Mare nostrum. Ma non per tutti

Lidi pubblici e privati. I cittadini non sanno dove fare il bagno

La nuova legge regionale fissa al 40% la percentuale di lidi privati sul totale delle spiagge “balenabili”. I 21 Comuni costieri che hanno “sforato” il tetto, devono revocarle, chi ha spiagge disponibili, deve concederle. Ma tutto è bloccato. In attesa del Piano regionale

Alla fine di giugno, una giornalista di una tv locale rivolgeva a un turista di Bolzano, in buen retiro sulla sabbia di Otranto, la domanda di rito : “Come mai ha scelto Lecce per le vacanze”? Ancora più canonica la risposta: “Perché ne vale la pena. Qui avete un mare impagabile”. Il vacanziere quindi viene nel Salento per il nostro mare, il Mare Nostrum. Ma, nostro di chi e in che senso? Nostro nel senso che i romani conquistatori avevamo dato al Mediterraneo, che consideravano poco più di una piscina, chiusa dalle Colonne d’Ercole, oltre le quali preferivano non avventurarsi? O nostro nel senso attuale, “mare libero”, aperto alla fruizione di tutti? Oggi il mare, il demanio marittimo, rischia di passare nelle mani dei privati e dei gestori di strutture ricreative-balneari. Come è accaduto nelle riviere del nord, su tutte la Liguria e l’Emilia Romagna, dove trovare uno spicchio di spiaggia libera in piena stagione estiva, è un terno al lotto. Per fortuna, da noi, i bagnanti non devono fare chilometri di litoranea per guadagnare un accesso in acqua senza dover pagare. Finora però, anche qui nel Salento, molti gestori di stabilimenti, hanno tutelato i loro clienti stesi al sole, con steccati e recinzioni, muretti e cancelli, eretti a perimetro di una concessione demaniale pluridecennale, che oggi viene messa in discussione da una recente legge della Regione Puglia (n. 17 del 23 giugno 2006, “Disciplina della tutela e dell’uso della costa”). Una legge nata per mettere ordine nel caos delle concessioni lungo il cordone costiero, sempre meno lineari e sempre più pervasive e che assegna alla stessa Regione 12 mesi di tempo (scaduti nei giorni scorsi), per varare il “Piano regionale delle coste” (Prc). Vale a dire, un regolamento attuativo, rispettoso del Piano nazionale, in assenza del quale ogni ulteriore provvedimento dei Comuni è bloccato. Nessuna nuova concessione, nessuno sviluppo e investimento nel settore turistico-balneare, tutto paralizzato. Così, aspettando Godot, i circa 180 gestori di stabilimenti balneari della provincia di Lecce, da Casalabate a Punta Prosciutto, lungo i 240 chilometri di costa baciata da due mari, sono in fibrillazione. Non possono fare investimenti seri, anche se la durata della concessione, oggi di 6 anni, pare che verrà portata a 50 anni. L’incertezza delle regole (Beckett non ha colpe) regna sovrana e molto dipende dai ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. A far tremare le vene e i polsi ai gestori di stabilimenti, ci aveva pensato già il ministro Tremonti, con l’introduzione, nella finanziaria del 2004, dell’aumento del canone concessorio del 300 per cento. Oggi, con la “sospensione” del salasso che triplicava l’importo fissato dalle norme del Codice di Navigazione nel 1995 e con l’intervento del ministro Rutelli, che ha introdotto un più “ragionevole” aumento del 10 per cento, i gestori hanno ripreso fiato, ma attendono che la situazione si stabilizzi. L’assessore regionale al Demanio, Guglielmo Minervini è ottimista: “I progettisti del Politecnico di Bari sono ormai in una fase avanzata dello studio e sicuramente entro l’anno, ma penso anche prima, il piano vedrà la luce”. Intanto, il 18 giugno scorso, Minervini ha emesso un’ordinanza a chiarimento della situazione transitoria. L'inchiesta continua sul numero di luglio del Tacco d'Italia

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