valore della persona come principale risorsa dell’Europa? “In effetti, quando ci si riferisce a questo articolato mondo non si può fare a meno di ricordare quanto fu tracciato il 23 e 24 marzo del 2000 dal Consiglio europeo straordinario di Lisbona. In quella assise, infatti, fu stabilito un obiettivo molto ambizioso che si proponeva, in dieci anni, di far divenire l'Europa “l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Al fine di raggiungere tale obiettivo fu definita una precisa strategia, essendo l’Europa di fronte a due eventi straordinari che avevano avviato una profonda trasformazione dell’economia e della società contemporanee: la globalizzazione dell’economia e il repentino incedere delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Il primo evento le imponeva di raggiungere l’avanguardia in tutti i settori produttivi, dove si appalesava forte la concorrenza da parte delle altre aree del mondo. Il secondo, per l’importanza che esso riveste nella sfera professionale e privata dei cittadini della Comunità, le imponeva una revisione completa dei sistemi d’istruzione e formazione europei insieme alla garanzia dell’accesso alla formazione lungo tutto l’arco della vita delle persone. Questa strategia, ormai nota come “strategia di Lisbona”, è stata riconfermata ed attualizzata annualmente nei Consigli europei di Primavera quando tutti gli Stati membri s’incontrano e fanno il punto della situazione sui temi economici e sociali. Alla domanda: “come si colloca un paese della UE, com’è il nostro, con tutte le sue articolazioni, in questo contesto?”, occorre fornire una risposta precisa. La risposta la forniscono, immediatamente, gli indicatori generali seguenti che evidenziano ad ogni livello territoriale, compreso il nostro Salento, con qualche lodevole eccezione: – un livello d’istruzione degli studenti all’uscita dei percorsi di studio che è tra i più bassi, con ritardi accentuati nella comprensione del testo, nel possesso delle conoscenze, competenze e abilità nelle discipline matematiche e scientifiche in genere; – un preoccupante ed altissimo tasso di dispersione scolastica, che raggiunge il 30%, tenendo conto dei mancati ingressi, degli abbandoni, delle evasioni, ecc.; – un minor numero di diplomati (l’85% fissato nella strategia per il 2010) e di laureati; – un minor numero di partecipanti ai corsi di Educazione degli adulti che rispetto alla media europea – minori investimenti rispetto al PIL nel settore dell’istruzione e della formazione e della ricerca. Appare, dunque, evidente che chiunque volesse pensare in questo paese ad una politica per il mondo della conoscenza, con la giusta presunzione di farlo seriamente ed incisivamente, deve partire da questi indicatori e deve, a maggior ragione, essere molto attenta nell’osservare gli orientamenti politici insiti nella strategia di Lisbona, che, tra l’altro, in un contesto più generale, prevede di dispiegarsi in tutti i paesi della UE senza distinzioni di classe, di razza, di religione e di genere, dunque abbattendo ogni differenza e diversità, affinché la società dell’informazione possa essere a portata di tutti. L’intesa governo-sindacati con la quale ho aperto l’intervista è positiva perché prospetta per il nostro Paese scenari diversi nei quali questi problemi non saranno certamente risolti, ma almeno avviati a soluzione”.

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